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Alpini, molestie a Rimini: onore e non fango sulle penne nere

Da Rimini si sono levate voci accusatorie di ragazze e signore, che sostengono di essere state a parole e fatti-per ora pochi e non dimostrati-molestate da alcuni singoli partecipa al raduno

Di Francesco Di Bartolomei

21 Maggio 2022

Alpini, molestie a Rimini: onore e non fango sulle penne nere

Nei giorni scorsi è emersa una polemica, che se non riguardasse il glorioso corpo degli alpini si inserirebbe in una quotidianità mediatica ormai diventata tristemente disumana. Da Rimini dove si è svolto l'annuale raduno del corpo, si sono levate voci accusatorie di ragazze e signore, che sostengono di essere state a parole e fatti-per ora pochi e non dimostrati-molestate da alcuni singoli partecipa al raduno. Il tema è sdrucciolevole e delicato, ma continuare da parte di chi, non vuole essere condizionato da visioni univoche e ideologiche, a mettere la testa sotto la sabbia non ha senso.

Alpini: onore e non fango sulle penne nere

Nessuno discute che in linea di principio qualsiasi categoria, può nascondere dentro di se delle "mele marce", come saggiamente dichiarato dalla Dottoressa De Giuli, ex alpina e direttrice dell'Ospedale da campo di Bergamo, durante il Covid.

Partendo da questo principio non vogliamo entrare nel merito delle molestie. In generale e come detto si è parlato di complimenti pesanti e atteggiamenti non consoni, ma il punto è semplicemente uno: come per qualsiasi cittadino, gli alpini o ex appartenenti al corpo sono tenuti a risponderne davanti all'autorità giudiziaria in primis, e in second'ordine all'ANA-Associazione Nazionale Alpini-ammesso che si debba rispondere di qualcosa.

L'opinione pubblica ha il diritto di essere informata ma non può partire un processo mediatico iniquo e speculativo su una delle associazioni d'arma legata ad un corpo tra i più gloriosi del nostro esercito. Nessuno ovviamente, vuole impedire o blandire la possibilità alle presunte molestate di denunciare il fatto, ma un conto è questo altro è presentarsi a giornali e tv prima che si siano concluse le indagini, anche se ormai  ad ogni livello è diventata regola da anni.

Per un bel po’ di giorni si è gettato molto fango e la domanda è sempre la stessa: se da qui a qualche tempo la giustizia decretasse che i fatti non sussistono o che sono ascrivibili a pochi elementi, il discredito gettato gratuitamente verso l'illustre sodalizio, chi lo ripagherebbe?

Certe cose non spariscono mai del tutto e il rischio che la macchia rimanga anche se non dovesse esistere il dolo, è serio. Per questo quando si chiamano in causa certe realtà, bisognerebbe usare cautela.

La cosa che più colpisce di questi tempi, è che molte di quelle associazioni e degli stessi giornali che da un paio di mesi, invocano a gran voce la forniture di armi agli ucraini si sono ritrovati nuovamente antimilitaristi in questa vicenda (proprio mentre il mondo militare cerca di invitare tutti sulla vicenda della guerra alla prudenza).

La stampa parla di numerosi casi di presunte molestie, ma quante volte nella storia italiana e occidentale sono stati denunciati personaggi famosi per decine di tentativi di stupro o molestie che in sede giudiziaria, o non sono risultati veritieri, o si sono ridotti a pochi casi. Su un privato cittadino anche un solo comportamento del genere è punibile e censurabile moralmente, ma non ci vuole una scienza per comprendere che su un’intera associazione d'arma e/o corpo militare non sono applicabili gli stessi criteri almeno a livello di analisi informativa.

Specie quando qualcuno si è anche permesso di dire che gli alpini andrebbero banditi dalla città di Rimini! Stiamo parlando di una realtà associativa e militare che nel corso dei decenni ha svolto un gran numero di missioni a sostegno della popolazione italiana-e nel mondo-per interventi umanitari e di soccorso per disastri naturali e per missioni internazionali.

Parliamo di quella realtà che cento anni fa fermò sul Monte Grappa, l'esercito austro-ungarico dove erano inquadrati soldati bosniaco-mussulmani che nonostante la contrarietà del governo di Vienna, avevano avuto la promessa dai capi militari tedeschi di poter avere libertà di stupro sulle donne italiane, in caso di vittoria.

Questo filone culturale accusatorio-in questa specifica questione-che oggi invoca per altro interventi militari nel mondo, sembra essere lo stesso che da un lato all'altro dell'Atlantico, promuove quella "Cancel Culture", che fa distruggere le statue di Churchill, Colombo o Baudelaire e che in Italia con questo evento sta prendendo di mira una delle glorie più antiche del paese, sembra essere sempre operante. Una misera umanità che giudica la storia e i comportamenti umani solo dal suo punto di vista.

Il tempo ci dirà se ci sono responsabilità oggettive di alcuni o meno, ma certi andazzi nell'Italia repubblicana hanno spesso finito col concentrare proprio verso le forze armate, tutto il loro malessere e livore, senza neanche a volte accertarsi bene di cosa si stia parlando.

A tutti questi vati della guerra per procura che però con la loro mentalità da colonizzati culturali odiano le divise e ciò che rappresentano vorrei rammentare chiudendo la dignità delle dichiarazioni mai modificate di Giorgio Sandri (padre di Gabriele tifoso della Lazio ucciso in un autogrill da un agente nel 2008) allorché parlando del processo all'assassino del figlio dichiarò che lui chiedeva giustizia contro una persona e non contro un’istituzione di polizia a cui tutti dovevano guardare con fiducia.

Nessuno è al di sopra della legge o immune da responsabilità, ma vanno sempre rispettate anche nel ricostruire i fatti, le istituzioni che rappresentano lo Stato.

Di Francesco Di Bartolomei

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