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Accordo UE–Mercosur

La sovranità alimentare tradita: Mercosur, il voto italiano, la complicità della Coldiretti silente e ambigua, le proteste postume per non perdere il consenso degli associati.

Il via libera italiano sblocca l’intesa e apre all’importazione di derrate a basso costo: redditi agricoli sotto pressione, filiere indebolite e proteste tardive di una rappresentanza che ha scelto il silenzio fino all’ultimo.

12 Gennaio 2026

La sovranità alimentare tradita: Mercosur, il voto italiano, la complicità della Coldiretti silente e ambigua, le proteste postume per non perdere il consenso degli associati.

Il via libera italiano all’accordo UE–Mercosur non è stato un passaggio tecnico né una formalità diplomatica. È stato un atto politico decisivo, che ha consentito il raggiungimento della maggioranza qualificata in Consiglio, isolando la Francia e gli altri Paesi contrari. Senza il voto favorevole dell’Italia, la Commissione non avrebbe avuto la forza di procedere. Con quel voto, invece, il dossier è stato sbloccato e consegnato alla gestione della Commissione guidata da Ursula von der Leyen, con la prospettiva di una firma rapida e di un’applicazione anticipata dell’accordo.

La responsabilità politica di questa scelta ricade direttamente sul governo guidato da Giorgia Meloni. Per comprenderne la portata, però, occorre uscire dal linguaggio astratto dei trattati e tradurre il Mercosur in numeri concreti, confrontandoli con il reddito reale dell’agricoltura italiana.

Il punto rimosso dal dibattito pubblico

Negli ultimi quindici anni all’agricoltore europeo è stato chiesto di sostenere un carico crescente di obblighi senza precedenti: riduzione drastica di fitofarmaci e fertilizzanti, vincoli sempre più stringenti sul benessere animale, norme ambientali pervasive, controlli continui, certificazioni, adempimenti burocratici che assorbono tempo, risorse e capitale. Tutto questo ha avuto un costo reale, che si è scaricato interamente sulle aziende agricole.

Queste politiche sono state presentate come una scelta “di civiltà”, come un investimento sul futuro, con la promessa implicita che la sostenibilità sarebbe stata riconosciuta e premiata dal mercato. Ma quella promessa non è mai stata mantenuta. Mentre agli agricoltori europei venivano imposti vincoli sempre più stringenti, l’Unione ha continuato a perseguire una strategia di apertura commerciale globale, senza pretendere una reale convergenza degli standard produttivi.

Il risultato è una contraddizione strutturale: l’agricoltore europeo viene messo in concorrenza diretta con produzioni provenienti da Paesi dove molti dei principi che qui sono obbligatori semplicemente non esistono. In Sud America sono consentiti pesticidi vietati da anni in Europa, i costi ambientali vengono esternalizzati, i sistemi di controllo e tracciabilità non sono comparabili, la legislazione sul lavoro è meno onerosa e l’organizzazione produttiva si fonda su economie di scala gigantesche. In questo contesto, la sostenibilità smette di essere un valore e diventa un handicap competitivo.

Il Mercosur non corregge questa asimmetria: la cristallizza. Trasforma scelte politiche interne – ambientali, sanitarie, sociali – in un costo secco per gli agricoltori europei, senza costruire alcuna protezione esterna. È per questo che parlare di “reciprocità” è fuorviante: non si può parlare di reciprocità quando i sistemi normativi, i costi di produzione e i modelli agricoli sono strutturalmente divergenti ed a discapito degli agricoltori ed allevatori europei.

I numeri dell’agricoltura italiana: il termine di paragone

L’agricoltura italiana oggi vive su equilibri fragili:

-Reddito agricolo netto complessivo: circa 37–38 miliardi di euro annui

-Numero di aziende agricole: circa 1,1 milioni

-Reddito medio per azienda: 33–35.000 euro l’anno

-Reddito medio per addetto agricolo: 22–25.000 euro l’anno

Questi non sono extraprofitti: sono redditi che devono remunerare lavoro, rischio, investimenti e indebitamento. Basta una perdita di 3–5.000 euro l’anno per rendere non sostenibile una gran parte delle aziende.

Carne bovina: una leva di prezzo da centinaia di milioni

L’accordo Mercosur prevede una quota di 99.000 tonnellate annue di carne bovina importabile con dazio ridotto al 7,5%. Ai prezzi medi di importazione, questa quota vale 400–450 milioni di euro l’anno.

In apparenza è “solo” circa l’1,5% della produzione europea. In realtà è una leva di mercato potentissima. Quella carne, prodotta con costi molto inferiori e standard non equivalenti, diventa il prezzo di riferimento per l’industria e la grande distribuzione.

Una riduzione anche solo del 5% dei prezzi alla stalla significa centinaia di milioni di euro sottratti ogni anno alla filiera europea. Rapportata all’Italia, la sola quota Mercosur equivale al reddito annuo di circa 18–20.000 allevatori bovini. Non è una statistica: è una redistribuzione di reddito.

Pollame: l’impatto più rapido e distruttivo

Nel settore avicolo l’effetto è ancora più diretto. Il Mercosur apre a 180.000 tonnellate di pollame duty-free, che si aggiungono a circa 293.000 tonnellate già importate. Il totale potenziale supera 470.000 tonnellate, per un valore economico compreso tra 850 milioni e 1 miliardo di euro l’anno.

Il pollame è una filiera ultra-industrializzata, con margini netti spesso inferiori al 3–4%. Basta una compressione minima dei prezzi per azzerare la redditività. Qui non esiste gradualità: l’industria cambia fornitore, il prezzo scende e gli allevamenti europei escono dal mercato in pochi mesi, trascinando con sé occupazione e indotto.

Latte e latte in polvere: l’emorragia silenziosa

Il vero nodo non è il latte fresco, ma il latte in polvere e i derivati, che viaggiano su prezzi medi di 2.500–3.000 euro a tonnellata. Anche volumi relativamente contenuti valgono centinaia di milioni di euro.

In Italia il valore della produzione lattiero-casearia è di circa 16 miliardi di euro. Se il prezzo del latte alla stalla scende anche solo di 2 centesimi al litro, la perdita per la filiera italiana supera 300 milioni di euro l’anno. Il latte in polvere importato diventa l’arma contrattuale dell’industria per impedire qualsiasi recupero dei prezzi. Le stalle non chiudono tutte insieme, ma una alla volta, fino a rendere strutturale la dipendenza dall’estero.

Riso: pochi milioni, effetti concentrati

Per il riso è prevista una quota di 60.000 tonnellate duty-free, pari a circa l’1,4% del consumo UE, con un valore stimato di 30–40 milioni di euro l’anno. Può sembrare poco, ma il valore della produzione risicola italiana è di circa 1,2 miliardi di euro ed è concentrato in territori specifici.

Il riso sudamericano entra nei trasformati e nella ristorazione, erodendo i volumi del riso europeo. Senza volumi, la filiera non regge: diminuiscono le superfici coltivate, si perdono infrastrutture, competenze e presidio del territorio. È una crisi che non fa rumore, ma è definitiva.

Chi guadagna e chi ci rimette

Sommando bovino, pollame, latte e riso, il Mercosur trasferisce oltre 1,3–1,5 miliardi di euro l’anno di potere contrattuale verso: grande industria alimentare, importatori, grande distribuzione, multinazionali delle materie prime.

A rimetterci sono gli agricoltori. Quelle cifre equivalgono al reddito annuo di 40–50.000 aziende agricole italiane. Non tutte chiuderanno subito, ma molte smetteranno di investire, poi ridurranno l’attività, infine usciranno dal mercato.

In questo quadro, le proteste tardive e ambigue di alcune organizzazioni di rappresentanza, a partire da Coldiretti, appaiono insufficienti. La partita decisiva si giocava prima del voto italiano.

Una scelta strutturale

Il Mercosur non è un accordo temporaneo. È una scelta strutturale di politica economica che accetta di sacrificare l’agricoltura europea e italiana in cambio di vantaggi per industria e finanza globale. Il voto italiano ha avuto un ruolo decisivo in questa svolta. Le conseguenze non resteranno a Bruxelles: si misureranno nei redditi che scompaiono, nelle aziende che chiudono e in una sovranità alimentare sempre più fragile .

A rendere il quadro ancora più paradossale è il nome stesso attribuito all’attuale Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste. Un’intitolazione solenne che, alla prova dei fatti, rischia di apparire come una presa in giro per i cittadini e ancor più per i produttori agricoli italiani. Mentre si rivendica a parole la “sovranità alimentare”, si avalla nei fatti un accordo che aumenta la dipendenza dall’estero, indebolisce la produzione interna e trasferisce reddito e potere contrattuale fuori dai confini nazionali ed europei. Una contraddizione che non è solo semantica, ma politica: perché chiamare sovranità ciò che, nelle scelte concrete, viene sistematicamente eroso significa svuotare il concetto stesso di ogni credibilità agli occhi di chi, quella sovranità, dovrebbe garantirla producendo cibo ogni giorno.

 

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