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Glovo sotto controllo giudiziario: il lavoro su piattaforma alla prova della legalità costituzionale

La Procura di Milano dispone l’amministrazione giudiziaria per presunto sfruttamento dei rider: compensi sotto soglia, controllo algoritmico e rischio d’impresa scaricato sui lavoratori. Un caso che può ridisegnare il diritto del lavoro digitale.

11 Febbraio 2026

Glovo sotto controllo giudiziario: il lavoro su piattaforma alla prova della legalità costituzionale

Il provvedimento: non un’ispezione, ma una svolta strutturale

La decisione della Procura di Milano di disporre l’amministrazione giudiziaria nei confronti di Foodinho, società italiana del gruppo Glovo, rappresenta un passaggio di forte discontinuità nel rapporto tra giustizia penale, modelli organizzativi e piattaforme digitali. Non si tratta di una semplice contestazione di irregolarità episodiche. Il cuore dell’iniziativa è l’ipotesi di un sistema aziendale strutturalmente inidoneo a prevenire forme diffuse di sfruttamento, tale da giustificare un intervento sostitutivo nella governance. L’amministratore nominato avrà il compito di verificare il rispetto della normativa lavoristica e di avviare un percorso di regolarizzazione dei rapporti, intervenendo sull’impianto organizzativo ritenuto patologico.

Numeri e condizioni: il lavoro oltre la soglia di povertà

Secondo gli atti d’indagine, sarebbero circa 40mila i rider coinvolti nel modello contestato. Il dato più rilevante riguarda i compensi: una media di 2,50 euro a consegna, con guadagni mensili che spesso non superano gli 800-900 euro netti a fronte di turni che arrivano a 10-12 ore al giorno. Il pagamento esclusivamente “a consegna”, senza riconoscimento dei tempi di attesa o degli spostamenti, pone una questione centrale: la compatibilità di tale sistema con l’articolo 36 della Costituzione, che garantisce una retribuzione proporzionata e sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa. Le testimonianze raccolte evidenziano una condizione di stato di bisogno: affitti gravosi, famiglie da mantenere nei Paesi d’origine, assenza di alternative lavorative. Elementi che, secondo l’accusa, avrebbero reso i lavoratori particolarmente vulnerabili.

Algoritmo e subordinazione: il nodo dell’etero-organizzazione

Uno dei profili più delicati riguarda il controllo algoritmico. I rider risultano formalmente autonomi, spesso a partita Iva o in regime di ritenuta d’acconto. Tuttavia, l’assegnazione delle consegne, le valutazioni, le penalizzazioni e perfino le sollecitazioni telefoniche in caso di ritardo sarebbero integralmente governate dall’applicazione. La giurisprudenza, a partire dal d.lgs. 81/2015 come modificato nel 2019, ha chiarito che quando l’attività è etero-organizzata, si applica la disciplina del lavoro subordinato. Non è decisiva l’etichetta contrattuale, ma la concreta modalità di svolgimento della prestazione. Se il lavoratore è stabilmente inserito nell’organizzazione del committente, soggetto a un monitoraggio continuo e geolocalizzato, la linea di confine con l’autonomia si assottiglia fino quasi a scomparire.

Caporalato digitale e responsabilità d’impresa

L’inchiesta richiama espressamente il tema del cosiddetto “caporalato digitale”, una nozione che descrive l’intermediazione tecnologica come possibile veicolo di compressione dei diritti. Il punto qualificante del decreto è che le criticità non vengono ricondotte a singole condotte devianti, ma a una politica d’impresa che avrebbe trasferito integralmente sui rider il rischio economico, incluse spese impreviste come furti o incidenti. In questa prospettiva, l’amministrazione giudiziaria non mira solo a sanzionare, ma a “bonificare” l’assetto organizzativo, affrancando l’impresa da prassi ritenute strutturalmente illecite. Un’impostazione già sperimentata nel 2020 nel caso Uber.

Il confronto sindacale e la questione salariale

I sindacati confederali sottolineano come una quota significativa di rider dichiari compensi tra 2 e 4 euro lordi l’ora, livelli incompatibili con i minimi previsti dalla contrattazione collettiva di settore. La richiesta è chiara: applicazione dei contratti stipulati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative, riconoscimento delle tutele in materia di malattia, infortunio, sicurezza stradale e contribuzione previdenziale. Il tema non è solo salariale, ma sistemico: può l’innovazione tecnologica giustificare una compressione delle garanzie costruite in decenni di evoluzione del diritto del lavoro?

La dimensione europea: una riforma non più rinviabile

Il caso milanese si inserisce nel più ampio dibattito sul recepimento della Direttiva UE sul lavoro tramite piattaforme, che introduce presunzioni di subordinazione e obblighi di trasparenza algoritmica. L’Italia si trova ora di fronte a un bivio: lasciare spazio a modelli organizzativi opachi oppure ricondurre il lavoro digitale entro parametri di legalità, trasparenza e responsabilità sociale. L’intervento della magistratura segnala che il vuoto normativo non può essere colmato dall’inerzia. Se confermata, l’amministrazione giudiziaria costituirà un precedente capace di incidere sull’intero comparto del food delivery.

Una questione di Stato di diritto

Al fondo, la vicenda Glovo non è soltanto un caso giudiziario. È un banco di prova per la capacità dello Stato di diritto di governare le trasformazioni del mercato. Il lavoro su piattaforma non può diventare una zona franca in cui l’algoritmo sostituisce la legge. La sfida è coniugare innovazione ed equità, flessibilità e dignità, efficienza e tutela della persona. Se il controllo giudiziario sarà confermato, il messaggio sarà chiaro: nel diritto del lavoro italiano la tecnologia non è un’esimente, ma uno strumento che deve restare entro i confini della Costituzione.

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