09 Gennaio 2026
Trump-Netanyahu Fonte: X @@gatoguereiro
Quando qualsiasi presidente americano sorride davanti alle telecamere annunciando con orgoglio di aver “portato la pace nel mondo”, la pace appare lucente sulla carta, ma sulla realtà è solo una grande rappresentazione di crisi, dove la sofferenza viene sfruttata per servire gli interessi delle grandi potenze e del capitale, mentre i popoli pagano il prezzo. Le proteste in Minnesota contro la violenza della polizia, l’assedio continuo di Gaza, le sanzioni economiche contro l’Iran, le guerre in Yemen e Libia, i conflitti armati nella Repubblica Democratica del Congo e in Nigeria, gli interventi diretti e indiretti degli Stati Uniti in Venezuela, Colombia e Messico, tutti questi eventi non sono riflessi casuali della realtà, ma parte di una rete interconnessa di caos gestito a livello globale, dove ogni crisi viene sfruttata per rafforzare l’influenza politica ed economica degli Stati Uniti e dei loro alleati, e tutti sembrano semplicemente pupazzi su un grande palcoscenico gestito dal capitale globale.
Negli stessi Stati Uniti si rivela una versione in miniatura di questo modello globale di caos: le divisioni razziali e sociali, le proteste continue contro la violenza della polizia, la crisi dell’istruzione e della sanità, e l’erosione della fiducia nelle istituzioni governative costituiscono un terreno di prova per gli strumenti che saranno poi utilizzati all’estero. Le proteste in Minnesota non erano semplicemente un episodio locale, ma riflettevano una tattica più ampia: creare crisi che rendano la società più divisa e meno capace di opporsi alle politiche del capitale.
Naomi Klein, in The Shock Doctrine, osserva che le crisi offrono al capitale l’opportunità di ristabilire il proprio potere, e le società scioccate accettano facilmente politiche che normalmente avrebbero resistito. Questo modello interno degli Stati Uniti non si limita alle proteste, ma include anche crisi economiche e finanziarie ricorrenti: ad esempio, la crisi finanziaria del 2008 non fu solo una catastrofe economica, ma un’opportunità per le grandi società di capitale di espandere la propria influenza, acquistare asset redditizi e imporre nuove condizioni economiche a individui e stato, mentre l’intera società americana pagava il prezzo del crollo.
Milton Friedman, nel suo libro Capitalism and Freedom, sostiene che i mercati liberi governano da soli la politica e che le crisi non sono semplici fluttuazioni naturali, ma strumenti utilizzabili per ridistribuire il potere. Paul Krugman, nei suoi articoli sul The New York Times, aggiunge che “le crisi economiche vengono utilizzate come pretesto per ridistribuire potere e ricchezza”, confermando che il caos non è casuale, ma uno strumento controllabile per ridefinire l’egemonia dentro e fuori la società. Thomas Piketty, nelle sue analisi sull’economia globale, osserva che “ogni shock economico viene utilizzato per garantire la continuazione del dominio del capitale e indebolire la capacità delle società di opporsi”.
Fuori dagli Stati Uniti, l’Iran rappresenta un chiaro esempio dello strumento americano nella gestione delle crisi. Dalla Rivoluzione Islamica del 1979, e con le sanzioni economiche ripetute dopo il 2006, lo Stato è stato sotto pressione continua per adottare politiche conformi all’agenda americana. Noam Chomsky, in Hegemony or Survival, sottolinea che le sanzioni non sono solo una pressione politica, ma la produzione deliberata di caos economico e sociale mirata a soggiogare lo Stato e garantire l’influenza americana, con il raddoppio dei tassi di disoccupazione, l’aumento dei prezzi e la carenza di beni essenziali, tutte crisi intenzionali per indebolire la società interna e trasformare le proteste popolari in strumenti di pressione sul governo. Margaret Kyds, nei suoi articoli sulle sanzioni economiche, conferma che queste politiche “trasformano l’economia nazionale in un laboratorio di strumenti americani, mentre i popoli pagano il prezzo di conflitti che non hanno scelto”.
Gaza, in questo contesto, rappresenta un laboratorio intensivo di caos gestito: l’assedio continuo, i bombardamenti periodici e il divieto di ricostruzione rendono il settore un modello vivo per la gestione delle società attraverso dolore e sofferenza. Ogni assedio e ogni sanzione economica imposta sul settore non sono semplici risposte a minacce alla sicurezza, ma strategie deliberate per controllare i movimenti della popolazione e indebolire la capacità di sviluppo e di riorganizzazione politica locale. Ilan Pappé, in The Ethnic Cleansing of Palestine, afferma che l’occupazione israeliana non cerca solo sicurezza, ma sfrutta il caos come strumento di sopravvivenza politica, mentre Nicholas Sells, nelle sue analisi sui conflitti regionali, chiarisce che ogni crisi è progettata per trasformare la popolazione in strumenti di pressione demografica e politica, una precisa orchestrazione del caos gestito.
Questo caos gestito non è fenomeno esclusivamente palestinese, ma un modello ripetuto a livello globale, dove le crisi locali vengono utilizzate per muovere la politica mondiale a favore degli interessi delle grandi potenze.
L’America Latina rivela una strategia ricorrente di produzione del caos e controllo delle risorse: ad esempio, il Cile, dopo il colpo di stato del 1973 che rovesciò Salvador Allende, fu sostenuto dagli Stati Uniti per ristrutturare l’economia, smantellare lo Stato e imporre nuove leggi economiche a favore del capitale internazionale, come osservato da Naomi Klein e altri pensatori americani critici delle politiche estere in The Shock Doctrine. Il Messico ha subito politiche di contrasto alla droga e all’immigrazione che mantennero lo Stato sotto pressione costante, sfruttando le tensioni interne come pretesto per l’intervento diretto americano, mentre Venezuela e Colombia furono sottoposti a interventi diretti e indiretti per indebolire lo Stato, drenare la leadership e garantire l’influenza americana sulle risorse petrolifere, incluso l’arresto di Maduro, dimostrando la disponibilità di Washington a sfruttare crisi interne per obiettivi politici e strategici. La Groenlandia, con la sua posizione strategica e le sue risorse naturali, è diventata bersaglio di espansione americana diretta, tradendo la sua alleata storica Danimarca, membro della NATO: questa mossa rivela un altro volto del caos gestito, non solo la creazione di crisi interne, ma anche il riassetto delle priorità degli alleati, il test della loro fedeltà e l’abbandono quando necessario.
L’Europa non è stata risparmiata da questo schema: Blair, Sarkozy e Macron sono diventati strumenti esecutivi delle politiche americane, dalla guerra in Iraq agli interventi in Libia e Siria, poi lasciati o destinati a affrontare le conseguenze internamente, come pupazzi mossi da Washington e poi messi da parte quando serviva. Chomsky, in Failed States and European Policies, osserva che Blair era solo una “facciata politica per le politiche americane pianificate”, dimostrando quanto gli Stati Uniti sfruttino i leader europei per i propri obiettivi e poi li abbandonino quando il loro ruolo è terminato. Anche il primo ministro italiano spesso si è trovato costretto a fornire copertura politica a decisioni americane complesse, partecipando a coalizioni militari o sostenendo politiche economiche e militari specifiche senza reale margine di rifiuto, apparendo così come un “pupazzo” che segue la mappa di Washington, oscillando tra pressioni esterne e aspettative interne. Susan Gorman, nei suoi articoli sulle pressioni americane sugli alleati NATO europei, osserva che “la politica estera europea si muove spesso secondo ciò che Washington vuole più che secondo gli interessi dei suoi popoli”, rafforzando l’idea del caos gestito dove i pupazzi umani si muovono secondo gli interessi delle grandi potenze.
Africa e Asia non fanno eccezione: nella Repubblica Democratica del Congo le guerre civili persistenti e lo sfruttamento delle risorse minerarie hanno trasformato lo Stato in un laboratorio di caos gestito; in Nigeria l’aumento del terrorismo nel nord, i conflitti tribali e lo sfruttamento del petrolio come mezzo di controllo economico e politico sono strumenti per ridistribuire il potere a favore delle grandi potenze. La Birmania (Myanmar) è un altro esempio di gestione del caos: la persecuzione dei Rohingya, il controllo militare dello Stato e la manipolazione dei conflitti tra minoranze sono strumenti per minare l’autonomia politica e garantire l’influenza internazionale. Analisi di pensatori americani ed europei confermano che non si tratta di incidenti casuali, ma di una strategia globale per gestire il caos a vantaggio del capitale internazionale. Samuel Huntington, in The Clash of Civilizations, aggiunge che il caos e i conflitti culturali e politici vengono spesso utilizzati per rimodellare l’influenza globale e controllare le risorse degli Stati.
Il caos globale gestito garantisce la continuazione del dominio del capitale internazionale: ogni guerra, assedio o crisi politica diventa un’opportunità per ridistribuire ricchezza, controllare risorse e muovere i mercati mondiali. Gaza, Iran, Europa, Messico, Venezuela, Groenlandia, Africa e Asia sono tutti parti di una rete interconnessa di caos gestito globalmente, dove la pace è solo uno slogan e il caos è la realtà permanente, con i popoli sempre vittime.
La paradossale ironia è che i leader che promuovono le politiche americane o ne forniscono la copertura politica finiscono per affrontare la rabbia dei loro popoli, mentre Stati Uniti e Israele avanzano senza sosta. Ogni crisi, da una protesta locale a una guerra regionale, viene gestita con precisione, e ogni fallimento dei leader europei o americani diventa una lezione aggiunta alla strategia globale del caos gestito.
Da Minnesota a Gaza, dall’Iran al Congo, dal Messico e Venezuela a Colombia e Groenlandia, dall’Europa all’Asia, il mondo intero appare come un laboratorio unico di caos gestito a favore delle grandi potenze e del capitale internazionale, dove ogni crisi viene sfruttata per rafforzare l’influenza politica ed economica, e ogni violenza o protesta interna diventa uno strumento per riorganizzare società e politica a favore degli interessi del capitale. Ogni intervento, sanzione economica o supporto a guerre regionali o conflitti interni fa parte di una strategia pianificata, come sottolineano pensatori globali: Naomi Klein vede le crisi trasformarsi in opportunità economiche, Chomsky afferma che sanzioni e caos artificiale mirano a soggiogare gli Stati, Michel Foucault, in Discipline and Punish, lo descriverebbe come potere che si muove attraverso dolore e sofferenza sociale come strumento di controllo politico ed economico, Thomas Pikettyaggiunge che il capitale globale “non conosce limiti davanti alla sofferenza dei popoli se il profitto è assicurato”, e Samuel Huntington conferma che i conflitti culturali e politici vengono usati per rimodellare l’influenza globale e controllare le risorse, mentre Rolf Bilterman sottolinea che l’America Latina è sempre stata un laboratorio per ristrutturare il potere secondo interessi esterni.
In conclusione, appare chiaro che il caos non è frutto di coincidenze o errori politici, ma una strategia globale studiata per ridistribuire potere e ricchezza. I popoli sono sempre l’anello più debole, mentre interessi economici e politici si muovono senza sosta, sfruttando ogni crisi, ogni vulnerabilità e mantenendo la loro egemonia globale, trasformando il mondo intero in un palcoscenico permanente di caos gestito, dove le risate riempiono le sale dei politici e le lacrime dei popoli narrano le storie del caos globale plasmato dalle visioni dei pensatori occidentali dei loro sistemi, diventando la realtà costante vissuta da tutti i popoli del mondo, dalla Palestina all’Iran, dall’America Latina all’Africa, all’Asia e all’Europa.
Di Issam G. Awwad
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