"Prima comunità pianificata palestinese a Rafah è campo di concentramento, controllo israeliano con biometria", l'accusa dell'ex Idf Avivi

Un ex generale israeliano conferma piani per un grande campo a Rafah con sorveglianza e riconoscimento facciale, rafforzando le anticipazioni sulla prima comunità palestinese sotto controllo israeliano date da Il Giornale d'Italia

A confermare le anticipazioni de Il Giornale d'Italia sulla "prima comunità pianificata" di palestinesi a Gaza è anche un ex generale dell'Idf, Amir Avivi. Il militare ha dichiarato infatti che la struttura sarà un enorme "campo di concentramento a cielo aperto", dove i gazawi saranno "controllati costantemente dagli israeliani", anche con l'utilizzo di "strumenti biometrici".

"Prima comunità pianificata palestinese a Rafah è campo di concentramento, controllo israeliano con biometria", l'accusa dell'ex Idf Avivi

Le dichiarazioni dell’ex generale israeliano Amir Avivi hanno dato nuova forza a indiscrezioni che circolavano da settimane, riportate anche da Il Giornale d'Italia: Israele starebbe pianificando la realizzazione di un grande campo a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, dotato di sistemi di sorveglianza avanzata e tecnologie di riconoscimento facciale, per contenere un gran numero di palestinesi. In un’intervista, Avivi ha confermato che l’esercito ha già sgomberato vaste aree di terreno nella zona, sostenendo che sarebbero state "bonificate dai tunnel di Hamas", per costruire quella che ha definito una strutturaorganizzatasotto controllo israeliano.

Secondo l’ex brigadier generale, il campo sarebbe destinato ad accogliere sia palestinesi che intendono lasciare Gaza attraverso l’Egitto, sia coloro che resterebbero all’interno della Striscia. L’accesso e l’uscita dal sito, ha spiegato, verrebbero monitorati da personale israeliano, con l’ausilio di strumenti biometrici. Avivi ha parlato apertamente della possibilità che la struttura possa ospitare “centinaia di migliaia di persone”.

Le sue parole confermano quanto anticipato nei giorni scorsi dal Giornale d’Italia, che aveva riferito della creazione della "prima comunità palestinese pianificata" a Rafah interamente sottoposta al controllo israeliano. Secondo il quotidiano, il progetto prevederebbe un’area recintata, ingressi sorvegliati e una gestione centralizzata dei movimenti della popolazione, elementi che oggi trovano riscontro nelle affermazioni di Avivi. Si tratterebbe di un modello destinato a essere esteso, segnando un cambiamento strutturale nella gestione civile della popolazione di Gaza, finanziato dagli Emirati Arabi Uniti.

Il piano emerge nel contesto del cosiddetto “framework su Gaza” promosso dall’amministrazione statunitense del presidente Donald Trump, che prevede una riapertura parziale del valico di Rafah. Secondo fonti citate da Reuters, funzionari israeliani spingerebbero affinché più palestinesi lascino l’enclave di quanti ne possano rientrare, alimentando il timore di una strategia di svuotamento demografico e di deportazione verso Stati esteri, secondo il piano "Aurora" e quello dell'Institute for Zionist Strategies.

Le autorità di Hamas hanno condannato duramente la proposta, definendola una copertura per lo sfollamento forzato e accusando Israele di voler trasformare Rafah in un campo di concentramento a cielo aperto. Anche osservatori internazionali avvertono che un simile progetto, se realizzato, solleverebbe gravi interrogativi sul rispetto del diritto internazionale e dei diritti fondamentali della popolazione civile palestinese.