Referendum giustizia 2026, avv Mario Pellegrino al GdI: “Sì a separazione delle carriere, rendere processo equo tra accusa e difesa”

Secondo l'avvocato penalista e membro dell'UCID di Latina, Mario Pellegrino, intervistato dal Giornale d'Italia, il referendum sulla separazione delle carriere sarebbe necessario affinchè accusa e difesa siano su un piano di parità e il giudice sia davvero terzo

Mario Pellegrino, avvocato penalista e vicepresidente dell’UCID di Latina, è intervenuto sul tema del Referendum sulla Giustizia 2026. Il penalista, intervistato dal Giornale d’Italia, ha dichiarato di essere favorevole alla separazione delle carriere, in modo tale da avere un processo equo, soprattutto tra accusa e difesa.

Referendum giustizia 2026, avv Mario Pellegrino al GdI: “Sì a separazione delle carriere, rendere processo equo tra accusa e difesa”

Cosa ne pensa del Referendum sulla giustizia che si terrà a marzo 2026?

"Sono 40 anni che faccio questo mestiere di avvocato penalista. Ho fatto parte di una Camera penale e di altre realtà associative: è una battaglia che noi avvocati portiamo avanti da sempre. Ora le spiego perché.

Ho iniziato questa professione nel 1985. All’epoca esisteva un altro tipo di processo penale, regolato dal Codice Rocco: un processo di tipo inquisitorio, caratterizzato dal segreto istruttorio, che impediva alle parti di partecipare realmente fino al momento del giudizio. Era un modo completamente diverso di amministrare la giustizia penale in Italia.

Con la riforma Vassalli del 1989 si è modificato il Codice di procedura penale e il rito è passato, almeno formalmente, da inquisitorio ad accusatorio, pur con differenze rispetto al modello americano. Ad esempio, noi difensori non abbiamo le stesse possibilità investigative del pubblico ministero: possiamo svolgere indagini difensive, ma in modo molto limitato. Il pubblico ministero può avvalersi di Guardia di Finanza, Carabinieri e Polizia, può disporre perquisizioni e sequestri; se io so che in un luogo c’è una prova dell’innocenza del mio assistito, non posso certo entrare a cercarla. Già questo dimostra che una piena parità non esiste.

Il Codice dell’89 ha però stabilito un principio fondamentale: il giudice che decide deve essere un giudice terzo. Accusa e difesa sono le due parti del processo e, almeno sul piano teorico del rito accusatorio, dovrebbero essere poste sullo stesso livello, così da consentire al giudice di decidere in modo imparziale sulla base delle prove formatesi nel dibattimento.

Il problema è che il pubblico ministero è un magistrato esattamente come il giudice: fanno parte dello stesso ordine, rispondono agli stessi organi di autogoverno, seguono la stessa carriera e fanno riferimento al medesimo Consiglio Superiore della Magistratura. Questo crea un’evidente commistione. Quando un processo finisce, il pubblico ministero e il giudice possono tranquillamente andare a prendere un caffè insieme, cenare, fare un weekend fuori. Io, come avvocato, no. Questo non è un dettaglio irrilevante.

Basti pensare al caso Palamara, che ha fatto emergere il sistema delle correnti e delle spartizioni interne alla magistratura. La separazione delle carriere, in sé, non spaventa i magistrati sul piano teorico: chiunque di buon senso capisce che non può esistere un arbitro che sia anche parente di una delle squadre. L’opposizione nasce perché questa riforma, istituendo due Consigli Superiori separati e un organo di Alta Giustizia, spezzerebbe definitivamente quel sistema di correnti e di accordi interni che oggi condizionano le nomine e le carriere.

È bene ricordare che nessuno tocca l’articolo 104 della Costituzione, che garantisce l’indipendenza della magistratura, né l’articolo 111. Questa riforma referendaria non incide sulle garanzie costituzionali: i giudici restano liberi e indipendenti, non condizionabili da nessuno, tantomeno dalla politica. Si tratta semplicemente di dare piena attuazione a ciò che Vassalli voleva nel 1989: un processo realmente accusatorio, in cui accusa e difesa siano su un piano di parità e il giudice sia davvero terzo, senza appartenere alla carriera né dell’una né dell’altra parte. Francamente, non mi sembra un concetto così complicato".

Chi “tifa” per il no sostiene che con questo Referendum ci sia il rischio di assoggettare la magistratura all’Esecutivo. Ma è davvero così?

"Assolutamente no. L’articolo 104 della Costituzione stabilisce chiaramente che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. E non mi risulta che ci sia alcun referendum per modificarlo.

Perché mai un pubblico ministero, dotato di un proprio Consiglio Superiore e sottoposto, in caso di problemi disciplinari, a un organo di Alta Giustizia, dovrebbe essere condizionato dall’Esecutivo? In che modo concreto avverrebbe questo assoggettamento? Dovrebbero dirgli di non fare un’indagine? Siamo di fronte a falsi problemi, agitati senza alcun fondamento reale.

Anzi, vorrei ricordare che nei sistemi accusatori puri, come quello statunitense, il pubblico ministero è eletto dal popolo: quello sì che è un soggetto politico, perché deve rispondere agli elettori. In Italia, invece, il pubblico ministero è diventato magistrato per una scelta storica che risale al periodo fascista: fu Mussolini a volerlo così, per mantenere il controllo sull’azione penale.

Sostenere che, separando le carriere, il pubblico ministero non potrebbe più indagare è semplicemente privo di senso. È un argomento che può convincere chi non conosce il funzionamento della giustizia, ma non ha alcuna base giuridica o logica".

La separazione delle carriere renderebbe il processo più equilibrato tra accusa e difesa?

"Assolutamente sì, ed è quello che tutti noi auspichiamo. Nel momento in cui il pubblico ministero non fa più parte della stessa carriera del giudice che decide, ma diventa a tutti gli effetti una parte del processo — come lo è la difesa — il giudice non avrà più alcun rapporto che non sia esclusivamente professionale né con l’avvocato né con il pubblico ministero.

È vero che il codice prevede l’astensione e la ricusazione del giudice in caso di rapporti personali troppo stretti. Se un magistrato fosse un mio carissimo amico, con cui pranza e cena abitualmente, dovrebbe astenersi da un processo in cui io difendo un imputato. È giusto. Ma allora perché questo principio non dovrebbe valere in modo strutturale nei rapporti tra giudici e pubblici ministeri, che condividono carriera, uffici, percorsi professionali e spesso frequentazioni quotidiane? La separazione delle carriere serve proprio a prevenire questo problema 'alla radice'.

Infine, va chiarito un equivoco: questa riforma non serve a velocizzare i processi né a risolvere tutti i mali della giustizia. I problemi della giustizia italiana sono altri: carenze di organico, mancanza di magistrati e cancellieri, inefficienze organizzative, necessità di digitalizzazione. Tutto questo è fondamentale, ma è un altro discorso.

Qui il punto è diverso: si tratta di costruire processi più giusti, più equilibrati, in cui accusa e difesa possano svolgere pienamente il proprio ruolo, sapendo che a decidere è un giudice realmente terzo e imparziale rispetto a entrambe le parti".

Di Lorenzo Peretti