Dalla storia delle grandi monete dominanti al presente americano: come il potere del dollaro ha reso possibile la globalizzazione e perché oggi gli Stati Uniti cercano di difenderlo con nuove barriere.
12 Gennaio 2026
L’economia mondiale viene spesso raccontata come una questione tecnica, fatta di numeri e decisioni prese da istituzioni lontane. In realtà, alla base di tutto c’è un meccanismo molto semplice e profondamente umano: la fiducia nel tempo. Lavoriamo oggi perché crediamo che il salario di domani servirà ancora a qualcosa. Accettiamo una moneta perché siamo convinti che qualcun altro la accetterà dopo di noi. Quando questa fiducia è stabile, l’economia cresce. Quando si incrina, il sistema non crolla subito: si logora dall’interno.
Il dollaro oggi si trova esattamente in una fase critica. Non è in caduta, ma è sotto pressione. E i dazi introdotti negli Stati Uniti dal 2025 sotto Donald Trump non sono una rottura improvvisa dell’ordine globale: sono una risposta politica a un equilibrio diventato troppo costoso da sostenere senza correttivi.
Bretton Woods: quando il mondo sceglie il dollaro per avere stabilità
Per capire come siamo arrivati a questa situazione bisogna tornare nel 1944, Conferenza monetaria e finanziaria delle Nazioni Unite, a Bretton Woods (USA) alla quale parteciparono 44 paesi vincitori della guerra (tra i quali anche l’URSS la quale firmò gli accordi ma non li ratificò, Cina, India, Brasile) . Il mondo stava uscendo da due guerre mondiali e da una crisi economica devastante. I Paesi avevano imparato che senza regole monetarie stabili il commercio si bloccava, le crisi si moltiplicavano e la sfiducia diventava sistemica.
Tra la Prima e la Seconda guerra mondiale, infatti, il commercio internazionale aveva sofferto perché mancava una regola monetaria stabile. In pratica, per gli operatori economici i margini di aleatorietà delle proprie iniziative economiche erano sottoposti a circostanze imprevedibili dovute al fatto che i cambi tra valute oscillano violentemente; gli Stati svalutavano “a sorpresa” la propria valuta per favorire le proprie esportazioni; i controlli sui capitali e i blocchi dei pagamenti impedivano di incassare i propri crediti; l’incertezza diffusa rendeva rischioso firmare contratti a lungo termine ovvero investire in filiere internazionali.
Era necessario, quindi, “rendere il commercio più prevedibile” ossia ridurre il rischio che le regole cambiassero troppo repentinamente mentre le operazioni commerciali erano ancora in corso. E ciò in quanto senza prevedibilità, gli scambi si riducono o diventano più costosi (assicurazioni, margini di sicurezza, scorte, contratti più brevi).
Inoltre sul finire della seconda guerra mondiale l’Europa era in macerie, l’Asia era stremata, le vecchie potenze coloniali erano indebitatissime mentre gli Stati Uniti, erano l’unico grande Paese industriale: intatto, produttivo, creditore nei confronti dei paesi sconfitti e dei propri alleati e detentore di oltre il 70% delle riserve auree mondiali, (circa 20.000 tonnellate di oro) e da soli producevano all’epoca oltre il 50% del PIL mondiale.
Nel dopo guerra, pertanto, quando l’economia mondiale doveva ricominciare a commerciare, ricostruire, investire, occorreva trovare delle certezze economiche. Serviva una moneta stabile, affidabile, disponibile in quantità sufficiente da poter essere utilizzata nella maggior parte degli scambi commerciali mondiali. Quella moneta era il dollaro. Non perché era la “migliore” in astratto, ma perché era l’unica che poteva reggere il peso del mondo in quel momento storico. Cosicché Il dollaro diventò la valuta centrale per il commercio mondiale perché, in quel momento storico, gli Stati Uniti erano la potenza industriale e finanziaria dominante A Bretton Woods si costruì, quindi, un sistema semplice: le valute vennero agganciate al dollaro e il dollaro all’oro e si crearono istituzioni di supporto e sorveglianza per rendere quel sistema credibile e governabile(il Fondo Monetario Internazionale con il compito di garantire la stabilità dei cambi e fornire assistenza finanziaria agli Stati in difficoltà e la Banca Mondiale con il compito di finanziare la ricostruzione post-bellica e lo sviluppo economico).
Non era il dollaro a essere intrinsecamente affidabile, ma lo divenne perché convertibile in oro e quindi sottoposto a un limite oggettivo di creazione. Pertanto il dollaro divenne il collante dell’economia mondiale rendendo possibili sia la ricostruzione che l’espansione del commercio, in quanto moneta-ponte verso l’oro, non come moneta sovrana illimitata atteso che su richiesta delle banche centrali straniere il dollaro era convertibile in oro a un tasso fisso di 35 dollari l’oncia)
Pertanto dal 1944 in poi, la storia del dollaro è la storia di come una valuta nazionale sia diventata, poco alla volta, l’infrastruttura del sistema economico globale.
Lo sganciamento dall’oro: non una scelta ideologica, ma una necessità
Con il passare degli anni emerse una tensione strutturale: il commercio globale e le economie crescevano rapidamente (ad un ritmo del 5-7%) e richiedevano quantità sempre maggiori di dollari per funzionare, mentre l’oro, risorsa fisica estratta lentamente e a prezzo fisso, non poteva aumentare allo stesso ritmo (cresceva dell’1-2%) né essere accumulato in misura sufficiente per garantire la convertibilità del dollaro.
A un certo punto la contraddizione divenne evidente, e, pertanto, o si fermava la crescita mondiale, oppure si accettava che il dollaro circolasse in quantità molto maggiori rispetto all’oro che lo garantiva.
Inoltre negli anni Cinquanta e Sessanta gli Stati Uniti iniziarono a immettere grandi quantità di dollari nel mondo per finanziare ricostruzione, spesa militare, investimenti e deficit. Quei dollari, detenuti dalle banche centrali straniere, potevano essere convertiti in oro a un prezzo fisso di 35 dollari l’oncia, e quando alcuni Paesi, in particolare la Francia, iniziarono a esercitare sistematicamente questo diritto, le riserve auree americane cominciarono a ridursi rapidamente: da oltre 20.000 tonnellate a fine anni quaranta a poco più di 8.000 tonnellate all’inizio degli anni Settanta.
La Francia, infatti, iniziò a convertire sistematicamente dollari in oro a partire dal 1965, sotto il governo di Charles de Gaulle. La scelta non fu motivata dal desiderio di frenare specifiche acquisizioni industriali Americane nel proprio paese, ma dalla volontà politica di contestare il ruolo dominante del dollaro e il privilegio monetario degli Stati Uniti, giudicato squilibrato e destabilizzante nel lungo periodo. Infatti, per la Francia questa iniziativa si inseriva più ampiamente in una politica di autonomia economica e monetaria, che mirava anche a ridurre la dipendenza finanziaria e industriale dalla potenza americana.
Il rischio di non poter convertire più il dollaro in oro divenne pertanto evidente sotto la pressione francese e così nel 1971 gli Stati Uniti, sotto la presidenza Nixon, chiusero la convertibilità del dollaro in oro.
Fu una scelta unilaterale, ma necessaria. Ma tuttavia il mondo non smise di usare il dollaro, perché ormai il dollaro era diventato indispensabile. L’oro non era più il fondamento del sistema: lo era diventata la fiducia e l’uso globale della moneta americana.
Da quel momento il dollaro smise di essere una moneta garantita dalle riserve auree statunitensi e divenne una moneta di sistema.
Le monete dominanti e il logoramento interno: una storia che si ripete
Il dollaro non è un’eccezione storica. Prima di lui, altre monete hanno svolto una funzione analoga: nell’Impero romano il sistema monetario era imperniato sul denario d’argento, affiancato dall’aureo d’oro come moneta di riferimento per lo Stato e per i grandi scambi; il fiorino olandese, la sterlina britannica. In ogni caso il meccanismo è stato simile. Una moneta diventa centrale perché facilita il commercio e attrae capitali. Ma proprio per questo, col tempo, sposta l’economia verso la finanza, le importazioni e la rendita, riducendo il peso della produzione reale. La sterlina britannica è l’esempio più vicino. Non crollò improvvisamente dopo le guerre mondiali. Perse lentamente centralità mentre il Regno Unito cercava di tenere insieme società, finanze e impero. Fu una fase di adattamento, non di collasso. Il dollaro oggi si trova in una fase analoga, ma su una scala mai vista prima. I benefici concreti del dollaro globale per l’economia americana Il ruolo del dollaro come moneta globale ha prodotto vantaggi enormi e misurabili per gli Stati Uniti. Ed, infatti, circa il 55–60% delle riserve valutarie mondiali è ancora detenuto in dollari. Questo ha permesso agli Stati Uniti di finanziarsi a tassi strutturalmente più bassi rispetto a qualsiasi altro Paese. In termini concreti, significa centinaia di miliardi di dollari risparmiati ogni anno sul costo degli interessi del debito pubblico. Gli Stati Uniti hanno potuto sostenere per decenni deficit commerciali enormi, spesso tra 600 e 1.000 miliardi di dollari l’anno. Per qualunque altro Paese, squilibri di questa entità avrebbero provocato una crisi valutaria. Per gli USA no, perché quei dollari tornavano indietro sotto forma di investimenti, acquisto di titoli del Tesoro e capitali finanziari. In pratica, gli Stati Uniti hanno potuto pagare beni reali con passività finanziarie. Infine, il dollaro ha garantito una resilienza straordinaria nelle crisi. Nel 2008 e nel 2020 la Federal Reserve ha creato trilioni di dollari senza perdere il ruolo centrale della moneta. Nei momenti di panico globale, il mondo non è fuggito dal dollaro al contrario vi si è rifugiato.
Quando il vantaggio diventa un peso interno
Lo stesso meccanismo che ha reso gli Stati Uniti più potenti ha però iniziato, col tempo, a eroderne le fondamenta interne. Dal 2000 a oggi, gli Stati Uniti hanno perso circa 5 milioni di posti di lavoro manifatturieri. Un dollaro strutturalmente forte rende le importazioni più convenienti e la produzione interna meno competitiva.
Parallelamente, la crescita si è concentrata nella finanza e nei grandi centri urbani, mentre molti salari reali sono rimasti stagnanti. Il risultato è una frattura sociale e politica: il sistema funziona per il mondo, ma non è più percepito come giusto all’interno del Paese che lo sostiene.
I dazi: non una rottura, ma una difesa
È in questo contesto che i dazi introdotti a partire dal 2025 trovano il loro vero significato. Non sono una guerra contro il mondo e non sono un rifiuto del dollaro. Sono una risposta interna a un problema interno.
Poiché gli Stati Uniti non possono rinunciare al dollaro globale senza provocare aumento dei tassi, crisi del debito e perdita di influenza, la correzione avviene altrove. Avviene nella politica commerciale. I dazi servono a rallentare la pressione del dollaro forte sull’economia reale, a proteggere la base industriale e a compensare con barriere ciò che non può più essere compensato con la moneta.
Non indeboliscono il dollaro. Tentano di renderlo politicamente sostenibile.
Oltre i dazi: debito, riconversione e limiti del sistema
Dopo i dazi, però, il problema non si esaurisce. Il primo nodo strutturale è il debito pubblico. Oggi il debito federale degli Stati Uniti ha superato i 38.000 miliardi di dollari, oltre il 120% del PIL. Questo non implica un fallimento imminente, ma segnala che una quota crescente delle risorse pubbliche viene assorbita dal servizio del debito.
Con l’aumento dei tassi, la spesa per interessi ha superato i 600–700 miliardi di dollari annui, avvicinandosi rapidamente alla soglia dei 1.000 miliardi. In termini concreti, significa meno spazio per investimenti, infrastrutture e politiche di lungo periodo.
Il secondo nodo è la riconversione produttiva. L’economia americana resta potentissima nei servizi avanzati e nella tecnologia, ma più fragile nella produzione materiale. Questa struttura alimenta deficit commerciali persistenti e squilibri territoriali interni.
Il terzo nodo riguarda il ruolo globale degli Stati Uniti. Essere al centro del sistema monetario mondiale significa sostenere costi indiretti elevati: sicurezza, stabilità, liquidità globale. Costi che oggi entrano in tensione con il consenso interno.
Il dibattito economico interno agli Stati Uniti
Le analisi che precedono sono parte del dibattito economico interno agli Stati Uniti, in particolare espresse da economisti che hanno avuto ruoli tecnici nelle istituzioni durante l’amministrazione Trump, come l’economista Stephen Miran, il quale ha sottolineato i costi interni del ruolo globale del dollaro. Secondo Miran, infatti, gli Stati Uniti hanno fornito per decenni due “beni pubblici globali”: un ombrello di sicurezza militare e una moneta di riserva che ha reso possibile il commercio mondiale anche tra Paesi che non si fidano reciprocamente.
Ma questi beni non sono gratuiti. La funzione di valuta di riserva ha mantenuto bassi i tassi, ma ha anche prodotto distorsioni persistenti, deficit cronici e deindustrializzazione all’interno degli Stati Uniti . I modelli economici tradizionali, che prevedevano un riequilibrio automatico, si sono dimostrati errati: dopo cinquant’anni di deficit, il dollaro non si è indebolito, ma rafforzato.
Da qui la conclusione: chi beneficia del sistema deve contribuire ai suoi costi. I dazi diventano quindi uno strumento di redistribuzione degli oneri, una forma di “fatturazione” politica di un servizio che per decenni è stato fornito implicitamente.
Conclusioni
Bretton Woods ha creato la fiducia necessaria alla ripresa del dopoguerra e alla crescita del commercio globale. Lo sganciamento del dollaro dall’oro ne ha aumentato la flessibilità, trasformandolo in uno strumento di straordinaria potenza. Per decenni, il dollaro ha garantito agli Stati Uniti vantaggi senza precedenti, consentendo loro di finanziare crescita, deficit e leadership globale. Ma proprio questo successo ha generato squilibri interni che oggi non possono più essere ignorati.
I dazi non segnano la fine del sistema globale fondato sul dollaro. Segnano piuttosto il momento in cui gli Stati Uniti prendono atto che il costo interno della loro centralità è diventato troppo elevato e cercano di rinegoziare le condizioni di un ordine economico e monetario che essi stessi hanno costruito e sostenuto.
La storia insegna che le grandi monete di riferimento non crollano all’improvviso. Dal sistema monetario dell’Impero romano alla sterlina britannica, esse attraversano prima una fase di irrigidimento, in cui il centro cerca di difendere e riequilibrare una posizione divenuta onerosa. In questo senso, il dollaro non sta perdendo la sua funzione centrale nel commercio globale.
Sta chiedendo al mondo di contribuire al prezzo della sua centralità, in un passaggio che non rappresenta una fine, ma una rinegoziazione profonda degli equilibri su cui si è retto l’ordine economico degli ultimi decenni.
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