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Quirinale, parla l'ex consigliere di Craxi: "Sembra di rivivere il '92"

In un'intervista al quotidiano La Stampa, Gennaro Acquaviva, ex consigliere di Craxi, ha detto la sua riguardo la corsa sempre più incerta al Quirinale

28 Novembre 2021

Gennaro Acquaviva

Fonte: LaPresse

La corsa al Quirinale si fa sempre più misteriosa. A dare un proprio parere è Gennaro Acquaviva, ex consigliere di Craxi. Quanto segue, è un'intervista fatta dal quotidiano La Stampa, sabato 27 novembre 2021, a Gennaro Acquaviva.

La scalata al Quirinale sta diventando confusa, anche perché il sistema dei partiti è «fragilissimo» come mai prima e invece 75 anni di elezioni di Presidenti ci indicano una costante, da abbracciare anche stavolta: se non prende l'iniziativa «l'unico che ha forza politica» - Mario Draghi - il rischio è che la corsa si risolva in una lotteria, rischiosa per il futuro del Paese. Questo è il pensiero di Gennaro Acquaviva, classe 1935, già capo della segreteria di Bettino Craxi e poi suo consigliere a palazzo Chigi. Tra gli artefici del Concordato del 1984, Acquaviva ha vissuto da protagonista e testimone 16 anni cruciali della Prima Repubblica e l'elezione di tre Capi dello Stato.

L'unico precedente che somiglia (almeno un po') all'imminente scalata al Quirinale, è quello del 1992, perché anche allora c'erano in "palio" le due "poltronissime". Quel precedente può aiutare?

«Se è per questo c'è un'altra similitudine: l'allora quadripartito aveva la maggioranza e la possibilità di esprimere sia il presidente della Repubblica che il presidente del Consiglio. Ma i paralleli finiscono qui...».

Perché?

«Perché tra allora e oggi i punti di forza sono invertiti. Allora il perno non era certo il governo Andreotti: debolissimo, non aveva brillato per efficienza, capacità di azione e tenuta. Il sistema dei partiti, per quanto si preannunciasse la crisi, era ancora forte. Oggi c'è un premier molto solido ma costretto a contare su un sistema di partiti che è fragile e vagolante nel suo incerto destino».

La storia e l'esperienza cosa le suggeriscono?

«Poiché oggi l'unico punto di forza è il presidente del Consiglio, lui dovrebbe essere in grado di gestire questo passaggio difficile. Se Draghi dovesse pensare, come penso anche io, che la sua posizione è indispensabile alla guida del governo anche nel 2022 e 2023, diventi lui il king-maker per risolvere la questione Quirinale. Probabilmente, per la sua storia personale, Draghi non ha una gran voglia di esercitarsi, ma la politica non ha credibilità e lui ce l'ha. Per ragioni personali e di ruolo».

Altri precedenti sono utili? Nel 1985 Francesco Cossiga è eletto quasi all'unanimità: servirebbe ma si ripeterà?

«Per ora un bis pare difficile perché manca un punto di autorevolezza nel sistema, escluso per l'appunto Draghi. Cossiga aveva il consenso di tutti i partiti e aveva un rapporto privilegiato col Pci che lo metteva al di sopra di ogni rischio. Dell'inizio di quella presidenza, poi così tormentata, ho un ricordo personale che ci dice tante cose anche sull'oggi...».

Quale?

«Eravamo alla vigilia, lui sarebbe andato in votazione l'indomani mattina. Gli telefonai per fargli le congratulazioni. Cossiga stava in un Convento di monache di clausura sulla via Salaria. Mi disse subito: "Vieni qua'. Andai. Mi aprì una suorina, lui era in una camera semibuia e lo abbracciai. Ma lo trovai preoccupato. Gli dissi: stai tranquillo, per quel che vale, i socialisti ci stanno tutti. Ma lui era incerto su se stesso: davanti ad una scelta, era nella sua natura ritrovarsi insicuro anche se aveva forti carte in mano. Il giorno dopo fu eletto quasi all'unanimità. Ma il Quirinale è il Quirinale».

A proposito di possibili ricorsi storici che parlano all'oggi: nel 1978 si conviene che il Quirinale possa andare a voi del Psi, ma alla fine il socialista Pertini è scelto dai comunisti. E se fosse Berlusconi a scegliersi il candidato di centro-sinistra che gli aggrada?

«È vero, i comunisti prima bocciano il nostro candidato, Giuliano Vassalli, e la successiva scelta di Pertini in effetti è condizionata dall'esterno del Psi. Un precedente che potrebbe interessare a Berlusconi».

Berlusconi potrebbe dire: mi ritiro, ma scelgo io....

«Sì, nella situazione confusa che si prepara, Berlusconi ha questa chance: mi ritiro se... Ma voterà un vecchio esponente della Prima Repubblica? Non lo so... Penso non gli convenga...».

Nel passato i poteri forti tra loro diversissimi–Stati Uniti, Confindustria, mafia, hanno interferito nelle contese per il Quirinale. Il Papa stavolta si disinteressa, ma nel passato?

«Tutti quei poteri sono stati sempre in ballo. Da subito. Prendiamo il 1947. Dopo De Nicola, presidente provvisorio, come primo capo dello Stato Alcide De Gasperi pensa al conte Sforza. Ma dal Vaticano lo avvertono: non lo puoi fare perché è un massone! E De Gasperi che fa? Va su Einaudi. Non cambia la linea politica, il centrismo, ma cambia la persona. Aveva ragione lui».

Non pensa che oggi tre quattro influenze possano influire sulla vicenda Quirinale più della Chiesa o della Casa Bianca? Un paradosso?

«I social sono importanti e influenti, ma diciamolo: se a volte sembrano prevalere è perché c'è una politica in stato confusionale. La rappresentanza non rappresenta più il popolo».

Renzi cercherà di essere decisivo ma chi non lo ama tenterà di renderlo ininfluente?

«La partita di Renzi può aprirsi se regna la confusione. Se non c'è un accordo previo - e questo possono realizzarlo soltanto Draghi  o anche Mattarella - a quel punto dalla quarta votazione in poi, possono spuntare manovratori, a cominciare dai più furbi. Ma stiamo attenti: in questa partita del Quirinale, a rischio non c'è il futuro di leader di secondo livello. Se la partita finisce in modo confuso, a rischio siamo noi cittadini, il sistema Paese».

Per ora nessuno evoca questo scenario: il Covid peggiora e i due Presidenti fatalmente si ritrovano inchiodati da un coro implicito: non vi muovete da dove siete...

«Al momento sembra difficile, ma è possibile. Gli italiani uscirono impauriti da Tangentopoli, nella loro capacità di reagire, come ha sostenuto Giuseppe De Rita. Il Covid è stata la botta finale. Viviamo in un Paese impaurito e tutto è possibile anche al Quirinale».

 

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