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Muro di Berlino: la storia dello spartiacque tra oppressione e libertà

Lo scandalo indelebile del muro di Berlino, con tutto quanto si porta con sé, rappresenta una memoria vicinissima, temporalmente e geograficamente, non soltanto un ricordo del passato

Di Pierfranco Faletti

12 Novembre 2021

Muro di Berlino, la storia dello spartiacque tra oppressione e libertà

Muro di Berlino

Ricorre in questi giorni l’anniversario della caduta del muro di Berlino. Pochissimi giornali e TV l’hanno ricordato. L’argomento non fa certamente parte delle curiosità del pensiero dominante.

Eppure, quel 9 novembre 1989 rappresenta una data simbolo, come la presa della Bastiglia, come le Cinque Giornate di Milano, come il 25 Aprile, tanto celebrato e venerato.

Ricorda la data dell’inizio del crollo dell’impero sovietico, basato su un regime sanguinario, che per 70 anni ha condizionato la vita e spesso causato la morte di milioni di europei, mediante la manipolazione di una ideologia, quella comunista, che avrebbe dovuto avere finalità completamente diverse.

Stalin “assetato di potere e di sangue”, stando alle parole della figlia Svetlana, aveva imposto la cosiddetta dittatura del proletariato di marxista e leninista memoria, in Unione Sovietica e nei paesi satelliti, che coprivano tutta l’Europa dell’Est. Per il Dittatore, però, tutto il proletariato del mondo si identificava in lui stesso e quindi, dittatura comunista del proletariato, equivaleva a potere assoluto a Iosif Stalin.

Questo gli aveva dato mano libera per effettuare nel suo paese e non solo, milioni di assassinii, insieme a soprusi e barbarie, con cui aveva mantenuto saldamente le redini del potere.

I paesi dell’Est, invece, li aveva conquistati con un’aggressiva azione militare, che calpestava tutti gli accordi firmati con gli alleati della Seconda Guerra Mondiale, che prevedevano l’indipendenza di Ungheria, Polonia, Bulgaria, Romania, Paesi Baltici, Iugoslavia e Germania. Lo aveva fatto, ironia della sorte, anche con l’uso dei carri armati e degli aerei forniti all’Unione Sovietica dagli USA, per combattere i nazisti.

In questa strategia criminale, rientrava anche una parte della città di Berlino, dove gli americani e gli inglesi erano riusciti ad installare un proprio presidio. Berlino pertanto, per una serie di coincidenze e forse di stravaganze storico-politiche, era diventata il crocevia tra mondo comunista e mondo occidentale.

Era un’oasi bianca, collocata in mezzo ad un deserto rosso, da cui era divisa radicalmente da valori, culture, economie, regimi politici e religioni. Troppo scomoda per essere accettata dai comunisti!

Stalin fece tutto il possibile per atrofizzarla, come un fortino assediato, bloccando strade di accesso, rifornimenti, scambi commerciali. Non ci riuscì e ben due milioni e cinquecentomila tedeschi, in quegli anni, da lì fuggirono in Occidente.

Era un’onta permanente per il Governo Sovietico che Krusciov, succeduto a Stalin, cercò di bloccare con l’erezione, in una notte dell’agosto 1961, di un muro invalicabile che attraversava tutta la città. Ciononostante, altri morti, altri feriti caddero sul terreno, nel tentativo di abbandonare quel mondo di miseria e di barbarie.

Il muro di Berlino divenne così ufficialmente lo spartiacque tra oppressione e libertà, tra dittatura comunista e democrazia. La sua caduta rappresentò l’atto liberatorio che, in pochi anni, ha riportato la vita ed il benessere, in tanti paesi governati da regimi imposti dall’alto, con la forza e la brutalità.

Nelle ricorrenti campagne antifasciste e antirazziste, che periodicamente si riaffacciano sui media di casa nostra e nelle manifestazioni e nei cortei di fratellanza, che dilagano nelle principali città italiane, si predica giustamente l’importanza della memoria.

Lo scandalo indelebile del muro di Berlino, con tutto quanto si porta con sé, rappresenta una memoria vicinissima, temporalmente e geograficamente, non soltanto un ricordo del passato.

Tale scandalo ha allungato i suoi tentacoli, ancora oggi, su una delle due maggiori potenze del mondo, quella Cina comunista, ma anche un po' fascista, ma anche un po' capitalista, ma certamente illiberale ed autocratica che, con una recente modifica alla sua voluminosa costituzione di oltre 4.000 pagine, ha consacrato Duce a vita il suo leader Xi Jinping.

Lui ha consolidato un regime che, tra l’altro, ha soffocato nel sangue le recenti manifestazioni di Hong Kong, mentre nessuno conosce ciò che succede all’interno dei suoi immensi confini.

Qui non si parla né di memoria, né di ricordo, ma della nostra odierna realtà, che trova raramente spazio di cronaca sui nostri giornali e nelle nostre televisioni e non scalda mai i cortei e le piazze del nostro mondo, così giustamente sensibile ai “diritti”, alla “democrazia” ed alla “libertà”.

Di Pierfranco Faletti

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