Boicottaggio di Israele, esportazioni agricole al collasso dopo genocidio a Gaza, tra i prodotti più colpiti gli agrumeti e il mango
Il rifiuto dei compratori di acquistare prodotti israeliani rappresenta una scelta apertamente politica, adottata come forma di protesta contro il genocidio del popolo palestinese e come strumento di pressione economica e simbolica
Le conseguenze delle operazioni militari a Gaza - con omicidi, violenze, deportazioni, accaparramento di terre - vengono oggi riflesse anche sul piano economico. Una parte crescente dell’opinione pubblica globale, attraverso proteste di piazza e decisioni al supermercato, sta esprimendo un netto rifiuto verso il governo israeliano e i suoi prodotti. Il risultato è un crollo della domanda estera, in particolare per agrumi e mango, simboli storici dell’export. "Non vogliono i nostri prodotti", ammettono alcuni operatori del settore, fotografando una crisi che rischia di diventare strutturale.
Boicottaggio di Israele, esportazioni agricole al collasso dopo genocidio a Gaza, tra i prodotti più colpiti agrumi e mango
L’agricoltura israeliana, per anni considerata uno dei pilastri dell’economia nazionale, si trova oggi sull’orlo del collasso. Le cancellazioni degli ordini dall’estero si moltiplicano, soprattutto in Europa, dove importatori e distributori tendono a privilegiare fornitori alternativi. Nei campi, in diversi casi, la frutta resta sugli alberi o viene distrutta perché invenduta, con pesanti ricadute sui bilanci delle aziende agricole. Anche questo scenario viene letto da molti come un riflesso diretto delle tensioni geopolitiche e delle accuse rivolte a Israele per quanto accade nei territori palestinesi. Secondo diversi osservatori, il boicottaggio non sarebbe più solo un gesto simbolico, ma una scelta concreta che incide sulle filiere produttive e sulle esportazioni.
I produttori riferiscono che commesse considerate un tempo stabili vengono progressivamente annullate. Il responsabile di alcune coltivazioni ha avvertito che, senza una ripresa dei canali esteri, l’intero comparto rischia di essere smantellato. "La frutta israeliana, pur di alta qualità, oggi è meno richiesta in Europa", osserva un gestore di frutteti, sottolineando come molte vendite avvengano ormai in perdita o non avvengano affatto. Anche un marchio storico come quello delle arance di Jaffa risulta quasi assente dalle esportazioni, segnale di una domanda in forte contrazione. "Prima esportavamo anche in Scandinavia, oggi non parte più nemmeno un container", ammette un rappresentante del settore.
Non va meglio per i mango, una delle principali voci dell’export agricolo verso i mercati europei. In alcune aree si parla di centinaia di tonnellate di prodotto non raccolto o lasciato marcire per assenza di sbocchi commerciali. Alcuni produttori dichiarano paradossalmente di preferire la distruzione dei raccolti piuttosto che valutare ipotesi alternative di vendita. Un agricoltore lo ha sintetizzato così "Se c’è il rischio che io perda soldi perché il prodotto finisce in circuiti che non condivido, allora preferisco rinunciare al guadagno".
A complicare ulteriormente il quadro intervengono anche fattori logistici, come le difficoltà di navigazione nel Mar Rosso, che hanno allungato le rotte e aumentato i costi di trasporto, incidendo sulla qualità dei prodotti freschi e sui tempi di consegna. Tuttavia, la componente logistica da sola non spiega la portata della crisi. La riduzione della domanda appare infatti strettamente legata al clima internazionale e alla crescente diffusione di campagne di boicottaggio.