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Il caso Erfan Soltani condannato a morte in Iran per il reato di “inimicizia contro Dio”: ecco cosa rischia chi partecipa alle proteste in queste ore

Accusato di moharebeh per aver partecipato alle proteste, il giovane ventiseienne sarebbe stato condannato a morte. Un’accusa prevista dal Codice Penale Islamico che, nelle recenti repressioni, viene usata per colpire il dissenso politico

14 Gennaio 2026

Il caso Erfan Soltani condannato a morte in Iran per il reato di “inimicizia contro Dio”: come funziona la legge islamica e cosa c'è dietro

Erfan Soltani è uno dei nomi più cercati online nelle ultime ore. Nella foto che circola sui media ricambia il nostro black mirror con la barba corta e uno sguardo incerto, tipico della generazione a cui appartiene. Ma dietro quell’immagine si cela una vicenda ben più oscura.

Secondo informazioni trapelate e riportate dalla BBC, Soltani sarebbe stato condannato a morte dalle autorità iraniane. Il giovane sarebbe stato arrestato lo scorso giovedì nella città di Fardis, dopo aver preso parte alle proteste antigovernative. In seguito all’arresto, la famiglia sarebbe stata informata dell’esecuzione, che, secondo quanto riferito da fonti non ufficiali, sarebbe avvenuta proprio oggi.

Il blackout informativo imposto dal governo rende estremamente difficile verificare lo stato di detenzione del giovane e di altri manifestanti che potrebbero trovarsi in condizioni analoghe.

Nel diritto penale iraniano, uno dei capi d’accusa più frequentemente contestati ai manifestanti è quello di moharebeh (محاربه), traducibile come “inimicizia contro Dio”. Il reato è previsto dal Codice Penale Islamico e nasce all’interno della giurisprudenza sciita, dove il diritto non è mai del tutto separato dall’ideologia dello Stato.

L’articolo 279 del Codice Penale Islamico definisce moharebeh la condotta di chi “impugna armi con l’intento di seminare paura e compromettere la sicurezza pubblica”. Nella pratica giudiziaria degli ultimi anni, tuttavia, questa definizione è stata progressivamente ampliata. L’uso delle armi non è più un requisito necessario: ciò che conta è la percezione della minaccia.

Ed è qui che il reato assume contorni difficilmente comprensibili per un osservatore occidentale. Le sanzioni previste per la moharebeh sono tra le più severe dell’intero ordinamento iraniano: la pena di morte, la crocifissione, l’amputazione incrociata di mani e piedi o l’esilio forzato.

Durante le più recenti ondate di protesta, l’accusa di moharebeh è stata contestata anche a manifestanti accusati di aver partecipato a cortei non autorizzati, di aver bloccato strade o infrastrutture, o di aver intrattenuto contatti, reali o presunti, con gruppi considerati ostili al regime. In questo quadro, il dissenso viene trattato come una minaccia alla sicurezza nazionale e, di conseguenza, come un crimine capitale.

Secondo quanto riportato da fonti giornalistiche internazionali, anche Erfan Soltani sarebbe stato accusato di moharebeh in relazione alla sua partecipazione alle proteste. Se confermata, l’accusa collocherebbe il suo caso all’interno di una prassi ormai consolidata, in cui il diritto penale diventa il canale attraverso cui la repressione politica assume una forma legale.

Accanto alla moharebeh, un’altra imputazione ricorrente è quella di efsad-e fel-arz (“corruzione sulla terra”), anch’essa punibile con la pena di morte. Questa fattispecie viene utilizzata per colpire comportamenti ritenuti capaci di minare l’ordine politico e morale della Repubblica Islamica, ampliando ulteriormente il potere discrezionale di chi vuole che questa terra sia soggetta ad un unico e solo potere, che non è quello di Dio per quanto imbrattato angosciamente in queste scritture liberticide.

 

 

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