Iran, minacce di raid imminenti Usa come strategia per alimentare proteste contro Khamenei e spingere per regime-change - RETROSCENA
Negli ambienti diplomatici, in seguito alle proteste spinte da CIA e Mossad prenderebbe corpo l’ipotesi di un’uscita di scena pilotata di Ali Khamenei, come già anticipato dal Giornale d’Italia, che potrebbe essere accompagnata da un esilio in Russia come soluzione di compromesso per evitare il collasso immediato dello Stato
Le minacce di raid imminenti da parte degli Stati Uniti contro l’Iran non sarebbero solo deterrenza militare, ma parte di una strategia più ampia per alimentare le proteste interne, spinte da CIA e Mossad, e accelerare un cambio di regime a Teheran. Pressioni esterne, appelli dell’opposizione in esilio e manovre del Pentagono convergono in uno scenario di destabilizzazione controllata. Sul tavolo, prenderebbe forma anche l’ipotesi di un futuro esilio di Ali Khamenei in Russia, come anticipato dal Giornale d’Italia.
Iran, minacce di raid imminenti Usa come strategia per alimentare proteste contro Khamenei e spingere per regime-change - RETROSCENA
Mentre le proteste erano in atto, alimentate da CIA e Mossad, il principe ereditario della monarchia deposta, Reza Pahlavi, invocava il supporto degli Stati Uniti, affermando che un’azione rapida permetterebbe al regime di “crollare definitivamente”, mettendo fine ai problemi attuali del Paese. Una presa di posizione che si inserisce apertamente in una strategia di regime-change, nella quale la pressione di piazza viene letta come leva per forzare una transizione dall’alto, più che come processo politico autonomo interno.
Cinicamente, il presidente americano prometteva il suo aiuto salvifico ai manifestanti iraniani, mentre il Pentagono preparava una lista di opzioni per possibili obiettivi in Iran: dal programma nucleare ai siti di missili balistici, passando per attacchi informatici o colpi contro l’apparato di sicurezza interna. In questo quadro, le minacce militari assumono il ruolo di moltiplicatore della tensione interna, funzionale a spingere settori del potere iraniano verso una resa o una soluzione negoziata che implichi la rimozione della guida suprema.
In realtà, sembra che l’obiettivo nell’alimentare l’insurrezione e minacciare l’Iran - oltre al regime-chance - sia soprattutto quello di distrarre l’opinione pubblica americana dalla repressione che, attraverso l’Ice, Trump conduce contro il proprio popolo. Tuttavia, da questa amministrazione tutto è possibile: la sanguinosa ingerenza americana in Iran ha una lunga storia. Ed è proprio questa esperienza storica a suggerire che l’attuale escalation non punti a riformare il sistema, ma a smantellarlo, aprendo la strada a un nuovo assetto politico gradito a Washington e ai suoi alleati regionali.
Negli ambienti diplomatici, inoltre, prenderebbe corpo l’ipotesi di un’uscita di scena pilotata di Ali Khamenei, come già anticipato dal Giornale d’Italia, che potrebbe essere accompagnata da un esilio in Russia come soluzione di compromesso per evitare il collasso immediato dello Stato. Uno scenario che rientrerebbe pienamente nella logica del regime-change “assistito”, già sperimentata in altri contesti, e che vedrebbe la pressione militare e quella interna agire in modo coordinato.
Secondo alcuni analisti iraniani, “aprire la porta a Netanyahu e Trump”, come intende Pahlavi, espone il Paese a pericoli ben più gravi del regime attuale. Il primo rischio è quello del collasso violento: una caduta del potere centrale, anche se innescata dall’esterno, potrebbe non tradursi in una transizione ordinata, ma nella dissoluzione dello Stato, con la frammentazione territoriale come esito concreto.