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Glasgow e la propaganda, la sbornia dell’economia green: l’Europa rischia di diventare un satellite cinese ed americano

Gli obbiettivi prefissati nel 2030 sono stati già spostati al 2050, 2060 e 2070. Il che significa il nulla di nulla

Di Pierfranco Faletti

27 Novembre 2021

G20 e Glasgow: due insuccessi annunciati

fonte: Twitter @cop26

Dopo il fallimento del G20 sui problemi del clima, si è conclusa mestamente anche la inconcludente parata turistica di Glasgow.

Il messaggio più forte è rimasto quello ribadito tempo addietro dall’ONU, che dice che il fattore dominante per lo sviluppo sociale ed economico dell’umanità, è l’energia ed in modo particolare l’energia elettrica.

Chi di noi oggi può pensare infatti, di vivere senza energia elettrica? È diventata come l’aria o come l’acqua: computer, mezzi elettronici, aria condizionata, mezzi privati, trasporti pubblici navali e aerei, capi di abbigliamento, mezzi digitali ed elettronici, ascensori, illuminazione privata e pubblica, impianti industriali, agricoltura etc, etc, etc.

La nostra esistenza passa tutta da lì. Abbiamo tutti ancora ben presente il blackout di New York di alcuni fa, che paralizzò completamente per molte ore tutta l’America.

La riprova è che la popolazione mondiale, di circa 8 miliardi di persone, negli ultimi quindici anni è aumentata del 19%, mentre i consumi di energia primaria (petrolio, gas, carbone, nucleare, idraulico, solare, eolica e geotermico) del 32% e quelli di elettricità del 56%.

Secondo i dati 2019 poi, per produrre elettricità, nel mondo vengono utilizzati i fossili (gas, petrolio e carbone) per il 63,5% del totale delle fonti energetiche, mentre le rinnovabili coprono il 26%. Di queste però, il 90% è rappresentato dalle sole idroelettriche. Infine, il 10% mondiale del totale in assoluto è nucleare, con zero emissioni.

Nucleare è tuttora anche la principale fonte di produzione di elettricità in Europa, con una quota del 25,6%, seguita da gas 21,5%, carbone 15,2%, vento 13,4%, idro 10,8%, biomasse 4,2%, fotovoltaico (sole) 4,2%.

L’Italia che ha costruito le prime tre centrali nucleari del nostro continente, negli anni Sessanta del secolo scorso, si distingue da 35 anni, per avere azzerato masochisticamente questa fonte. Un vero non senso, catastrofico dal punto di vista economico, ma anche ambientale, se si pensa che il nostro paese importa dalle vicine Francia, Austria, Svizzera e Slovenia l’energia nucleare, prodotta poco al di là dei nostri confini.

Le ultime statistiche dicono infine che le riserve di carbone garantiscono approvvigionamenti, ai consumi attuali, per 150 anni, petrolio per 50 anni e gas per 55 anni.

Ed è qui che si sono impantanate le due kermesse mondiali, tenutesi nelle ultime settimane, con la netta presa di distanza di Cina, India e da poche settimane anche degli stessi USA, dai velleitari progetti delle due conferenze.

Di fatto gli obbiettivi prefissati nel 2030 sono stati già spostati al 2050, 2060 e 2070. Il che significa il nulla di nulla.

Il problema delle emissioni nocive ha due aspetti principali: il primo è l’inquinamento prodotto dalle sostanze presenti nei fumi di scarico, in particolare CO2 ed NOX, il secondo è il riscaldamento in atmosfera prodotto dai fumi surriscaldati.

Entrambi hanno soluzioni già ultra-sperimentate e più che mai risolutive.

Il primo, con l’installazione di costosi impianti di desolforazione e denitrificazione, il secondo con sistemi di raffreddamento. Invece di sprecare centinaia di miliardi di dollari, in tecnologie che di verde hanno soltanto l’etichetta, ci si dovrebbe concentrare sul miglioramento dell’esistente. Esempio eclatante è quello delle automobili elettriche, per le quali la conversione degli attuali impianti produttivi, costerà un’infinità di danaro e farà perdere milioni di posti di lavoro. Il risultato aberrante è che oggi la ricarica delle batterie di queste automobili, effettuata con energia elettrica prodotta da centrali che bruciano carbone, gas e olio combustile, è probabilmente più inquinante degli scarichi emessi dalle attuali marmitte catalitiche, con motori che usano benzina verde.

I media, soprattutto europei, obbedendo come sempre, alla voce di questo nuovo padrone che fa affari con l’ambiente, hanno diviso il mondo, tanto per non cambiare, in buoni e cattivi.

“Buoni” i fautori della deviata economia green, gestita da alcune multinazionali, che metterebbero il nostro sistema produttivo fuori mercato.

“Cattivi” invece, sono quelli che ritengono, come il sottoscritto, che le moderne tecnologie permettano di continuare a produrre con i combustili fossili, tutelando contemporaneamente l’ambiente.

Sono necessarie infatti significative e costose integrazioni tecnologiche, che possono essere effettuate ed imposte, come già in parte avviene, a tutti i produttori. Il problema insolubile è invece sempre rappresentato da quei paesi, come Cina e India completamente sordi a queste problematiche. Continuando ad inquinare il mondo, tali paesi saranno contemporaneamente anche in grado di mettere in ginocchio l’economia di tutto l’Occidente.

Pertanto è fondamentale non lasciarsi travolgere dalla propaganda. A titolo di esempio, tutti ricordiamo che, fino a qualche anno fa, il problema dei problemi, il mostro di tutti i mali era il buco dell’ozono. Oggi, senza che alcun rilevante concreto provvedimento sia stato preso da ambientalisti o sedicenti tali, questo tema è stato rimosso dall’attenzione del mondo.

Con l’attuale strategia, che sembra ormai irreversibile, è certo che l’Europa, che sta per diventare, nella produzione industriale, il ventre molle del sistema mondiale, rischia di diventare un satellite cinese ed americano. Gli USA ne sono ben consci ed infatti, da quando Obama nel 2015, ha firmato gli accordi di Parigi sul clima, ben poco hanno fatto, per onorare gli impegni colà solennemente presi. È ora che anche l’Europa si svegli e proceda con maggiore pragmatismo, verso questa sbornia dell’economia green.

Di Piefranco Faletti

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