Mine iraniane antinave in stretto Hormuz, la scheda: quantità esplosivo tra 150 e 1000kg, autopropulse e attivate da sensori

Teheran ha negli arsenali almeno 5-6.000 mine anti nave di varie tipologie. Gli ordigni possono essere piazzati a varie profondità ancorati a catene più o meno lunghe oppure essere visibili a fior d'acqua

L’Iran starebbe piazzando mine antinave nello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici per il commercio energetico mondiale. Secondo la scheda tecnica sarebbero ordigni con cariche esplosive tra i 150 e i 1000 chili, capaci di individuare le navi grazie a sensori magnetici, acustici e di pressione. Alcuni modelli sarebbero autopropulsi, quindi possono persino muoversi autonomamente verso il bersaglio dopo averlo identificato.

Mine iraniane antinave in stretto Hormuz, la scheda: quantità esplosivo tra 150 e 1000kg, autopropulse e attivate da sensori

Teheran ha negli arsenali almeno 5-6.000 mine anti nave di varie tipologie. Gli ordigni possono essere piazzati a varie profondità ancorati a catene più o meno lunghe oppure essere visibili a fior d'acqua e usate anche per “indirizzare” le navi in settori ben precisi.

Con una quantità di esplosivo compresa fra i 150 e i 1.000 chili, sono attivate da sensori, non per contatto. La mina “sente” le variazioni di campo magnetico, di pressione idrostatica e i rumori prodotti dalle eliche, e può analizzare la rotta e la velocità delle navi. Questi rilievi si confrontano con i dati memorizzati precedentemente e permettono all’arma di “decidere” se e cosa attaccare.

Il software comprende anche un calendario programmabile, affinché l’ordigno sia eventualmente operativo in un determinato lasso temporale oppure si disattivi automaticamente dopo un certo numero di mesi o anni di attesa. Certe mine sono addirittura autopropulse: una volta individuato il bersaglio riescono ad avvicinarglisi autonomamente per aumentare gli effetti d’urto dell’esplosione.

Rispetto ad altre armi le mine sono poco costose, circa 1500 dollari. Questa caratteristica le rende uno strumento particolarmente efficace nelle strategie di guerra asimmetrica.

Le più facili da usare, chiamate mine a contatto, detonano quando un’imbarcazione urta la mina in acqua o arriva in prossimità di essa a una distanza prefissata. Esistono però anche ordigni di questo tipo che possono essere comandati a distanza. Sebbene vietate dal diritto internazionale da oltre ottant’anni, sia l’Iran che l’Iraq hanno utilizzato mine alla deriva durante il conflitto iniziato nel 1980.

Oltre a quelle galleggianti esistono poi le mine di fondo, dette anche “a influenza”. Possono essere attivate tramite contatto o controllo remoto e basano il loro funzionamento sulla rilevazione delle imbarcazioni in superficie attraverso la variazione dei campi magnetici o del rumore prodotto dalle eliche.

Poiché la loro energia esplosiva deve raggiungere la chiglia di una nave che galleggia, queste tendono a funzionare meglio in acque relativamente basse, inferiori ai 50 metri. Il movimento delle sabbie sui fondali può inoltre occultarne la presenza. Per compiere operazioni di sminamento è necessario utilizzare speciali sonar in grado di rilevarle a distanza di sicurezza senza attivarle.

Per ingannare tali sensori è necessario che le navi non siano metalliche, condizione impossibile nel caso delle petroliere. La tecnologia attuale consente inoltre un controllo sempre più preciso del comportamento di attivazione di una mina, aumentando le probabilità di successo. Ad esempio la distanza d’influenza può essere impostata in modo da rispondere soltanto alle navi di grandi dimensioni, come le petroliere più grandi, consentendo invece il passaggio alle imbarcazioni più piccole.