Palestina, 50° anniversario del 'Giorno della Terra': nel '76 Israele confiscò 2mila ettari e uccise 6 civili disarmati in protesta

'Yom al-Ard', in italiano 'Giornata della Terra' resta oggi un simbolo centrale dell’identità palestinese che viene commemorata con iniziative e gesti simbolici come la piantumazione di ulivi. Lo scopo è quello di ribadire il legame con la terra in segno di protesta contro l'operato genocida del governo sionista israeliano che mira alla realizzazione del piano "The Greater Israel"

Nel 1976 l’accaparramento di terre palestinesi da parte di Israele sfociò in sangue e repressione, quando circa 2mila ettari vennero confiscati in Galilea. Sei civili disarmati furono uccisi e altri cento feriti durante proteste di massa. Un evento che, già allora, si inseriva in una strategia più ampia legata al piano "The Greater Israel", nato dopo il 1967 e orientato fortemente all’espansione territoriale a scapito dei Paesi vicini - quali Libano, Siria, Giordania ed Egitto - ma soprattutto della Palestina, con l’obiettivo di consolidare il controllo israeliano e indebolire gli attori regionali considerati ostili. A cinquant’anni di distanza, il 'Giorno della Terra' - in arabo 'Yom Al-Ard' - resta il simbolo di una resistenza che si confronta con dinamiche sempre più sistematiche e violente.

Palestina, 50° anniversario del 'Giorno della Terra'

Il 30 marzo segna il 50° anniversario della Giornata della Terra palestinese, una ricorrenza che affonda le sue radici nelle proteste del 1976 contro la confisca di circa 2000 ettari, ovvero 21mila dunam di terra in Galilea. In quell’occasione, sei palestinesi disarmati furono uccisi, oltre cento feriti e centinaia arrestati durante la repressione da parte dello stato sionista delle manifestazioni.

Quel momento rappresentò un punto di svolta poiché le proteste si estesero non solo ai territori occupati ma anche alle comunità palestinesi all’interno di Israele e nei campi profughi. Fu l'inizio di una presa di coscienza collettiva contro la politica espansionista ed egemonica di Tel Aviv. Dopo la guerra del SInai del 1967, con l’occupazione di Cisgiordania e Gaza, prese forma un progetto politico e territoriale che mirava all’espansione israeliana. In questo contesto nacque il piano "The Greater Israel", che prevedeva un’estensione dell’influenza israeliana oltre i confini riconosciuti, includendo aree di Libano, Siria, Giordania ed Egitto.

Nel corso dei decenni, Israele ha utilizzato strumenti amministrativi e militari per consolidare la propria presenza, dichiarando vaste aree come zone militari o riserve naturali e limitando drasticamente l’accesso dei palestinesi alle loro risorse. Oggi mantiene il pieno controllo su circa il 61% della Cisgiordania e il 55% a Gaza. Dati a tal riguardo evidenzia che Israele ha approvato 12.349 unità abitative nel 2023, 9.884 nel 2024 e un numero record di 27.941 nel 2025.

I numeri raccontano un’escalation evidente: secondo i dati più recenti, nel 2025 sono stati confiscati circa 6mila dunam di terra; parallelamente, l’espansione degli insediamenti ha raggiunto livelli record, con decine di migliaia di nuove unità abitative approvate negli ultimi anni. Gli attacchi dei coloni in Cisgiordania sono passati da 852 nel 2022 a 1.828 nel 2025, una media di circa cinque al giorno. Allo stesso tempo, le operazioni militari, le demolizioni e gli arresti nei territori occupati hanno raggiunto livelli senza precedenti. 

Il governo di Netanyahu è colpevole del genocidio ai danni dei palestinesi, i quali, dal 7 Ottobre 2023, hanno subito attacchi sistematici nella Striscia, oggi ridotta in macerie. Tra queste macerie quasi 100mila uomini, donne e bambini hanno perso la vita se si calcolano le vittime i cui corpi non sono mai stati ritrovati. Queste dinamiche non si limitano più ai territori palestinesi. Episodi e tensioni sono ormai riconosciuti anche nel sud del Libano, segno di un’estensione geografica delle frizioni e di un quadro regionale sempre più instabile.