24 Marzo 2026
Jean-Noël Barrot Fonte: X @FranceAfrique23
C'è un'immagine che vale più di mille dichiarazioni diplomatiche. Un Ministro degli Esteri che tiene la sua conferenza stampa non a Parigi, non a Bruxelles, non alle Nazioni Unite, ma all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, con la bandiera francese alle spalle come scudo e il comunicato di Netanyahu in tasca come copione.
Quell'immagine ha un nome: Jean-Noël Barrot. E ci dice tutto quello che dovremmo sapere su ciò che è diventata la diplomazia francese. Barrot ha tenuto una conferenza stampa a Tel Aviv al termine di un incontro con il suo omologo israeliano Gideon Saar, in piena escalation del conflitto Iran-Israele-USA, mentre le sirene antiaeree suonavano sulla città. E lì, da quella città sotto attacco, ha scelto di schierarsi. Non come mediatore. Non come voce europea autonoma. Ma come portavoce. Barrotha qualificato le azioni dell'Iran come "aggressione" e ha riaffermato che "Israele ha evidentemente il diritto di difendersi", condannando la decisione di Hezbollah di intervenire nel conflitto. Peccato che questa narrazione rovesci completamente la cronologia degli eventi. È stato Israele a colpire l'Iran per primo, bombardando il giacimento di South Pars, la più grande riserva di gas iraniana, infrastruttura civile protetta dal diritto internazionale umanitario. La risposta di Teheran è venuta dopo. Non prima. Un Ministro degli Esteri che ignora questa sequenza — o sceglie deliberatamente di ignorarla — non commette un errore di valutazione. Commette una bugia di Stato. Con la bandiera della République alle spalle.
Ma Barrot non è nuovo a queste acrobazie narrative. Lo scorso febbraio si è reso protagonista di uno degli episodi più vergognosi nella storia recente della diplomazia transalpina: l'attacco alla Relatrice Speciale ONU Francesca Albanese, costruito sulla manipolazione sistematica delle sue parole. All'Assemblea Nazionale, Barrot ha dichiarato che la Francia "condanna senza riserve le dichiarazioni oltraggiose di Francesca Albanese", accusandola di prendere di mira "Israele come popolo e come nazione", definendola "né esperta né indipendente" ma "una militante politica che diffonde discorsi d'odio", e chiedendo le sue dimissioni. Il problema, documentato e verificabile da chiunque, è che Barrot ha mentito davanti all'Assemblea Nazionale sapendo di mentire. Albaneseaveva dichiarato: "Abbiamo un nemico comune e dobbiamo affrontarlo: un sistema in cui la politica è al servizio degli interessi economici". Barrot ha riportato solo una frazione di quella citazione, affermando che lei avrebbe definito Israele il nemico comune dell'umanità. Una falsificazione documentata, smontata punto per punto dall'Unione Ebraica Francese per la Pace (UJFP), organizzazione ebraica che non è certo sospettabile di simpatie per Hamas o per Teheran. Secondo l'UJFP, Barrot "ha fatto propria la retorica di Caroline Yadan" e si è comportato come chi "modifica le parole altrui a fini politici". UJFP, in parole povere: fake news pronunciate dal banco del governo, davanti ai rappresentanti del popolo francese. Senza scuse. Senza rettifica. Senza vergogna. Per la rivista Politis, quelle dichiarazioni sono "negazioniste rispetto al genocidio subito dai palestinesi di Gaza" e al tempo stesso "antisemite rispetto agli ebrei di Francia e del mondo intero". Paradosso perfetto per un uomo che si crede paladino degli ebrei.
Perché Barrot abbia potuto permettersi di falsificare le parole di Francesca Albanese davanti all'Assemblea Nazionale senza che nessuno della maggioranza battesse ciglio, lo si capisce guardando chi gli ha fornito il copione. Si chiama Caroline Yadan, ed è uno dei personaggi più grotteschi del parlamentarismo europeo contemporaneo. Yadan è deputata della 8ª circoscrizione dei francesi dell'estero — quella che include Israele — e segretaria del gruppo d'amicizia Francia-Israele all'Assemblea Nazionale. Fin qui, normale amministrazione. Ma è ciò che dice e che fa che lascia a bocca aperta. Quando Macron si è pronunciato a favore di un embargo sulle armi a Israele, Yadan ha espresso pubblicamente la sua "collera" contro il Presidente della Repubblica, giustificandosi con queste parole: "Al di là di essere macronista, io sono prima di tutto dei francesi che abitano in Israele". La testata Libération ha commentato che con quella frase Yadan difendeva gli interessi di un Paese straniero invece della posizione del proprio capo di Stato. Un deputato della Repubblica Francese che antepone Tel Aviv a Parigi. Senza vergogna. Yadan è anche la firmataria di una proposta di legge "contro le forme rinnovate dell'antisemitismo" che prevede, tra l'altro, di creare il reato di negazione dell'esistenza di uno Stato (chissà quale, poi) e di punire come grave reato penale le eventuali comparazioni tra crimini nazisti e quelli commessi dallo Stato occupante di Israele. In altre parole, in base a tale progetto di legge: chi paragona Gaza ad Auschwitz rischia il carcere. Chi dice "from the river to the sea" rischia il carcere. Chi critica il sionismo come ideologia politica rischia il carcere. Il paradosso è che l'UJFP e il collettivo ebraico Tsedek! hanno chiesto formalmente ai deputati di respingere il testo, definendolo NON uno strumento contro l'antisemitismo ma uno strumento per "interdire la critica dello Stato di Israele". E naturalmente Barrot è uno dei più ferventi sostenitori di tale liberticida proposta di legge Yadan "contro le forme rinnovate dell'antisemitismo", proposta che renderebbe di fatto perseguibile chiunque osi pronunciare la parola genocidio in riferimento a Gaza. Un ministro che mente su Albanese e sostiene una legge per rendere illegale dire la verità: la coerenza, almeno, non gli manca. Che vergogna, che mancanza di dignità, che mancanza di amor proprio e di rispetto verso il ruolo pubblico che si ricopre. Barrot e Yadan: il ministro e la deputata. Due facce della stessa medaglia, o meglio, dello stesso scudo di Davide cucito sulla bandiera tricolore.
C'è un confronto storico che brucia come acido. Nel 1967, dopo la Guerra dei Sei Giorni, il Generale De Gaulle vietò la consegna dei Mirage a Israele, condannò pubblicamente l'occupazione dei territori e posizionò la Francia come voce indipendente e coraggiosa in Medio Oriente. Una scelta che costò cara sul piano diplomatico. Ma era una scelta sovrana. E soprattutto eticamente giusta e corretta. Sessant'anni dopo, il Ministro degli Esteri francese fa la sua conferenza stampa all'aeroporto di Tel Aviv per accusare scorrettamente e ingiustamente l'Iran — che ha solo risposto a un attacco subìto — di essere l'aggressore. Purtroppo siamo costretti a constatare che la Francia, che un tempo si permetteva di dire no a Washington e a Tel Aviv, non è più una potenza diplomatica indipendente: è oramai una colonia diplomatica. La sottomissione è totale. E silenziosa.
L'UJFP ha denunciato che, affermando che il governo israeliano è il governo del "popolo ebraico", Barrot "fa, dei francesi ebrei, degli stranieri nel proprio Paese, un classico antisemitismo che si ammanta di filosemitismo per coprire la propria natura politica". Il risultato è grottesco: un ministro che fa di tutto per mostrarsi quale difensore degli ebrei finisce per strumentalizzarli, un uomo che prende le parti di Israele e che finisce per fare da megafono a un governo condannato dalla Corte Penale Internazionale. Un ministro che la Francia di una volta, quella di Voltaire, di Hugo e di De Gaulle, non riconoscerebbe.
Di Eugenio Cardi
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