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Iran, rivolte e blackout informativo: tra guerra ibrida e sovranità, le lezioni ignorate dall’Occidente

Dalle proteste iraniane alla strategia delle grandi potenze: repressione, intelligence e realismo geopolitico. Un’analisi fuori dal coro che interroga anche l’Italia, la Nato e il mito della sicurezza delegata.

12 Gennaio 2026

Iran, rivolte e blackout informativo: tra guerra ibrida e sovranità, le lezioni ignorate dall’Occidente

Oltre la narrazione occidentale

Le recenti proteste in Iran, presentate in Occidente come l’ennesimo moto “anti-regime”, mostrano contorni molto più complessi. In una certa misura si è trattato anche di manifestazioni pacifiche, con una presenza non marginale di conservatori ostili all’attuale esecutivo riformista di Pezeskian, dunque tutt’altro che un fronte compatto per il rovesciamento del sistema. La distanza tra realtà sul terreno e racconto mediatico è evidente: gli stessi media che continuano a descrivere combattimenti in località ucraine da tempo sotto controllo russo propongono una lettura semplificata anche del caso iraniano.

Blackout informativo e guerra cognitiva

Sull’Iran grava un blackout informativo quasi totale, aggravato dalla disconnessione della rete. Le notizie filtrano a fatica e spesso attraverso organizzazioni occidentali per i diritti umani che diffondono cifre non verificabili sulle vittime. Se davvero si trattasse di numeri nell’ordine delle centinaia o migliaia, e se lo Stato non ha perso il controllo di alcuna grande città, è legittimo ipotizzare che Teheran abbia scelto di lasciar sfogare le tensioni per individuare e isolare le reti ostili.

Intelligence, Mossad e rischio calcolato

Secondo diverse fonti non ufficiali, una parte rilevante dei disordini sarebbe stata alimentata da agenti stranieri, con collegamenti diretti all’intelligence israeliana. La pubblicazione di liste di nomi attribuiti a tali reti – vere o presunte – suggerisce una contro-offensiva mirata. In termini di guerra ibrida, impiegare direttamente una rete clandestina in azioni insurrezionali comporta un rischio enorme: bruciare asset preziosi. Se questa lettura è corretta, l’operazione appare più come un gesto avventato che come una strategia vincente.

Le opposizioni iraniane e i conti aperti

Il potere iraniano potrebbe ora regolare i conti con le due principali forze antagoniste interne: i Mujahidin del Popolo, di matrice estremista e sostenuti dagli Stati Uniti, e i monarchici pahlavisti, storicamente appoggiati da Israele. Due realtà inconciliabili, unite solo dall’ostilità verso la Repubblica islamica. Una repressione efficace, se accompagnata dallo smantellamento delle reti organizzative, potrebbe paradossalmente rafforzare lo Stato, eliminando una minaccia latente.

Stabilità o conflitto strisciante

Lo scenario alternativo non è una vittoria dei rivoltosi – poco credibile di fronte a forze armate fedeli e strutturate – ma la cronicizzazione degli scontri: sacche di instabilità, guerriglia urbana, zone grigie. Un logoramento lento che, nel tempo, potrebbe indebolire il sistema. I prossimi giorni chiariranno quale strada abbia imboccato l’Iran.

Grandi e medie potenze: una lezione di realismo

La vicenda iraniana si inserisce in un quadro più ampio. Le grandi potenze causano gli eventi, le medie potenze li sfruttano: una lezione antica, da Cavour in poi. Oggi vediamo Washington negoziare la Groenlandia evocando persino l’uso della forza, mentre l’Europa balbetta. In questo contesto, l’Italia dovrebbe interrogarsi seriamente sul proprio interesse nazionale.

Italia, Nato e sovranità limitata

Il dibattito sul riarmo italiano è viziato da un equivoco: non si tratta di difendersi da nemici inesistenti, ma di partecipare alle proiezioni di potenza statunitensi. Le basi americane sul nostro territorio non proteggono l’Italia; servono a Washington. I soldati italiani caduti in Iraq e Afghanistan ne sono la prova. Le armi acquistate oggi rischiano di essere usate domani in conflitti decisi altrove.

Neutralità di fatto, non avventurismo

Chiudere le basi americane non significa uscire dalla Nato domani mattina – ipotesi pericolosa – ma avviare un percorso verso una neutralità di fatto, compatibile con il realismo politico. La presenza militare straniera è il segno distintivo di uno Stato satellite e condiziona il dibattito democratico interno. L’Italia, debole militarmente e diplomaticamente, dovrebbe evitare di farsi trascinare in una competizione globale che non le appartiene. Dall’Iran al Mediterraneo, il filo rosso è la sovranità. Teheran difende la propria con metodi duri e discutibili, ma coerenti con la sua storia. Roma, invece, sembra aver rinunciato persino a pensarla. In un mondo che si riorganizza attorno a blocchi contrapposti, continuare a ignorare il realismo geopolitico è il lusso più pericoloso che l’Italia possa permettersi.

 

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