Iran, dottor Divanbeigi al GdI: "Il regime è debole, mai vista tanta gente in piazza, noi iraniani vogliamo cambiamento ma non tornare allo Scià"

In merito alla situazione iraniana, Il Giornale d'Italia ha intervistato Ghahraman Divanbeigi, iraniano che vive in Italia da 50 anni. Divanbeigi ha raccontato cosa vuol dire per il suo popolo e il suo Paese quello che sta accadendo in questi giorni, non tralasciando speranze e timori per il futuro

L'Iran sta attraversando uno dei momenti più caldi della sua storia. Da 12 giorni le piazze sono invase da centinaia di migliaia di persone che protestano contro il regime dell'Ayatollah Khamenei e invocano la sua destituzione e un cambio alla guida del Paese; negli scontri sono morte oltre 45 persone e più di 2000 sono state arrestate dalle forze dell'ordine. Il Giornale d'Italia ha intervistato in merito Ghahraman Divanbeigi, osteopata iraniano che vive in Italia da oltre 50 anni. Divanbeigi è nato 70 anni fa a Rasht, nella regione del Gilan, quando in Iran vi era il regime degli Scià, sovvertito poi dalla rivoluzione del 1979, per poi trasferirsi in Italia, a Firenze, dove vive da mezzo secolo ed esercita la sua professione. Creatore del gruppo Facebook "Ass.Iraniani - Firenze, La comunità Italo-Iraniana", Divanbeigi ha raccontato cosa vuol dire per il suo popolo e il suo Paese quello che sta accadendo in questi giorni, non tralasciando speranze e timori per il futuro.

Ghahraman Divanbeigi

Sono diversi giorni che la popolazione iraniana protesta contro il regime. Qual è la percezione che si ha di questo movimento mai visto?

Negli anni abbiamo vissuto diverse esperienze per liberare l'Iran e arrivare a un minimo di democrazia, ma c'è stata tutta una serie di fallimenti e questa volta speriamo che sia quella buona. Il regime sembra indebolito e ho visto questa marea di gente che non si è vista mai prima, spero ci sia anche una volontà internazionale di dare una mano al popolo iraniano. Ci vuole poco, ci vuole un aiutino anche da parte dei Paesi esteri, non di un intervento armato però perché il regime è abbastanza indebolito.

L'appello è stato lanciato da Reza Pahlavi ed è stato interpretato come un'occasione unica per poter scendere in campo contro questo regime che non smette mai di rendere la vita difficile alla gente, specialmente sotto il profilo economico. È una tragedia. La gente ha riposto in maniera sorprendente: una marea di persone è scesa in più di 140 città in tutto l'Iran. Ho visto anche le forze speciali iraniane in piazza ma non erano sufficienti, c'era troppa gente. 

Perché proprio adesso sono iniziate queste proteste? C'è un ruolo di agenti esterni come la CIA o il Mossad?

Forse dopo l'attacco di Israele all'Iran (nella Guerra dei 12 giorni n.d.r) e la decapitazione dei comandanti iraniani c'è stato un colpo duro per il regime che si è trovato in una posizione molto indebolita. E poi la situazione economica si è aggravata e la gente, che è veramente disperata, comincia a scendere in campo: non ha nulla da perdere, è incredibile, non si è mai visto una cosa del genere. Solo una minoranza dei figli dei comandanti o personaggi politici in Iran se la passano abbastanza bene, hanno saccheggiato praticamente tutto il Paese. E questo è talmente evidente che fa agitare la popolazione che cerca semplicemente di vivere un po' meglio. Potrebbe esserci un ruolo di agenti esterni, ma la popolazione non ne può più.

Sia la situazione interna sia la situazione economica e, forse più importante, la situazione geopolitica e internazionale favoriscono che qualcosa in Iran cambi. Quindi questa può essere effettivamente la volta buona. In questo vuoto politico forse la gente ha risposto positivamente all'appello di Pahlavi, non aveva nessuna posizione politica. Ha accolto questo appello ed è sceso in campo. Però questo non vuol dire che la maggior parte degli iraniani voglia il ritorno del regno di Pahlavi.

Pahlavi ha dato un grande input alle proteste e in questi giorni vedrà forse Donald Trump, è comunque molto presente sulla scena. Chiedo a lei qual è la percezione di Pahlavi come figura politica e se qualcuno auspica un ritorno al regime dello Scià di Persia?

Io penso che in questi 47 anni si sia fatta una certa esperienza. Anche quelli che sono nati nel momento della rivoluzione islamica, ora hanno 47 anni e hanno una certa esperienza. I figli della rivoluzione islamica ormai sono abbastanza adulti e in grado di non più credere nelle favole raccontate dai riformisti islamici.

Anche l'esperienza vissuta all'epoca dello Scià non era una democrazia. Lui aveva formato un governo del tipo "partito unico" ,non c'era nemmeno un'organizzazione dei partiti. Poi ha commesso anche un suicidio politico mettendosi contro l'occidente aumentando il prezzo del petrolio. E suo figlio ora non parla degli sbagli del padre, sottolinea semplicemente i punti positivi dell'epoca.

Forse ora si è maturata una certa esperienza per poter dare un taglio con il passato. Creare qualcosa di nuovo totalmente. Pensare a qualcosa di fattibile per oggi e domani. È un paese pieno di giovani, pieno di talenti, pieno di voglia di vivere e di avere un rapporto con il mondo. 47 anni di insegnamenti, controlli, censure, imposizione di codici islamici non sono servite a nulla. Se lei va a Teheran e vede i giovani come vivono, come si vestono, come si divertono, come si comportano, rimane con la bocca aperta. Eppure da quasi 47 anni loro fanno questo lavaggio del cervello nelle scuole. E la gente fa salti mortali per far studiare musica ai propri figli, dipingere, studiare le lingue. Tutte le cose che loro sistematicamente hanno vietato, hanno tolto la possibilità di fare. Eppure la gente apprezza queste cose.

La vera domanda è: quali sono le garanzie per cambiare la situazione attuale, rovesciare il regime islamico e arrivare a una situazione democratica? Quali sono i personaggi? Pahlavi si è autoproclamato il leader, l'unico leader in grado di poter gestire questo passaggio. Accettiamolo nelle sue buone intenzioni, però bisogna anche definire un meccanismo che ci garantisca che questo passaggio avvenga senza rovesciare il regime attuale e consegnare il paese a una persona che voglia governare solo.

In Iran c'è regime islamico, c'è censura, non ci sono partiti, non si possono fare conferenze di stampa e altre cose. Lui potrebbe ad esempio, visto che all'estero, ha conoscenze, alleati e possibilità, coinvolgere altri personaggi che hanno abbastanza credito in Iran e sono personaggi con un passato abbastanza positivo.

Una delle paure è che dal regime degli Ayatollah si passi a una simil-monarchia sua. Non c'è il timore che dopo la rivoluzione ci sia invece un governo che sia non democratico ma completamente in mano agli americani?

In un paese che non ha avuto l'occasione e l'esperienza della convivenza dei partiti è facile che avvenga questo. In un paese democratico come l'Italia, quando succede una crisi politica dove i partiti da soli non ce la fanno a formare un governo, si impone un governo tecnico o di transizione. Da noi non c'è questo. Altri decideranno per noi. Essendo un Paese geopoliticamente importante, essendo un Paese ricco, c'è un motivo in più per farlo.

Il problema degli americani è che questa ribellione non ha una testa, non ha una figura con cui poter trattare e questo forse rende più difficile il lavoro degli Usa o dei paesi internazionali che non sanno con chi parlare. Perché la figura di Reza Pahlavi è una figura che più che altro viene usata per far paura al regime. È più una marionetta, diciamo in qualche modo.

Si parla sempre di più di un possibile attacco statunitense-israeliano per far capitolare definitivamente il regime.

Loro possono benissimo attaccare, come hanno dimostrato, ma il problema rimane: chi gestirà dopo? E questo è un problema sia per noi iraniani che per loro. Qui secondo me, purtroppo, la Repubblica islamica ha bruciato e isolato tutti i personaggi che potevano servire per rimediare in questi momenti difficili. E questo è un problema per tutti, per noi e per i Paesi stranieri. Io spero che qualcuno si faccia avanti o che ci sia in corso qualche trattativa per inventare una soluzione politica che abbia un costo minore per tutti quanti. Sia per il regime che non sta più in piedi, questo è più che ovvio, sia per il Paese intero.