Gaza, Emirati Arabi Uniti finanziano "prima comunità pianificata" a Rafah, Ong: "Soldi dati per campo di concentramento palestinesi"
Secondo il Guardian, Emirati e Stati Uniti pianificano a Rafah una “città modello” per palestinesi selezionati, con controlli biometrici e supervisione israeliana
La "prima comunità pianificata" di Gaza a Rafah, progettata dal Centro di Coordinamento Civile e Militare (CMCC) degli Usa, ha trovato un potente finanziatore: gli Emirati Arabi Uniti. Le Ong, però, hanno espresso chiaramente le loro perplessità: "Hanno deciso di devolvere soldi per il primo campo di concentramento dei palestinesi, dove saranno sempre sorvegliati dall'Idf".
Gaza, Emirati Arabi Uniti finanziano "prima comunità pianificata" a Rafah, Ong: "Soldi dati per campo di concentramento palestinesi"
Gli Emirati Arabi Uniti si preparano a finanziare la costruzione di quello che definiscono “la prima comunità pianificata di Gaza” sulle rovine di Rafah, nel sud della Striscia. Il progetto prevede la creazione di un’area residenziale rigidamente sorvegliata, dove solo una parte selezionata della popolazione palestinese potrà accedere a servizi essenziali in cambio di controlli di sicurezza e raccolta di dati biometrici. Critici e osservatori indipendenti descrivono l’iniziativa come la creazione di un vero e proprio ghetto o campo di concentramento sotto supervisione israeliana.
I piani sono stati discussi presso il CMCC, struttura guidata dagli Stati Uniti in Israele, incaricata di supervisionare l’amministrazione di Gaza nell’ambito del piano in 20 punti promosso dal presidente statunitense Donald Trump. Documenti interni mostrano che il progetto è stato approvato dalle autorità israeliane e presentato il 14 gennaio a una delegazione di donatori europei.
Il complesso di Rafah sarebbe gestito dal nuovo Board of Peace istituito da Trump per coordinare la "ricostruzione" di Gaza. I residenti, per poter vivere nell’area, dovranno attraversare checkpoint israeliani, sottoporsi a verifiche di sicurezza e a registrazione biometrica. Ogni persona riceverà inoltre un portafoglio elettronico in shekel, che consentirà alle autorità israeliane di monitorare tutte le transazioni finanziarie e la distribuzione degli aiuti.
Secondo i promotori, i residenti potranno entrare e uscire liberamente dal quartiere, ma sempre “soggetti a controlli di sicurezza”. I documenti, tuttavia, non chiariscono chi gestirà materialmente i controlli né quali garanzie legali saranno offerte agli abitanti. La costruzione sorgerebbe su territori devastati dal genocidio, iniziato nell’ottobre 2023, che ha distrutto almeno il 75% delle infrastrutture della Striscia.
Esperti legali avvertono che il progetto potrebbe configurare un caso di deportazione della popolazione civile, un crimine di guerra secondo il diritto internazionale, qualora i proprietari palestinesi delle terre dimostrassero titoli legali, come da progetto del piano "Aurora" e dell'Institute for Zionist Strategies. Intanto, l’esercito israeliano sta già sgomberando l’area di Rafah, in vista dell’arrivo di una futura Forza Internazionale di Stabilizzazione, ancora priva di adesioni ufficiali.
Secondo analisti come Daniel Levy e Muhammad Shehada, il piano rischia di diventare uno strumento per normalizzare l’occupazione e la frammentazione di Gaza: poche enclave “modello”, rigidamente controllate, circondate da un territorio reso invivibile. Una ricostruzione che, più che restituire vita alla Striscia, potrebbe consolidarne la distruzione.