Vaccini, tra gli effetti avversi possibili "+38% demenza e +50% Alzheimer" anche dopo 10 anni da inoculazione - STUDIO inglese

Secondo uno studio condotto nel Regno Unito su 13,3 milioni di adulti di età pari o superiore ai 50 anni privi di demenza, tra gli effetti avversi dei vaccini più comuni (contro l'influenza, la polmonite, l'herpes zoster, il tetano, la difterite, la pertosse) sarebbero in aumento del 38% i casi di demenza e del 50% i casi di Alzheimer

Il più ampio e approfondito studio finora condotto sulla relazione esistente tra alcuni vaccini comuni e il rischio di demenza, realizzato nel Regno Unito tra il 1988 e il 2018 con il coinvolgimento di 13,3 milioni di adulti di età pari o superiore ai 50 anni privi di demenza, ha evidenziato i seguenti risultati: gli adulti vaccinati con i vaccini coinvolti nello studio presenterebbero un rischio significativamente maggiore di sviluppare effetti avversi legati all'infermità mentale anche dopo 10 anni dall'inoculazione. La probabilità di contrarre una forma di demenza è maggiore del 38%, e aumenta fino al 50% nel caso specifico del morbo di Alzheimer.

Vaccini, tra gli effetti avversi possibili "+38% demenza e +50% Alzheimer" anche dopo 10 anni da inoculazione - STUDIO inglese

Il rischio di manifestare effetti avversi aumenta con il numero di dosi ricevute, resta elevato per un intero decennio ed è particolarmente marcato dopo le vaccinazioni influenzali e pneumococciche. Inoltre, a ogni livello di aggiustamento statistico il segnale non diminuisce: al contrario, diventa più chiaro, consistente e difficile da ignorare.

Significativo è che queste associazioni sembrano persistere in modo stabile e significativo anche a seguito dell'aggiustamento di una "gamma insolitamente alta" di potenziali variabili di confondimento - ovvero condizioni o caratteristiche che potrebbero alterare l’interpretazione del risultato - tra cui età, sesso, stato socioeconomico, indice di massa corporea (IMC), fumo, disturbi legati all’alcol, ipertensione, fibrillazione atriale (FA), insufficienza cardiaca, malattia coronarica, ictus/attacco ischemico transitorio (TIA), malattie vascolari periferiche, diabete, malattie renali e epatiche croniche, depressione, epilessia, morbo di Parkinson, cancro, trauma cranico, ipotiroidismo, osteoporosi e decine di farmaci, dai FANS (farmaci anti-infiammatori non steroidei) e oppioidi a statine, antiaggreganti piastrinici, immunosoppressori e antidepressivi.

Un primo modello ha dimostrato che gli adulti che hanno ricevuto alcuni comuni vaccini (influenza, pneumococco, herpes zoster, tetano, difterite, pertosse) presentavano un aumento del 38% del rischio di sviluppare una qualsiasi forma di demenza. Questo dato da solo smentisce la tesi secondo cui "i vaccini proteggono il cervello", ma i risultati più approfonditi sono ben peggiori in merito al possibile sviluppo di effetti avversi. Nascosto nelle tabelle supplementari emerge infatti un risultato ancora più scioccante, ovvero che l'associazione è addirittura più forte nel momento in cui si concentrano le analisi specificamente alla malattia di Alzheimer, arrivando a un 50% di probabilità in più di sviluppare il morbo. Ciò indica che l'effetto non è casuale, bensì che l'associazione si intensifica per il sottotipo di demenza più devastante.

Un altro segnale fortemente incoerente con un semplice "bias" è la correlazione tempo-risposta. Il rischio più elevato di demenza si verifica 2–4,9 anni dopo la vaccinazione; rischio che poi si attenua lentamente ma non torna mai al livello di base, rimanendo elevato in tutti gli intervalli di tempo. Dopo 12,5 anni, il esso è ancora significativamente elevato, il che segnala una persistenza incompatibile con un "bias di rilevazione" a breve termine e indicativa di un impatto biologico di lunga durata. Questo andamento è quello che ci si aspetta da un fattore scatenante biologico con conseguenze neuroinfiammatorie o neurodegenerative a lunga latenza. Applicando infatti un intervallo decennale, inteso a eliminare il bias di rilevazione precoce, il rischio elevato di sviluppare effetti avversi persiste, ragion per cui, se si trattasse semplicemente di "persone che vedono i medici più spesso e vengono diagnosticate prima", l’associazione dovrebbe scomparire con la correzione del lungo intervallo.