Sudan, Usa presentano piano di pace in 5 punti: "Tregua umanitaria, accesso agli aiuti, stop alle ostilità, transizione politica, ricostruzione"

Il piano, presentato dal Consigliere senior degli Stati Uniti per gli Affari Arabi e Africani Massad Boulos, parte dall’assunto che il futuro del Sudan debba essere restituito alla società civile, protagonista della rivoluzione del 2019

Gli Stati Uniti hanno ha sottoposto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu una "road map" articolata in cinque punti per arrivare a una pace e accompagnare il Paese verso una nuova fase di stabilità civile. Il piano, presentato dal Consigliere senior degli Stati Uniti per gli Affari Arabi e Africani Massad Boulos, parte dall’assunto che il futuro del Sudan debba essere restituito alla società civile, protagonista della rivoluzione del 2019.

Sudan, Usa presentano piano di pace in 5 punti: "Tregua umanitaria, accesso agli aiuti, stop alle ostilità, transizione politica, ricostruzione"

Con un post su X, il diplomatico ha spiegato quale siano i 5 punti del piano statunitense per arrivare a una pace in Sudan: "Ho delineato cinque pilastri chiave per il coordinamento internazionale: un cessate il fuoco umanitario immediato; garantire l’accesso sostenibile agli aiuti umanitari e la protezione dei civili; una cessazione permanente delle ostilità e accordi di sicurezza affidabili; un processo di transizione politica inclusivo a guida civile; e un piano a lungo termine per la ripresa e la ricostruzione che restituisca stabilità e opportunità al popolo sudanese. Gli Stati Uniti continueranno a lavorare a stretto contatto con i propri alleati e partner, compresi i nostri partner del Quad (Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto n.d.r.) il Regno Unito e altri, per premere per un cessate il fuoco umanitario e per espandere la portata dell’assistenza salvavita. Continueremo inoltre a ritenere responsabili coloro che si sono macchiati di atrocità, mentre lottiamo incessantemente per raggiungere la pace che il popolo sudanese merita".

Tra i punti centrali figura l’istituzione di un meccanismo di supervisione delle Nazioni Unite per garantire l’accesso senza ostacoli agli aiuti, aggirando i blocchi imposti dalle forze armate che oggi vanificano gran parte dei fondi internazionali stanziati. Ad oggi sono milioni gli sfollati e la situazione sanitarie è al collasso, con gli ospedali (quei pochi funzionanti) spesso vittima degli attacchi con droni.

L’obiettivo di medio periodo è un cessate il fuoco permanente, premessa indispensabile per la nascita di un governo di transizione guidato da civili e per lo smantellamento delle milizie attive sul territorio. Solo a queste condizioni, secondo gli Stati Uniti, sarà possibile sbloccare i finanziamenti necessari a un vasto piano di ricostruzione delle infrastrutture e dei servizi essenziali.

Il conflitto esploso il 15 aprile 2023 non è una guerra civile tradizionale, ma uno scontro interno all’apparato militare, maturato sulle macerie di una transizione democratica fallita. I due contendenti sono il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo dell’esercito regolare (Saf), e il generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, leader delle Forze di supporto rapido (Rsf). La frattura tra i due è esplosa attorno al controllo della sicurezza nazionale e al tentativo, mai compiuto, di integrare le truppe di Hemedti nell’esercito regolare dopo il colpo di Stato del 2021, trasformando la rivalità in una lotta per il controllo dello Stato.

Un passaggio decisivo si è avuto con la battaglia per Al-Fashir, capitale del Nord Darfur. Dopo un assedio di diciotto mesi, le Rsf hanno conquistato l’ultimo presidio governativo nel Sudan occidentale, modificando in modo sostanziale la geografia del conflitto e sancendo una divisione di fatto del Paese. Le conseguenze umanitarie sono state drammatiche: diverse fonti parlano di esecuzioni sommarie, stupri e atrocità, con una missione di inchiesta Onu che ha evidenziato episodi di pulizia etnica ai danni delle comunità non arabe, che costituiscono "segni evidenti di genocidio".

La guerra continua inoltre ad alimentarsi grazie a una rete di interessi regionali e internazionali. Le Rsf beneficiano del sostegno degli Emirati Arabi Uniti, mentre l’esercito di al-Burhan può contare sull’appoggio di Egitto, Iran e Russia, interessata a consolidare la propria presenza strategica sul Mar Rosso. In questo contesto, l’oro rappresenta il vero motore economico del conflitto: secondo diverse stime, ogni anno circa 16 tonnellate vengono esportate illegalmente, spesso attraverso Dubai, finanziando l’acquisto di armi e droni e contribuendo a perpetuare la spirale di violenza.