Attacco Usa a Iran, Trump frena, Israele spinge: Netanyahu teme missili e droni iraniani e Houthi che potrebbero "bucare" Iron Dome - RETROSCENA
Tel Aviv accelera per colpire l’Iran e imporre l’arricchimento zero, Washington frena per evitare l’escalation: tra Iron Dome, droni iraniani e deterrenza asimmetrica
Il Medio Oriente continua a essere un fronte caldissimo. Sull'attacco Usa all'Iran, fino a qualche giorno fa dato per "imminente", Trump sta frenando, volendo concentrarsi sulle trattative con Teheran sull'arsenale nucleare e missilistico iraniano. L'attore che spinge veramente perché i raid statunitensi ci siano è Israele.
Tel Aviv vuole agire prima di essere colpito da una rappresaglia iraniana in risposta a un attacco americano. Questo perché lo Stato ebraico teme i missili e i droni iraniani e degli Houthi yemeniti, armi ancora tecnologicamente non avanzate, ma proprio per questo pericolose per l'Iron Dome.
Attacco Usa a Iran, Trump frena, Israele spinge: Netanyahu teme missili e droni iraniani e Houthi che potrebbero "bucare" Iron Dome - RETROSCENA
Israele sta premendo sull’acceleratore per capitalizzare una finestra strategica che ritiene favorevole: colpire l’Iran, limitarne il margine di manovra e riaffermare un’area di influenza regionale. Gli Stati Uniti, al contrario, appaiono più cauti. A Washington pesano le reazioni dei Paesi arabi, l’asse con Russia e Iran e il rischio di un allargamento del conflitto che coinvolga gli Houthi nel Mar Rosso e nel Golfo. È una divergenza di tempi e priorità che segna l’attuale fase.
Secondo fonti israeliane, il governo Netanyahu mira a “prendere momentum”, sfruttando la pressione militare per ottenere concessioni politiche sul dossier nucleare iraniano. In questa cornice rientra la riattivazione di un piano concepito già nel 2009: colpire i principali siti nucleari di Bushehr, Natanz e Isfahan, oltre a infrastrutture petrolifere e petrolchimiche, con munizionamento “bunker busting” pensato per penetrare strutture sotterranee. L’obiettivo sarebbe degradare in modo duraturo le capacità iraniane, alzando il costo di una ripresa rapida.
Gli Stati Uniti rallentano perché il quadro operativo è più complesso. Un attacco diretto rischierebbe di compattare un fronte ostile che include attori statali e non statali, con ripercussioni sui traffici marittimi e sulle basi Usa nella regione. Inoltre, la dottrina americana privilegia la deterrenza multilivello e la diplomazia coercitiva, evitando escalation difficili da contenere.
Sul terreno tecnologico, il confronto è asimmetrico. L’Iran e i suoi alleati dispongono di armi meno sofisticate rispetto all’arsenale arabo-israeliano, ma spesso più difficili da neutralizzare. Droni e missili teleguidati senza GPS, con traiettorie irregolari e quote basse, riducono l’efficacia dei sistemi progettati per minacce diverse. Proprio questa “semplicità” rende l’intercettazione più complessa.
È il caso dell’Iron Dome, pilastro della difesa missilistica israeliana e simbolo dell’alleanza con Washington. Il sistema, sviluppato anche da Rafael, è ottimizzato per razzi a corto raggio (fino a circa 70 km) e seleziona le minacce dirette verso aree sensibili. Rafael indica un tasso di intercettazione attorno al 90% nelle condizioni per cui è stato progettato, ma contro missili balistici e droni avanzati servono altri livelli (David’s Sling, Arrow). Attacchi saturanti, lanci a bassa quota e vettori con guida non convenzionale possono “bucare” la difesa, come mostrano le recenti dinamiche regionali.
Il tema è anche politico. Dopo raid israeliani in Iran nella guerra dei 12 giorni a giugno 2025, da Tel Aviv è filtrata la tesi di un assenso tacito di Donald Trump, smentita dalla Casa Bianca, che ha insistito sull’unilateralità. Trump ha poi parlato di “grande successo”, suggerendo che la pressione militare possa favorire un accordo sull’arricchimento zero. Ma per Israele ogni intesa che non smantelli il programma iraniano resta insufficiente.
In sintesi, Israele spinge per colpire ora e plasmare il tavolo negoziale; gli Usa frenano per evitare una guerra regionale. Nel mezzo, un equilibrio instabile dove la tecnologia non decide tutto e la tempistica può essere decisiva.