09 Gennaio 2026
Petrolio Venezuela Fonte: X @somosbiz
Il voto del Senato e l’arma spuntata di Washington
Il recente voto del Senato degli Stati Uniti, che limita la possibilità per l’amministrazione Trump di ricorrere alla forza militare contro il Venezuela senza l’assenso del Congresso, rappresenta molto più di un passaggio procedurale. È un segnale politico chiaro: anche all’interno dell’establishment americano cresce la consapevolezza dei limiti strutturali dell’azione unilaterale. L’idea di una rapida “decapitazione” del governo bolivarista, seguita da un’insurrezione popolare, si è rivelata un azzardo strategico.
Tenuta interna venezuelana e fallimento strategico
Al netto di singole operazioni tattiche, anche riuscite sul piano tecnico, il quadro complessivo racconta altro. La coesione sociale del Venezuela, spesso sottovalutata nei circoli atlantisti, ha resistito. Questo non equivale a un’idealizzazione del sistema chavista, ma indica un dato di realtà: il consenso interno non è evaporato sotto la pressione esterna. In termini strategici, Washington ha investito capitale politico senza ottenere il risultato sperato, trasformando l’iniziativa in un potenziale boomerang di credibilità.
Petrolio, interessi e promesse mancate
Sul fronte economico, la lobby petrolifera statunitense ha fatto filtrare un messaggio inequivocabile: senza garanzie politiche solide, gli investimenti non partiranno. L’amministrazione ha promesso più di quanto fosse in grado di garantire. La metafora è fin troppo chiara: si è venduta la pelle dell’orso prima di averlo catturato. Caracas, al contrario, potrebbe uscire dalla crisi rafforzata, anche attraverso una gestione severa delle fratture interne.
Russia, Cina e Iran: cooperazioni che non arretrano
È illusorio pensare che il Venezuela riduca la propria cooperazione strategica con Russia, Cina e Iran per semplice pressione americana. Anzi, il venir meno dell’effetto sorpresa statunitense offre a Mosca e Pechino margini per una postura più assertiva, pur senza forzature. Da osservatore filorusso ma prudente, va detto che la Russia tende a muoversi con realismo, evitando escalation inutili, ma cogliendo ogni spiraglio utile per difendere i propri interessi.
Dottrina Monroe: un mito che scricchiola
La crisi venezuelana interroga direttamente la rinnovata retorica della Dottrina Monroe. Se gli Stati Uniti faticano a imporre un cambio di regime nel proprio “giardino di casa”, l’intero impianto egemonico rischia di apparire svuotato. Non è un caso che si ipotizzino mosse dimostrative altrove, forse verso Cuba, per recuperare un’immagine di forza. Ma l’immagine, da sola, non sostituisce la sostanza.
La distensione russo-americana è davvero finita?
Il capitolo più delicato riguarda il processo di distensione tra Russia e Stati Uniti. Alcuni analisti russi parlano apertamente di una fase conclusa, se non compromessa. Episodi recenti, come il sequestro di asset russi e l’aumento annunciato della spesa militare USA, alimentano sospetti e reazioni verbali eccessive. Tuttavia, una lettura fredda suggerisce cautela: la retorica non sempre coincide con una volontà reale di conflitto globale, che resterebbe catastrofico per tutti.
Europa smarrita e opinione pubblica divisa
In Europa, le reazioni appaiono inermi e contraddittorie. Più che in America Latina, lo shock si avverte nei palazzi di Bruxelles, incapaci di una linea autonoma. Sul piano interno, i popoli europei pagano una frammentazione ideologica che impedisce una risposta lucida: destra e sinistra si affrontano su simboli, dimenticando la posta in gioco strategica.
Tempi interessanti, ma pericolosi
La vicenda venezuelana potrebbe segnare un passaggio simbolico: la percezione che l’imperatore sia meno vestito di quanto si creda. Per la Russia, ciò non significa cercare lo scontro, bensì consolidare una linea di equilibrio multipolare. In un mondo sempre più instabile, la lezione è antica ma attuale: la potenza senza misura genera illusioni, e le illusioni, prima o poi, presentano il conto.
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