“Uk in cima alla lista degli arresti per commenti online, 2ª Bielorussia e 3ª Germania, 6ª Russia, 14ª Usa”, la classifica del 2023

In cima alla lista figura il Regno Unito, con oltre 12.183 arresti. Al secondo posto si colloca la Bielorussia (6.205 arresti), seguita dalla Germania con circa 3.500 casi. Seguono la Cina (1.500 arresti), la Turchia (500) e la Russia (400)

Il Regno Unito guida la classifica mondiale degli arresti per commenti online, superando non solo Paesi autoritari ma anche Stati spesso indicati come modelli di controllo repressivo del dissenso. È quanto emerge da una stima aggiornata al 2023, che fotografa un quadro sorprendente e per molti versi allarmante sulla gestione della libertà di espressione nell’era digitale. Con oltre 12 mila arresti legati a contenuti pubblicati sul web e sui social network, Londra si colloca al primo posto, davanti alla Bielorussia, seconda con oltre 6.200 casi, e alla Germania, terza con circa 3.500.

“Uk in cima alla lista degli arresti per commenti online, 2ª Bielorussia e 3ª Germania, 6ª Russia, 14ª Usa”, la classifica del 2023

In cima alla lista figura il Regno Unito, con oltre 12.183 arresti. Un dato che sorprende e fa discutere, soprattutto se confrontato con la tradizionale immagine britannica di tutela delle libertà civili. La legislazione sul cosiddetto “hate speech”, unita a un’interpretazione sempre più estensiva delle norme contro i “contenuti offensivi”, ha portato negli ultimi anni a un forte incremento degli interventi delle forze dell’ordine per commenti ritenuti inappropriati o pericolosi.

Al secondo posto si colloca la Bielorussia (6.205 arresti), seguita dalla Germania con circa 3.500 casi. Se per Minsk il dato appare coerente con un sistema politico fortemente repressivo, più controversa è la posizione di Berlino, dove le leggi contro l’estremismo e la disinformazione online hanno prodotto un numero significativo di procedimenti penali. Seguono la Cina (1.500 arresti), la Turchia (500) e la Russia (400), Paesi in cui il controllo dello spazio digitale è da tempo uno strumento di governo.

La classifica prosegue con Polonia (300), Thailandia (258) e Brasile (200), mostrando come il fenomeno non sia circoscritto a una specifica area geografica o a un solo modello politico. Anche nazioni coinvolte in conflitti o caratterizzate da regimi autoritari, come Siria (146), Iran (100) ed Egitto (20), figurano nell’elenco, ma con numeri inferiori rispetto a quelli registrati in alcune democrazie occidentali.

Colpisce, infine, la presenza di Francia (54 arresti) e Stati Uniti (50), Paesi spesso considerati baluardi della libertà di parola. Sebbene i numeri siano relativamente contenuti, essi indicano una tendenza comune: l’idea che il mondo digitale non sia più uno spazio “franco”, ma un territorio sempre più regolato, sorvegliato e sanzionato.