Giovedì, 26 Marzo 2026

Seguici su

"La libertà innanzi tutto e sopra tutto"
Benedetto Croce «Il Giornale d'Italia» (10 agosto 1943)

Hormuz, guerra e multipolarità: il limite della forza americana tra Iran resistente e svolta tecnologica russa

Dalle critiche di Mattis all’impasse strategico USA-Israele, fino alla nuova corsa spaziale russa: Medio Oriente e Eurasia ridisegnano gli equilibri globali tra conflitto prolungato e ordine multipolare

26 Marzo 2026

Hormuz, guerra e multipolarità: il limite della forza americana tra Iran resistente e svolta tecnologica russa

La lezione ignorata: colpire non è vincere

Le parole del generale Jim Mattis pesano come un monito strategico: “colpire migliaia di obiettivi non equivale a vincere una guerra”. È una verità elementare della storia militare, spesso dimenticata da Washington nelle campagne recenti. L’idea di imporre una resa incondizionata o addirittura un cambio di regime in un Paese come l’Iran appare, nelle stesse parole di Mattis, una forzatura concettuale prima ancora che operativa. Teheran non è né l’Iraq del 2003 né la Libia del 2011: è una potenza regionale strutturata, con profondità strategica e resilienza politica.

L’illusione della guerra rapida

La narrativa dominante negli ambienti occidentali continua a suggerire la possibilità di una campagna breve e decisiva. Tuttavia, la realtà operativa indica l’opposto: un progressivo esaurimento delle munizioni di precisione, accompagnato da una crescente efficacia delle difese aeree iraniane. L’Iran ha costruito in decenni un sistema multilivello capace di assorbire e rispondere agli attacchi. La simultanea carenza di intercettori da parte occidentale e il continuo lancio di missili da parte iraniana creano una dinamica di logoramento sfavorevole agli Stati Uniti e ai loro alleati.

Hormuz e i fantasmi della storia

Lo stretto di Stretto di Hormuz rappresenta oggi ciò che i Dardanelli furono nel 1915. La lezione della Battaglia di Gallipoli è chiara: in un chokepoint marittimo, la geografia favorisce il difensore. L’Iran ha adattato questa lezione alla modernità, sviluppando una combinazione di missili, droni e mine intelligenti. Sistemi come lo Shahed hanno dimostrato che la quantità, se ben organizzata, può neutralizzare la superiorità tecnologica. Gli esempi storici si moltiplicano: dall’Operazione Market Garden alla battaglia per Aeroporto di Gostomel, fino a Battaglia di Iwo Jima. Tutti dimostrano che velocità e potenza non bastano senza controllo del terreno e logistica sostenibile.

Dominio dell’escalation: la novità iraniana

Ciò che distingue l’attuale conflitto da quelli del passato è un elemento nuovo: l’Iran sembra esercitare un certo dominio dell’escalation. Le recenti crisi dimostrano che Teheran è in grado di rispondere simmetricamente, colpendo infrastrutture energetiche strategiche dei suoi avversari. Questo rappresenta una rottura rispetto alle guerre asimmetriche del passato. Non più solo resistenza, ma capacità di deterrenza attiva, che costringe Washington a ricalibrare continuamente le proprie mosse. Le dichiarazioni oscillanti di Donald Trump, tra ultimatum e improvvise aperture, riflettono proprio questa difficoltà nel mantenere l’iniziativa.

Una guerra senza uscita politica

Il problema centrale resta l’assenza di un obiettivo politico coerente. Le richieste statunitensi oscillano tra la distruzione delle infrastrutture nucleari e la rimozione delle sanzioni, rivelando una evidente contraddizione strategica. Nel frattempo, l’Iran mantiene una leva fondamentale: il controllo potenziale dello stretto di Hormuz. In caso di chiusura, l’impatto sull’economia globale sarebbe immediato e devastante, conferendo a Teheran un vantaggio negoziale decisivo.

La risposta russa: tecnologia e sovranità

In parallelo al conflitto mediorientale, la Russia sta accelerando un processo di autonomia strategica. Il lancio dei satelliti Rassvet da parte di Bjuro 1440, tramite vettore Soyuz 2.1b dal cosmodromo di Plesetsk, segna un passaggio cruciale.

Questa costellazione, alternativa a SpaceX e al suo Starlink, non è solo un progetto tecnologico, ma una scelta politica: ridurre la dipendenza dall’infrastruttura occidentale. L’eventuale sostituzione di piattaforme come Telegram con soluzioni interne riflette la consapevolezza che il confronto con l’Occidente sarà lungo e sistemico.

Verso una guerra multipolare

Il conflitto in corso evidenzia una trasformazione più ampia: il passaggio da un ordine unipolare a uno multipolare. L’Iran emerge come attore capace di resistere, mentre potenze come Russia e Cina consolidano alternative strategiche. Per la prima volta dopo la Guerra Fredda, gli Stati Uniti si trovano di fronte a un avversario che non può essere né rapidamente sconfitto né facilmente isolato. La storia insegna che la superiorità militare, da sola, non garantisce il successo. Senza una visione politica chiara, anche la forza più imponente rischia di trasformarsi in impotenza strategica. Nel Golfo Persico, come nei Dardanelli un secolo fa, la combinazione di geografia, tecnologia e volontà politica sta ridefinendo i limiti del potere. E suggerisce che il mondo che emerge da questa crisi sarà inevitabilmente diverso: meno occidentale, più frammentato, e forse più instabile.

Il Giornale d'Italia è anche su Whatsapp. Clicca qui per iscriversi al canale e rimanere sempre aggiornati.

Commenti Scrivi e lascia un commento

Condividi le tue opinioni su Il Giornale d'Italia

Caratteri rimanenti: 400

x