Israele, ufficio stampa dei prigionieri palestinesi denuncia sistema carcerario: "Malnutrizione, torture e negligenza medica"
Il mese sacro non rappresenta più un momento spirituale ma una "organizzazione della fame"
L’ufficio stampa dei detenuti ha diffuso un rapporto sulle condizioni di detenzione parlando di "malnutrizione, torture e negligenza medica" e descrivendo il Ramadan dietro le sbarre come un periodo segnato dalla fame sistematica, dal sovraffollamento e da gravi restrizioni religiose. Secondo la denuncia, oltre 9.300 palestinesi sarebbero attualmente detenuti, tra cui donne e minori, in un sistema che utilizzerebbe la privazione di cibo e assistenza sanitaria come strumenti di controllo.
Israele, ufficio stampa dei prigionieri palestinesi denuncia sistema carcerario: "Malnutrizione, torture e negligenza medica"
Le autorità di detenzione ospiterebbero oltre 9.300 prigionieri palestinesi, tra cui circa 70 donne e 350 minori, mentre le condizioni di vita all’interno delle strutture sarebbero progressivamente peggiorate dal 7 ottobre 2023. Tra le accuse principali emerge quella di una politica sistematica della fame che richiamerebbe il Ramadan, ma perenne e involontario, slegato dal credo. I detenuti riferiscono infatti che il digiuno non sarebbe più solo una pratica religiosa ma una condizione quotidiana imposta. Il pasto serale dell’Iftar verrebbe spesso ritardato e consisterebbe in quantità limitate di cibo freddo o deteriorato, con conseguenze fisiche rilevanti. Secondo le testimonianze raccolte, alcuni prigionieri avrebbero perso tra i 30 e i 40 chilogrammi di peso.
Le denunce descrivono inoltre un forte sovraffollamento nelle celle, dove il numero dei detenuti sarebbe raddoppiato fino a superare le dodici persone per spazio. Sarebbero stati confiscati oggetti personali come Corani, coperte e posate, mentre l’accesso all’acqua per le abluzioni religiose risulterebbe limitato e soggetto a frequenti interruzioni di corrente, anche durante i momenti dell’Iftar e del Suhur. Le condizioni di detenzione includerebbero anche incursioni nelle celle, percosse e torture, oltre a restrizioni sull’igiene personale con limitazioni all’uso delle docce. Le autorità carcerarie, secondo la denuncia, impedirebbero inoltre le preghiere collettive e ostacolerebbero le pratiche religiose. Sul piano sanitario, i prigionieri parlano di una "negligenza medica deliberata" giustificata dalle autorità con lo stato di emergenza. Testimonianze di detenuti rilasciati descrivono un cambiamento radicale del significato del Ramadan in carcere. Per molti, il mese sacro non rappresenterebbe più un momento spirituale ma una "organizzazione della fame", mentre l’Iftar sarebbe diventato una procedura amministrativa priva di valore religioso. I prigionieri parlano anche di condizioni di oscurità costante come strumento di pressione e dominio.
Il contesto si inserisce in un sistema detentivo complesso, caratterizzato da strutture e giurisdizioni separate per i palestinesi. Molti detenuti sono affidati alle carceri gestite dall’Israeli Prison Service, sotto l’autorità del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, mentre altri sono trattenuti in centri gestiti direttamente dall’esercito israeliano. Tra questi figura il centro di detenzione di Sde Teiman, indicato in diversi rapporti come uno dei luoghi in cui sarebbero stati documentati episodi di abuso dopo il 7 ottobre.