La deportazione dell’Imam di Torino Shahin e il controllo di polizia su Thiago Avila: la deriva autoritaria dell'Italia meloniana
Due casi emblematici della repressione contro chi sostiene la Palestina
In pochi giorni, l'Italia ha mostrato al mondo il suo volto più autoritario: un imam incensurato, Mohamed Shahin, è stato prelevato dalla sua casa di Torino, rinchiuso nel CPR di Caltanissetta e messo in attesa di deportazione verso l'Egitto (dove rischierebbe seriamente la vita se effettivamente deportato), mentre l'attivista brasiliano Thiago Avila è stato perquisito nella sua stanza d'albergo a Genova dalla polizia, appena arrivato in Italia per partecipare alle manifestazioni in solidarietà con la Palestina.
Il caso Shahin: quando la solidarietà diventa reato
Due episodi quelli su riportati che, lungi dall'essere casuali, rivelano un disegno sistematico di intimidazione e repressione contro chiunque osi denunciare il genocidio in corso a Gaza. Mohamed Shahin non è un criminale. Vive in Italia da vent'anni, è incensurato, è un punto di riferimento della comunità islamica torinese, impegnato nel sociale, nel dialogo interreligioso, nella mediazione culturale. Ha moglie e figli, una famiglia radicata e una vita pienamente integrata. Il suo unico "crimine"? Aver definito l'attacco del 7 ottobre 2023 come una reazione ad anni di occupazione durante una manifestazione pro Palestina del 9 ottobre.
Per questa affermazione — che rientra pienamente nel campo della libertà di espressione politica — la deputata torinese di FdI Augusta Montaruli, già condannata in Cassazione per peculato, ha usato lo scranno parlamentare per chiedere la testa di Mohamed Shahin, accusandolo di connivenza col terrorismo. E il Ministro Matteo Piantedosi ha immediatamente obbedito, firmando personalmente il decreto di espulsione.
Il meccanismo è rivelatore della deriva in atto: prima si revoca il permesso accampando timori per la sicurezza dell'ordine pubblico nazionale, poi si decide l'espulsione per portare la persona in un CPR da cui possa essere deportata o in cui venga comunque messa a tacere. Una procedura che aggira ogni garanzia giuridica, trasformando la detenzione amministrativa in uno strumento di repressione politica.
L'Egitto: una Condanna a Morte mascherata
Se espulso in Egitto, Shahin è realmente in pericolo: potrebbe essere torturato o ucciso, violando le norme internazionali sul diritto d'asilo. Non è un caso che l'avvocato Vitale abbia dichiarato: "per reato di istigazione semmai si apre un procedimento penale in Italia", evidenziando l'arbitrarietà di un provvedimento che bypassa ogni iter giudiziario. Il messaggio è chiaro e agghiacciante: proprio ora che l'attenzione mediatica su Gaza cala, partono le ritorsioni contro chi, in questi due anni, ha denunciato il genocidio in corso. C'è un clima evidente: la pressione delle lobby sioniste, l'obbedienza cieca di esponenti del governo e una crescente islamofobia istituzionale.
Thiago Avila: la sorveglianza poliziesca sui dissidenti
Thiago Avila è una figura internazionale del movimento di solidarietà con Gaza. Portavoce della Gaza Freedom Flotilla Coalition, ha coordinato campagne per i diritti umani, contro la fame, in difesa della foresta amazzonica. È stato arrestato e detenuto da Israele per aver cercato di portare aiuti umanitari a Gaza, ha subito aggressioni fisiche, minacce dai cani, privazione del sonno, maltrattamenti psicologici di ogni genere nelle carceri israeliane. Arrivato a Genova il 27 novembre per partecipare allo sciopero generale del 28 e alla manifestazione nazionale del 29 a Roma, Avila ha ricevuto una visita inaspettata dalla polizia. "Ero tornato in stanza mentre gli altri stavano ancora cenando. Hanno bussato alla porta, pensavo fossero Greta o altri. Invece era la polizia italiana. Hanno perquisito la mia stanza anche se non sono stati irrispettosi. Mi hanno trattato bene, ma volevano sapere di più su cosa facessi qui e sul mio itinerario di viaggio in Europa". La giustificazione ufficiale? Un "alert alloggiati" dalle autorità spagnole tramite nota Schengen. Ma la sostanza è evidente: i governi di estrema destra, che sono complici del genocidio compiuto dallo Stato occupante di Israele a danno del popolo palestinese di Gaza, esattamente come l'Italia che figura come il terzo Paese al mondo fornitore di armamenti ad Israele subito dopo USA e Germania, cercano di fermare, criminalizzandoli, i movimenti sociali e i sindacati che evidentemente correttamente e democraticamente si oppongono a tale scandaloso e disumano atteggiamento di supporto e complicità con uno Stato – Israele – che da decenni occupa militarmente con estrema violenza territori non propri e che non rispetta - come non ha mai rispettato - il Diritto Internazionale e ogni Convenzione in materia di Diritti Umani.
Il contesto internazionale: l'Italia nel novero dei Paesi repressivi
Questi due episodi si inseriscono in un quadro europeo sempre più preoccupante. Un'Italia che corre il concreto rischio di avvicinarsi sempre più alla Germania, il cui modello di criminalizzazione e repressione dell'attivismo di solidarietà con la Palestina è già stato stigmatizzato da esperti delle Nazioni Unite. Il DDL Gasparri, attualmente in discussione, minaccia di completare questo disegno repressivo. L'inserimento dell'antisionismo come forma di antisemitismo comporterebbe la criminalizzazione della critica politica verso Israele e potrebbe colpire attivisti, studenti e ONG che hanno denunciato i bombardamenti su Gaza o l'occupazione dei territori palestinesi. Come osserva l'Osservatorio Repressione, il DDL Gasparri aprirebbe la strada a un controllo ideologico nei campus e a procedimenti disciplinari contro chi organizza dibattiti o sit-in pro-Palestina. La censura è già in atto: come già successo nel Regno Unito, si arriverebbe a censurare conferenze universitarie, indagare professori e delegittimare ONG, tra cui Amnesty International, per aver definito Israele uno Stato di apartheid.
Le mobilitazioni: una risposta massiccia alla repressione
Nonostante la repressione, o forse proprio a causa di essa, le piazze italiane hanno risposto con una forza straordinaria. Allo sciopero generale del 28 novembre a Genova hanno partecipato ventimila persone, tra cui Greta Thunberg, Francesca Albanese, Thiago Avila, Yanis Varoufakis e Chris Hedges, insieme ai portuali del Calp. Il 29 novembre, la manifestazione nazionale a Roma ha visto decine di migliaia di persone sfilare da Porta San Paolo a Piazza San Giovanni, con in testa Francesca Albanese, Thiago Avila e Greta Thunberg. In entrambe le giornate, a Torino, sotto il tribunale, interventi e azioni hanno chiesto la liberazione di Mohamed Shahin. Tutta Torino è al fianco di Mohamed e la sua liberazione è stata una questione trasversale in ogni spezzone. Francesca Albanese ha dichiarato: "Oggi Genova, in qualche modo, ci sta ricordando che unendosi si è più forti, non solo per aumentare la coscienza e la conoscenza di quello che sta accadendo in Palestina, ma anche per fare chiarezza sulle attuali manovre di questo governo".
La reazione internazionale
La repressione italiana non è passata inosservata a livello internazionale. Secondo Brussels Signal, la deportazione di Shahin riflette un significativo cambiamento nell'approccio tradizionale dell'Italia, storicamente simpatizzante della causa palestinese. I sindacati internazionali si sono mobilitati. Fabio Santoro del sindacato SI COBAS ha dichiarato a un incontro internazionale: "Questa è la vendetta dello Stato contro Mohamed. Rischierebbe di essere torturato e ucciso come oppositore del governo egiziano, per il sostegno che ha mostrato a una Palestina libera durante le manifestazioni degli ultimi due anni. Questo è uno dei peggiori attacchi repressivi finora e un messaggio di intimidazione a tutti gli immigrati da parte del governo italiano". Amnesty International ha lanciato nel luglio 2025 un rapporto sullo stato di salute del diritto di protesta in 21 paesi europei, mettendo in evidenza l'attacco senza precedenti al diritto di protesta pacifica in Europa, descrivendo un modello europeo di repressione.
Cosa pensa il Mondo di questa preoccupante deriva italiana?
All'estero, la deriva autoritaria italiana viene osservata con preoccupazione crescente. L'episodio riflette non solo un caso individuale ma una politica più ampia volta a limitare l'influenza dell'Islam politico all'interno della crescente popolazione musulmana italiana. Il cielo che incombe su chi si esprime e si mobilita – sia in Italia che altrove – per la causa palestinese è in questo momento più che mai plumbeo. Uno scenario di fronte al quale si rende assolutamente necessario continuare a informarsi, informare e attivarsi concretamente. La criminalizzazione mirata di determinati gruppi di attivisti, come nel caso del movimento in solidarietà con la Palestina, è uno degli aspetti cruciali che emergono come elemento comune dal rapporto di Amnesty International. Una delle tendenze europee più preoccupanti riguarda la crescente stigmatizzazione da parte di autorità e media mirata a delegittimare chi manifesta. Come osserva un'attivista palestinese cresciuta in Italia, in Italia, politici di tutto lo spettro politico – dall'estrema destra alla cosiddetta sinistra progressista – adottano sempre un linguaggio cauto e edulcorato quando criticano Israele.
La storia ci sta osservando. E questa volta, nessuno potrà dire: non sapevo
Le mobilitazioni devono continuare e intensificarsi. Come dicono gli attivisti: "Mohamed è stato arrestato dopo due anni di mobilitazioni in cui non ha mai smesso di esporsi pubblicamente contro il genocidio in corso in Palestina". Dobbiamo essere tutti Mohamed Shahin. Dobbiamo essere tutti Thiago Avila.
Di Eugenio Cardi