02 Novembre 2025
Sergio Mattarella (foto LaPresse)
Al Quirinale il silenzio non è mai vuoto. È spesso un messaggio, e in questo caso un argine. Sergio Mattarella ha la sua opinione sulla separazione delle carriere — come ogni giurista di lungo corso, come ogni presidente della Repubblica che ha attraversato stagioni delicate del rapporto tra politica e magistratura — ma non la esprimerà. Non pubblicamente.
Non ora.
Il Capo dello Stato, raccontano i suoi collaboratori, considera il referendum un momento di sovranità popolare che va rispettato nella sua purezza. «Ogni parola del Presidente», spiegano fonti vicine al Colle, «potrebbe essere interpretata come un orientamento, e dunque come una forma di condizionamento».
Per questo, anche nei colloqui riservati, Mattarella mantiene un distacco assoluto. L’auspicio, fanno sapere, è che nessuno — né dai partiti né dalle toghe — provi a forzargli il pensiero.
Eppure, dietro il riserbo quirinalizio, qualche preoccupazione si avverte. La campagna referendaria è appena ai blocchi di partenza, ma già si è trasformata in uno scontro ideologico. Le accuse reciproche tra governo e magistratura sono sempre più incandescenti; la riforma è diventata un simbolo, un totem identitario più che una questione tecnica. «La lunga contesa rischia di lacerare ancora di più un Paese già parecchio polarizzato», ammette una voce di rango del Colle. «Chissà se l’Italia ne sentiva davvero il bisogno».
Mattarella, come ogni Capo dello Stato, vigila anche sul clima istituzionale. Non è un arbitro che scende in campo, ma un custode che osserva le regole del gioco. E l’unico caso in cui potrebbe decidere di parlare — spiegano fonti autorevoli — sarebbe se i toni tra le parti dovessero diventare tali da mettere a rischio la tenuta delle istituzioni.
In quel caso, non per entrare nel merito della riforma, ma per ricordare a tutti — governo e magistratura, maggioranza e opposizione — che l’equilibrio democratico si regge sulla correttezza del confronto.
Nei corridoi silenziosi del Colle, dove ogni parola pesa e ogni frase viene calibrata, l’atmosfera è di vigile attenzione. Si teme una campagna lunga e velenosa, fatta di accuse e sospetti, di referendum trasformati in plebisciti e plebisciti che diventano trappole. Mattarella ha visto troppe volte la politica giocarsi tutto su un voto, e conosce i rischi di una polarizzazione portata all’estremo.
Così, mentre Palazzo Chigi prepara la strategia per sostenere il “sì” e le opposizioni si compattano sul “no”, il Capo dello Stato sceglie l’unica arma che gli resta: il silenzio. Un silenzio vigile, denso, che diventa esso stesso una forma di intervento.
Perché, come ripete spesso a chi lo incontra, “la forza della Repubblica è nel rispetto dei ruoli, non nel rumore delle polemiche”.
E in questa Italia che sembra voler trasformare ogni confronto in uno scontro, quel silenzio, al Quirinale, vale più di cento discorsi.
Di Ghost Dog
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