Israele, Paese sempre più isolato, sempre più pericoloso: si sta trasformando rapidamente in un regime autoritario su base nazionalista
La revoca delle autorizzazioni alle ONG umanitarie, l'espansione degli insediamenti illegali e le minacce di nuovi attacchi all'Iran disegnano il ritratto di uno Stato sempre più isolato e pericoloso che sta indirizzandosi sempre più verso inquietanti derive autoritarie. Mentre l'Europa assiste impotente
La revoca delle autorizzazioni alle ONG umanitarie, l'espansione degli insediamenti illegali e le minacce di nuovi attacchi all'Iran disegnano il ritratto di uno Stato sempre più isolato e pericoloso che sta indirizzandosi sempre più verso inquietanti derive autoritarie. Mentre l'Europa assiste impotente.
Via le ONG: non garantiscono “standard di trasparenza e sicurezza"
Dal primo gennaio 2026, 37 organizzazioni umanitarie internazionali - tra cui Medici Senza Frontiere, ActionAid, Oxfam, il Norwegian Refugee Council, non potranno più operare a Gaza. Devono evacuare il personale entro il primo marzo. La motivazione ufficiale del governo israeliano è paradossale nella sua sfrontatezza: queste ONG non garantirebbero "standard di trasparenza e sicurezza". Siamo di fronte a un'operazione di pulizia informativa che ricorda le peggiori dittature del Novecento. Chi documenta le violazioni dei diritti umani, chi testimonia le stragi di civili, chi fornisce cure mediche a centinaia di migliaia di palestinesi, diventa improvvisamente "non trasparente". MSF, che gestisce il 20% dei letti ospedalieri a Gaza e assiste un terzo di tutte le nascite, viene accusata di avere tra il personale operatori "legati ad Hamas", accuse prive di fondamento e di prove concrete ma sufficienti, per Israele, per giustificare l'espulsione (ricordate il caso UNRWA? Ecco, appunto). Il Ministro degli Affari della Diaspora Amichai Chikli ha dichiarato senza mezzi termini: "L'assistenza umanitaria è benvenuta, lo sfruttamento dei quadri umanitari per il terrorismo no". Siamo al capovolgimento orwelliano della realtà: chi soccorre i feriti diventa complice del terrorismo, chi bombarda ospedali difende la democrazia.
La colonizzazione procede, il mondo condanna invano e sottovoce
Come se non bastasse, il 22 dicembre il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato 19 nuovi insediamenti in Cisgiordania. Il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich – fanatico estremista di destra, ex colono, tempo addietro autodichiaratosi fascista, razzista e omofobo - ha rivendicato con orgoglio l'operazione: "Stiamo bloccando sul campo la creazione di uno Stato terrorista palestinese". Dal 2022, questo governo ha autorizzato o legalizzato 69 insediamenti. Quattordici Paesi - Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Islanda, Irlanda, Giappone, Malta, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna e Regno Unito - hanno condannato (o perlomeno ci hanno provato, a loro modo, alla luce della scarsissima rilevanza che ha avuto l’iniziativa di protesta) la decisione del governo israeliano in una dichiarazione congiunta: "Tali azioni unilaterali violano il diritto internazionale e rischiano di alimentare l'instabilità", hanno scritto. Hanno chiesto a Israele di "invertire questa decisione" e hanno ribadito il loro "impegno incrollabile per una pace globale, giusta e duratura basata sulla soluzione dei due Stati". La risposta del Ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar è stata dura e sprezzante, letteralmente sbattuta in faccia ai quattordici Paesi di cui sopra che, da quel momento in poi, non hanno avuto forza e coraggio di replicare ulteriormente (il che la dice tutta sulla presa che ha l’Europa su Israele): "I governi stranieri non limiteranno il diritto degli ebrei di vivere nella terra di Israele" (per precisione: non è terra di Israele, come ampiamente documentato dall’ONU, Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est sono territori palestinesi occupati da Israele). Una dichiarazione, quella del Ministro Saar, arrogante e prepotente, che rivela il vero progetto sionista: l'annessione definitiva dei territori occupati, cancellando ogni possibilità di uno Stato palestinese. L'ONU ha denunciato che l'espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania ha raggiunto il livello più alto almeno dal 2017. Simultaneamente, le operazioni militari israeliane e le demolizioni di case palestinesi hanno causato sfollamenti su larga scala. Funzionari dell'ONU e palestinesi avvertono che questi movimenti costituiscono deportazione forzata. Nel frattempo, gli attacchi dei coloni contro i palestinesi sono aumentati vertiginosamente: secondo l'OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs – Agenzia ONU che coordina la risposta umanitaria alle emergenze e ai disastri), son stati quasi 3.000 gli attacchi in soli due anni. Durante la raccolta delle olive - momento vitale per molte famiglie palestinesi – sono stati video-documentati coloni mascherati armati di mazze, bastoni e fucili che attaccano agricoltori palestinesi e attivisti israeliani solidali con loro.
L’Iran nel mirino: il rischio di una conflagrazione non solo regionale
Ma la vera bomba a orologeria è rappresentata dai piani di Netanyahu per nuovi attacchi contro l'Iran. Il Primo Ministro israeliano ha discusso la possibilità di colpire nuovamente Teheran durante l'incontro con Donald Trump del 29 dicembre a Mar-a-Lago. Secondo fonti americane e israeliane, Netanyahu ha presentato al Presidente americano le preoccupazioni di Tel Aviv sulla ricostruzione del programma missilistico iraniano e sulla possibile ripresa dell'arricchimento nucleare, entrambi danneggiati durante l’attacco israeliano del giugno scorso. Netanyahu vuole convincere Trump che l'Iran sta ricostruendo le sue capacità missilistiche balistiche. Il Primo Ministro israeliano ha presentato diverse opzioni:
Trump, dal canto suo, ha dichiarato che se l'Iran tentasse di ricostruire il suo programma nucleare, gli Stati Uniti lo distruggerebbero di nuovo. Ma ha anche espresso preferenza per un accordo diplomatico con Teheran. Il rischio è enorme: un nuovo round di bombardamenti contro l'Iran potrebbe non essere così facile da contenere politicamente come quello di giugno. Gli analisti avvertono che il calcolo politico per una guerra con l'Iran è più rilevante ora perché siamo più vicini alle elezioni di medio termine del novembre 2026, che decideranno il controllo del Congresso. La popolarità di Trump è ai minimi a causa della crisi dell'affordability (la crisi del costo della vita negli Stati Uniti, ovvero il fatto che beni essenziali come cibo, abitazione, energia, assicurazioni sanitarie, sono diventati troppo costosi rispetto ai salari) e delle divisioni tra i conservatori sulla politica estera. Ma i donatori pro-Israele che hanno finanziato la campagna di Trump, come Miriam Adelson (miliardaria americana di origine israeliana, vedova del magnate dei casinò Sheldon Adelson, una delle più grandi donatrici del Partito Repubblicano e sostenitrice di cause pro-Israele), eserciteranno pressioni contrarie. Il Presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha avvertito che l'Iran darà una risposta "dura" a qualsiasi atto di aggressione. Fonti israeliane hanno riferito ad Axios che il rischio maggiore è che scoppi una guerra tra Israele e Iran a seguito di un errore di calcolo, con ciascuna parte che pensa che l'altra stia pianificando di attaccare e cerca di anticiparla.
Il silenzio complice dell’Europa
E l'Europa? L'Unione Europea è divisa, paralizzata, impotente, sostanzialmente inutile e inefficace, oltre che iper-burocratizzata e costosissima. Ursula Von der Leyen, che subito dopo il 7 ottobre 2023 si precipitò a proiettare la bandiera israeliana sulla sede della Commissione Europea e a dichiarare il "pieno e inequivocabile sostegno" a Israele, ha poi tentato una timida correzione di rotta, fin troppo timida a mio parere. Nel suo discorso sullo Stato dell'Unione del settembre 2025 ha definito la situazione a Gaza come "catastrofica" e ha proposto sanzioni contro i ministri estremisti israeliani e i coloni violenti, oltre alla sospensione di alcuni accordi commerciali. Ma queste proposte richiedono l'unanimità dei 27 Stati membri e Paesi come Repubblica Ceca, Ungheria e Germania hanno già fatto intendere chiaramente che non daranno mai il loro consenso. A quel punto la Von der Leyen non ha assolutamente insistito, anzi, ha chiuso la sua valigetta di proposte di sanzioni contro Israele per non riaprirla mai più. Il risultato è un'Europa che condanna a parole ma non agisce, che esprime "preoccupazione" mentre Gaza viene distrutta e la Cisgiordania colonizzata. In pratica non si va oltre un bonario rimbrotto mentre i coloni devastano, rubano, stuprano e uccidono. E di conseguenza tutto questo fa sì che Israele lo intenda come disco verde alle proprie scorribande illegali, con il serio pericolo che nessuno riuscirà mai più a fermare annessioni e pesanti crimini che quotidianamente si ripetono a danno del popolo palestinese. Come ha scritto l'Alto Rappresentante UE Josep Borrell (uno dei pochi che ancora parla con franchezza): "Non ha senso darmi una cena stasera, se mi ucciderete domani". Un'affermazione che smonta l'ipocrisia europea: vantare gli aiuti umanitari a Gaza mentre si permette a Israele di bombardare, affamare, deportare, stuprare e uccidere, è cosa ridicola e disumana. Il sondaggio nell'opinione pubblica europea mostra una netta divergenza con le posizioni dei governi: nei Paesi Bassi, il 55% pensa che il governo dovrebbe essere più critico verso Israele. In Germania, il 61% ritiene che l'azione militare israeliana a Gaza non sia giustificata, alla luce dell'enorme numero di vittime civili. L'espulsione delle ONG è un classico delle dittature: eliminare i testimoni scomodi, impedire la documentazione dei crimini, creare una cortina informativa. L'espansione degli insediamenti procede con l'obiettivo esplicito di rendere impossibile uno Stato palestinese. Le minacce all'Iran mostrano una leadership disposta a rischiare una conflagrazione regionale (che facilmente potrebbe poi estendersi al resto del Pianeta) pur di mantenere l'egemonia militare. Netanyahu e i suoi ministri di estrema destra - Ben-Gvir e Smotrich in testa - non nascondono più i loro obiettivi. Non parlano più di "processo di pace" o "soluzione dei due Stati". Parlano apertamente di impedire la creazione di uno Stato palestinese, di espandere gli insediamenti, di colpire preventivamente ogni minaccia reale o percepita. L'ironia tragica è che tutto questo avviene con il tacito consenso, quando non con il sostegno attivo, di quelle stesse democrazie occidentali che predicano diritti umani e stato di diritto. Gli Stati Uniti continuano a fornire armamenti e copertura diplomatica. L'Europa condanna ma non sanziona, esprime preoccupazione ma non agisce. Nel frattempo, a Gaza 2 milioni di persone sopravvivono in condizioni disumane. Senza le ONG internazionali, senza accesso adeguato a cibo, acqua, medicine (le ONG espulse rappresentano milioni di consultazioni mediche, decine di migliaia di interventi chirurgici, distribuzione di cibo e acqua a centinaia di migliaia di persone. La loro assenza non creerà solo un vuoto umanitario, creerà un vuoto informativo. E in quel vuoto, nel silenzio dei testimoni espulsi, potranno accadere cose ancora peggiori. Senza che nessuno le veda. Senza che nessuno le documenti. Senza che nessuno possa dirci cosa stia realmente accadendo a Gaza), abbiamo: più di 71.000 palestinesi uccisi dal 7 ottobre 2023, un sistema sanitario distrutto, una popolazione terrorizzata e affamata. In Cisgiordania, oltre 1.100 palestinesi uccisi negli ultimi due anni, 11.000 feriti, 21.000 arrestati. Attacchi quotidiani dei coloni protetti dall'esercito israeliano. Demolizioni di case, confische di terra, violenza sistematica.
La vera domanda
La domanda che dobbiamo porci è semplice ma terrificante: fino a che punto può spingersi Israele prima che la comunità internazionale reagisca davvero?Quanti palestinesi devono ancora morire? Quante violazioni del diritto internazionale devono accumularsi? Quante ONG devono essere espulse, quanti insediamenti illegali costruiti, quante guerre scatenate? O forse la risposta è ancora più inquietante della stessa domanda: non c'è limite. Perché Israele ha capito una lezione fondamentale, ovvero può fare quello che vuole. Può violare il diritto internazionale, può colonizzare territori occupati, può bombardare civili, può espellere gli osservatori internazionali, può minacciare guerra dopo guerra. E la comunità internazionale continuerà a esprimere "preoccupazione", a chiedere "moderazione", a proporre "sanzioni" che non verranno mai approvate. Questo è il vero volto del nuovo Israele: uno Stato che considera se stesso al di sopra delle leggi internazionali (Smotrich lo ha anche dichiarato apertamente e pubblicamente, tra l’altro), che trasforma la sicurezza in una giustificazione per qualsiasi crimine, che equipara la resistenza all’occupazione e la critica all'antisemitismo al terrorismo (nel recente passato i vertici politici israeliani hanno accusato di antisemitismo addirittura l’ONU e Papa Francesco). E il mondo, impotente e spesso colluso, assiste. Così l'Europa si divide, l'America sostiene, l'ONU denuncia invano. Tutto ciò mentre Gaza muore e la Cisgiordania viene cancellata dalla carta geografica. Benvenuti nel 2026: l'anno in cui avremo smesso di fingere che esista ancora una soluzione. L'anno in cui Israele avrà definitivamente scelto l'apartheid, l'espansionismo e l'autoritarismo. L'anno in cui il mondo ancora una volta avrà guardato altrove.
Di Eugenio Cardi