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Quando il sindaco di Milano Gabriele Albertini accolse i reali britannici in città

Le parole dell'ex sindaco di Milano Gabriele Albertini a Il Giornale d'Italia: "Credo che il Principe Filippo sia stato il protagonista della modernizzazione del rapporto con l'opinione pubblica della Famiglia Reale"

Di Mariofilippo Brambilla di Carpiano

20 Aprile 2021

Tributo alla memoria del Duca di Edimburgo

L’Italia il Principe Filippo la conosceva sin dai tempi della Seconda guerra mondiale, quando da giovane ufficiale della Royal Navy  prese parte allo sbarco alleato in Sicilia e alla battaglia di Capo Matapan. Molti anni fa in una intervista raccontò che proprio durante quel battesimo del fuoco sul ponte della HMS Valiant, tra scoppi di bombe e deflagrare di cannoni, disse per la prima volta a se stesso: “Philip,the life is real”. La vita è realtà.

La tempra dell’inossidabile carattere di Filippo di Grecia e Danimarca, principe “continentale” con sangue tedesco e russo nelle vene, viene forgiata dalle asprezze seguite all’esilio, ripetuto ed intermittente, della famiglia reale greca. Nasce a Corfu’ nel giugno del 1921, ma ha solo diciotto mesi quando viaggia dentro una cassetta d’arance trasformata in culla per fuggire dal paese dopo che suo padre Andrea viene salvato per un soffio dal plotone d’esecuzione. E’ tra i generali ritenuti responsabili della disfatta dell’esercito ellenico in Anatolia.

Arrivano anni difficili, Villa Mon Repos, che fu la casa della famiglia, non è più nemmeno l’ombra di un ricordo. Il padre è assente, ha pochi soldi e amanti esigenti, la sorella Cecilia che dopo il matrimonio è andata ad abitare nella Germania di Hitler muore in un disastro aereo, mentre la madre sprofonda dentro un isolamento paranoico solo in parte mitigato dai conforti della religione ortodossa.  Al termine degli studi presso un durissimo collegio scozzese a Filippo, ormai ventenne, non rimane che misurarsi con la ruvida carriera militare, iniziata giusto in tempo per partecipare all’ultimo conflitto mondiale, imbarcato sulla flotta dell’Impero britannico. L’entourage che lo ha cresciuto e lo ha educato è quello delle grandi dinastie reali, più o meno tutte imparentate tra loro attraverso la Regina Vittoria, ultima propaggine di un’era al tramonto nella vecchia Europa che si avvia a non essere più il centro del mondo.

Il destino però muta il corso del vento. Filippo, aitante gentiluomo che porta ancora i segni e i modi della belle époque, ricco di buone speranze ma povero di quattrini, viene accolto come un figlio dallo zio materno: il fascinoso Viceré delle Indie Lord Louis Mountbatten. Ne assumerà il cognome che è stato opportunamente anglicizzato dall’originale ma troppo teutonico Battenberg (Berg in tedesco significa montagna). Lo “zio Dickie” ha grandi piani per il nipote, immagina un matrimonio con la figlia del re d’Inghilterra e deve intervenire quando Filippo, in licenza dal fronte, flirta con sua cugina Alexandra. Lei lo sorprende mentre scrive a Elisabetta: “E’ appena una bambina”, si meraviglia. “Si ma la sposerò” è la lapidaria risposta del giovane. Alexandra si consolerà andando a nozze con l’ultimo re di Jugoslavia. Il seguito è storia ben nota: nel 1947 Filippo sposa la futura Regina Elisabetta II, rinuncia sia ai diritti di successione ad un paio di troni europei sia a dare il nome ai suoi discendenti, reggendo per i successivi settantatré anni il titolo di Duca di Edimburgo, con grande spirito di servizio e senso del dovere. Uomo dal pensiero, chiaro, diretto e sempre positivo ha indubbiamente ispirato e fatto intraprendere profondi cambiamenti sia all’interno della monarchia che in molte aree della vita pubblica inglese.

A partire dal 1961 la Regina Elisabetta e il Principe Filippo visitano l’Italia più volte e con cadenza ventennale: Roma, Milano, Torino alcune delle mete più esplorate. Ma nel capoluogo lombardo il Duca di Edimburgo qualche volta ci transita anche da solo, in privato, diretto nell’Oltrepò pavese per una battuta di caccia nella riserva del conte Ottaviano Giorgi di Vistarino, tra i migliori fucili italiani di quei tempi.

 L’ultimo viaggio ufficiale a Milano della coppia reale britannica risale a ventuno anni fa. In quell’autunno del 2000, dopo una sorprendente conduzione della città, Gabriele Albertini il sindaco-amministratore di condominio con la visione dei grattaceli griffati e dei quartieri sostenibili e’ giunto quasi al termine del suo primo mandato, con un tasso di popolarità alle stelle e la rielezione praticamente in tasca.  Come primo cittadino di Milano spetta a lui ricevere la Regina Elisabetta accompagnata dal Principe Filippo nella capitale economica italiana che, per vocazione metropolitana e connessioni globali, assomiglia sempre di più al dinamismo della swinging London.

Senatore Albertini, “Sindaco senza frontiere” (dal titolo del suo libro), nel 2000 porgeva il benvenuto della città alla Regina d’Inghilterra e al Duca di Edimburgo, quali sono i ricordi che conserva di quei giorni?

La vista della Regina Elisabetta e del Principe Filippo fu un momento davvero significativo. Si trattava del secondo passaggio di un grande Capo di Stato a Milano. Mi ero predisposto a questo incontro con trepidazione Qualche notizia sul protocollo: nessuna domanda, non la si doveva assolutamente toccare, e altro ancora. Erano giuste preoccupazioni ma ci accorgemmo che la Regina era molto affabile e per nulla protocollare. Quando la ricevetti sul portone della Scala mi salutò con slancio. Il responsabile del cerimoniale mi presentò come sindaco e presidente della Fondazione Scala. Sua Maestà espresse stupore per la sovrapposizione dei due ruoli e lo stesso stupore fu ancora più evidente nel Duca di Edimburgo.

Lo stesso Principe Filippo fece un’altra simpatica battuta quando gli venne ripresentato l’On. Enrico Letta, che un paio di ore prima era andato ad accoglierli all’aeroporto. Mi pare che gli disse: “Ma allora lei è stato promosso Ministro della Cultura!”, perché lo rivedeva appena dopo che gli era stato appena presentato come Ministro dell’Industria…                                                                                                                                                                 

Un altro piccolo impagabile episodio si ebbe quando, entrando nel palco reale, una persona del nostro seguito comunicò al Principe consorte che il suo posto a sedere sarebbe stato a fianco della Regina. E allora lui rispose: “How surpising”. Come per dire “non mi è mai successo di essere a fianco della regina ma sempre un passo indietro”.

Quali altri momenti la colpirono particolarmente?

Fu un momento unico ascoltare i due inni nazionali. Al termine del bellissimo spettacolo ci recammo nel camerino del Maestro Muti e nel corridoio d’ingresso ebbi l’accortezza, anche se al di fuori del protocollo, di muovermi nella visuale dei nostri augusti ospiti in modo da impedire che vedessero una serie di foto appese al muro che documentavano le ferite sofferte dalla Scala durante la guerra mondiale. Ad un certo punto con una frase che mi ero preparato, proposi di accomiatarmi per lasciare i reali inglesi soli con il Maestro. La sovrana mostrò la sua grazia con un cenno degli occhi e una frase del tipo: “può rimanere, non è una necessità”. Credo che allo stesso tempo mi volesse comunicare di aver gradito questa discrezione.

 

Come andò a Palazzo Marino?

Il giorno successivo la regina venne a Palazzo Marino, le raccontai qualcosa sulla storia del luogo, le parlai di come quel palazzo nel corso dei secoli era diventato la sede della politica cittadina. Arrivò il momento dell’omaggio che le facemmo: una riproduzione ottocentesca dei disegni di Leonardo, Sua Maestà ci rispose che li avrebbe conservati tra i doni più cari della sua collezione. Venni poi a sapere che la biblioteca reale del Castello di Windsor possiede i più importanti originali di Leonardo!

In quel momento arrivò il Duca di Edimburgo che nelle ore precedenti era stato in visita alla fabbrica di elicotteri Agusta-Westland. Fui colpito dalla semplicità della domanda della regina. “Ma ti sei stancato? Qualcosa di interessante, di divertente?”. “Si, abbastanza, rispose Filippo, adesso andiamo in Prefettura”. “Qui tutto bene”, replicò la regina, “è stata un’atmosfera cordiale”. Questo fu il breve scambio.

Il Daily Telegraph nel suo importante editoriale scrive che il Principe Filippo è stato una delle persone meno comprese della sua generazione, cosa ne pensa di questa analisi?

Credo che il Principe Filippo sia stato il protagonista della modernizzazione del rapporto con l'opinione pubblica della Casa reale. Lo ha fatto,  penso, per la sua naturale propensione all'incontro, la socievolezza, persino qualche spontanea, innocente impudenza, frutto del suo carattere aperto e molto diretto. sono  famose le sue gaffes..E poi introducendo la comunicazione audiovisiva, che prima di lui era esclusa o usata con parsimonia solo per le comunicazioni ufficiali, ma estesa invece grazie a lui anche nella ripresa del privato della famiglia reale. Dandole così, attraverso nuovi canali, una dimensione più moderna, per avvicinarla ai cittadini britannici, alla gente. Sempre con dignità e senso della tradizione, senza confonderla con l'indistinto anonimato dell'uomo della strada.

Lei è tra gli italiani insigniti da Sua Maestà dell’Ordine dell’Impero Britannico con il grado di Knight Commander, segno di un legame speciale con la storia del mondo anglosassone e con il Regno Unito in particolare

 L’Impero britannico ha rappresentato una civiltà che è confrontabile solo all’impero romano. La sua durata è stata certamente più breve anche perché nel mondo moderno il succedersi degli eventi è più serrato rispetto allo scorrere della storia antica. Consideri che la dittatura del proletariato che si era annunciata quale “istituzione imperitura” da paragonare alla Chiesa di Roma è invece durata soltanto settantacinque anni, meno della Ditta Albertini. Il III Reich millenario è caduto dopo tredici anni. La storia del British Empire è riassunta nei monumenti e nelle tombe della Cattedrale di St. Paul, il sacrario di: Wellington, Montgomery, Mountbatten, Kirchener e Gordon di Khartum. Ed io non inglese, fiero della mia placca dell’Impero britannico, che altri italiani per scherno definirebbero patacca, durante la cerimonia d’investitura in quella cattedrale ho partecipato con emozione al silenzio e ai loro canti armonici. C’erano duemila persone che, come un unico coro, dimostravano l’unione della loro comunità di valori. Tutto ciò mi ha permesso di capire meglio che cosa significhi essere orgogliosi del proprio impero e della propria dimensione civilizzatrice. L’orgoglio di esserci e di essere così. Anche se oggi si potrebbe dire che la traduzione di “civis romanus sum” è “I am american”, quella britannica è una civiltà ben più profonda. In quella occasione provai sincera commozione, partecipare a quella cerimonia è stato un vero privilegio.

 

Che effetto le fa pensare a Lombard Street, una delle più antiche strade della city di Londra dove tra il medioevo e il rinascimento i mercanti milanesi e lombardi erano i protagonisti della vita economica della città?

 Lombard Street, viene dal pegno sui terreni in loco del Re d'Inghilterra Edoardo I a favore dei mercanti lombardi, finanziatori del suo regno e delle sue guerre. Ma più ancora del toponimo, il riferimento al primato della finanza milanese e lombarda, già secoli fa, è il "Tasso Lombard" o il "Credito Lombard". Vale a dire quella particolare forma di finanziamento, ancora largamente praticata, che consiste nel ridurre il rischio d'insolvenza del debitore con l'offrire in pegno al creditore titoli mobiliari, con ciò riducendo il tasso d'interesse per il debitore che continua anche a mantenere il reddito dei titoli dati in pegno.

Anche oggi, i rapporti tra la Borsa di Londra e "Piazza Affari" sono intensi e proficui, così come tutte le attività finanziarie anche al di fuori. Milano è certamente la città italiana con più similitudini ed analogie comportamentali dei rispettivi abitanti con la "City of London".

Come vede la Milano del terzo millennio che tra le grandi capitali economiche europee potrebbe sostituire Londra?

Milano purtroppo ha perso il primo "legato" di Londra e della Brexit. La sede dell'E.M.A: l’Agenzia europea del Farmaco, andata ad Amsterdam dopo uno sfortunato sorteggio e due votazioni ampiamente favorevoli e maggioritarie. Ma non a maggioranza qualificata. Speriamo di ottenere la Sede del "Tribunale Europeo dei Brevetti". In ogni caso, in tutta l'area ex Expo stanno sorgendo centri di ricerca, sedi universitarie, laboratori di scienze applicate e di nuove tecnologie, start up. In complesso, uno scenario stimolante per lanciare Milano nel terzo Millennio. Le Olimpiadi del 2026 sono uno stimolo e una favorevole circostanza per far conoscere al mondo il fermento innovativo, il dinamismo imprenditoriale e la volontà di rinascita di quella "metropoli europea tascabile" che è Milano.


 

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