Venezuela, dal sogno rivoluzionario alla crisi del potere: due secoli di bolivarismo tra emancipazione popolare e Stato onnipresente corrotto ed incapace di risolvere il problema della povertà
04 Gennaio 2026
Il bolivarismo nasce come mito fondativo con Simón Bolívar, padre dell’indipendenza latinoamericana e simbolo di sovranità contro l’impero coloniale europeo, in primo luogo quello spagnolo. In Bolívar l’utopia è etico-politica: unità, dignità, autodeterminazione. Ma resta incompiuta. Le nuove repubbliche si frammentano, le élite sostituiscono il dominio coloniale, il popolo reale resta ai margini della cittadinanza sostanziale.
Quel mito, rimasto per decenni patrimonio retorico, verrà riattivato solo alla fine del Novecento, quando il Venezuela entra in una crisi profonda di legittimità sociale e politica.
Chávez: il militare che trasforma il mito in potere popolare
Quando Hugo Chávez ( 1954-2013) emerge sulla scena, il Venezuela è un Paese spaccato: circa il 50% della popolazione vive in condizioni di grave povertà, esclusa da servizi essenziali e rappresentanza. I non abbienti non sono una minoranza marginale, ma la metà del Paese.
Chávez non nasce come politico di professione. È un ufficiale dell’esercito, con il grado di tenente colonnello, paracadutista, proveniente dalla media ufficialità: una posizione decisiva, perché più vicina alle truppe e al disagio sociale che ai vertici militari.
Nel 1992 guida un tentato colpo di Stato contro il presidente Carlos Andrés Pérez. Il golpe fallisce, ma Chávez conquista qualcosa di più duraturo del potere: un capitale simbolico. In televisione, assumendosi la responsabilità della sconfitta, pronuncia il celebre “por ahora”. È la nascita del leader politico.
Amnistiato nel 1994, Chávez compie una scelta cruciale: abbandona la via militare e prende quella elettorale. Nel 1998 vince le presidenziali con un ampio consenso e nel 1999 avvia la rifondazione dello Stato con una nuova Costituzione.
Con Chávez il bolivarismo diventa progetto sociale concreto: sanità nei barrios, alfabetizzazione, accesso quotidiano al cibo primario, riconoscimento politico degli esclusi. Per milioni di venezuelani la politica diventa, per la prima volta, esperienza quotidiana di dignità.
L’inclusione che passa dallo Stato
Il successo iniziale del chavismo si fonda su una promessa reale: includere i poveri iniziando da un vasto programma di edilizia popolare alla semplificazione dell’accesso all’istruzione arrivando perfino a ridurre drasticamente anche la durata dei corsi di studio universitari pur di emancipare formalmente la popolazione autoctona . Ma l’inclusione avviene quasi interamente attraverso lo Stato e la rendita petrolifera. Il popolo viene riconosciuto, ma resta dipendente dall’apparato clientelare burocratico . Chàvez non riesce a creare una borghesia laboriosa che crea occupazione, benessere diffuso e innovazione sociale. Al contrario sfiducia e penalizza la classe media esistente la quale è costretta ad emigrare all'estero. I movimenti sociali si legano sempre più con il potere pubblico, la partecipazione si istituzionalizza, la leadership si verticalizza.
È qui che l’utopia inizia a cambiare natura: da progetto costituente a populismo statalizzato. Non è un tradimento improvviso, ma una trasformazione strutturale.
Come viene eletto Maduro e la fine dell’utopia come futuro
Alla morte prematura di Hugo Chávez, nel marzo 2013, a seguito di un cancro alla prostata, il bolivarismo perde il suo leader carismatico e il suo principale collante simbolico. Chávez, consapevole della gravità delle sue condizioni, indica pubblicamente Nicolás Maduro come suo successore politico.
Maduro, ex sindacalista e ministro degli Esteri, non proviene dall’esercito né gode di un carisma paragonabile a quello del fondatore del chavismo. La sua legittimazione iniziale è quindi derivata, più che autonoma: egli viene eletto presidente nell’aprile 2013 in elezioni anticipate, vincendo di misura contro il candidato dell’opposizione. È una vittoria formale, ma già segnata da un Paese diviso e da un consenso più fragile rispetto all’era Chávez.
Con Maduro, il bolivarismo entra in una fase difensiva. Il contesto muta radicalmente:il crollo del prezzo del petrolio, le sanzioni internazionali, l’iperinflazione e l’emigrazione di massa trasformano lo Stato da strumento di emancipazione sociale a meccanismo di sopravvivenza.
Le politiche sociali, che sotto Chávez avevano inciso sulla riduzione della povertà, non riescono più a ridurre la disuguaglianza: si limitano ad attenuarne gli effetti più drammatici. La frattura sociale non è più soltanto una questione di reddito, ma diventa una questione di accesso: accesso a valuta pregiata acquisita con i traffici illegali; accesso a reti informali e relazioni basate sul favoritismo familistico, clientelare, discrezionale, corrotto e oligarchico; accesso a protezione politica connivente; accesso alla possibilità di lasciare il Paese.
Nei barrios, storica base popolare del chavismo, si forma così una disuguaglianza interna, silenziosa e corrosiva: famiglie con gli stessi redditi nominali vivono condizioni radicalmente diverse a seconda delle rimesse, dei contatti o della posizione nei circuiti informali. L’ascensore sociale si blocca, la mobilità si spegne, il futuro smette di essere una promessa collettiva.
È qui che l’utopia bolivariana subisce la sua frattura più profonda: non tanto perché venga rinnegata nei principi, ma perché cessa di funzionare come orizzonte di futuro. Il progetto che prometteva riscatto e progresso si riduce alla gestione dell’emergenza permanente. Lo Stato sopravvive, il sistema resiste, ma l’utopia , come promessa di trasformazione, si esaurisce.
Nel declino del bolivarismo pesa in modo crescente la percezione – e in alcuni casi la prova giudiziaria – di una trasformazione del potere in apparato di interessi, dove familismo, protezione politica e uso privato delle istituzioni minano la legittimità del progetto originario.
Negli anni sono emerse accuse e inchieste che hanno coinvolto anche membri della famiglia di Hugo Chávez, soprattutto nello Stato di Barinas: contestazioni pubbliche non sempre sfociate in condanne definitive, ma politicamente devastanti per un movimento che si proclamava etico, popolare e moralmente alternativo alle vecchie élite.
Un punto di non ritorno, tuttavia, arriva nel 2015, quando vengono arrestati ad Haiti Efraín Antonio Campo Flores e Franqui Francisco Flores de Freitas, nipoti di Cilia Flores, moglie del presidente Nicolás Maduro.
Non figure marginali, né esterne al sistema: cresciuti all’interno del palazzo del potere, protetti, accreditati, convinti – come emergerà dalle intercettazioni – di essere intoccabili.
I due vengono arrestati mentre organizzano una spedizione di circa 800 chili di cocaina diretta negli Stati Uniti. Nelle conversazioni registrate non parlano come piccoli trafficanti: parlano come funzionari di un sistema. Promettono accesso a piste militari, coperture istituzionali, protezione politica. Dichiarano esplicitamente che i proventi della droga servono a finanziare il potere e “difendere la rivoluzione”.
Nel processo celebrato a New York emerge un quadro ancora più grave: l’uso delle infrastrutture dello Stato venezuelano dagli aeroporti, alle forze armate, e persino ai passaporti diplomatici, come strumenti logistici del narcotraffico. Non un episodio isolato, ma un metodo, secondo l’accusa accolta dalla giuria.
Nel 2017, Campo Flores e Flores de Freitas vengono condannati a 18 anni di carcere ciascuno da un tribunale federale statunitense.Nel dicembre 2022, Nicolás Maduro ne ottiene la liberazione nell’ambito di uno scambio di prigionieri con gli Stati Uniti. La condanna resta agli atti. Ma, sul piano politico e simbolico, l’impunità viene ristabilita.
E quando il potere che si proclama rivoluzionario appare disposto a piegare lo Stato, e perfino il traffico di droga, alla propria sopravvivenza, la fiducia si spezza irreversibilmente.
Sintesi della parabola del Chavismo
Il bolivarismo chavista non è stato una farsa. Ha migliorato concretamente la vita di milioni di non abbienti. Ma non ha superato la prova più difficile: trasformare l’utopia in istituzioni senza consegnarla all’avidità e alla discrezionalità del potere.
La parabola venezuelana insegna che nessuna rivoluzione sociale è immune dal limite umano. Quando lo Stato diventa fine e non strumento, quando il popolo è amministrato e non più protagonista, l’utopia può sopravvivere come sistema formale e propaganda per il popolo, ma purtroppo muore come speranza nel cuore dei poveri emarginati.
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