25 Gennaio 2026
Social Network Fonte: X @Biswa810
Ha fatto rumore la notizia dell’oscuramento del reel Instagram in cui il prof. Alessandro Barbero si schiera in merito al referendum sulla magistratura. Analizziamo la logica alla base di questo e analoghi episodi.
Viviamo nell’epoca dell’infanzia digitale collettiva. Internet, dopo il suo esordio sfavillante, si rivela sempre più apertamente un luogo di controllo, censura e manipolazione. La plebe digitale sta al Web come i bambini all’adulto autoritario – a prescindere dal colore dei governi.
La censura dello storico in pensione ribadisce un fatto fondamentale: la sensazione di libertà offerta dai social è, appunto, una sensazione. È l’analogo del delirio d’onnipotenza che ci afferra entrando in un centro commerciale. Le merci sono lì, di fronte a noi, innumerevoli: scegli e ti sarà dato. Un dettaglio sfugge: sono state pre-selezionate.
Caduto il velo della moda e dell’intrattenimento, i social si rivelano luoghi d’internamento psico-esistenziale. Lì ci rinserriamo a vicenda, lì le nostre menti devono stare. Nell’epoca dell’immaterialismo digitale, la prigione collettiva è psicologica. "Imprigionamento della mente" vuol dire che siamo costantemente stimolati a rinchiuderci in recinti percettivi che ci espongono a ciò che gli algoritmi hanno deciso di mostrarci. Sopra questi, però, stanno i loro padroni.
Quando la situazione si fa dura, gli algoritmi iniziano a censurare. Piena libertà d’espressione, a patto di dire l’innocuo. Sui social è consentito belare a oltranza, spogliarsi e rispogliarsi (ben venga, pur di distrarre il popolo!), far ridere e piangere, ma se parte qualche ruggito, il Grande Fratello interviene con lacci e lacciuoli. Sia mai che il gregge si spaventi. Ci sono corde che non vanno toccate. La democrazia del XXI secolo è così: la moltitudine deve lavorare e svagarsi, ma non può pensare, tantomeno decidere. Un kratos senza demos, un demos senza kratos. Il gregge deve svagarsi e belare, cioè mantenere lo status quo. L’agenda è già scritta, non bisogna interferire. Al gregge non resta che guardare: il paradigma dello spettatore si compie.
La censura, dopo l’Illuminismo, non può più effettuarsi in maniera diretta, come puro atto di forza. La ragione ha le sue ragioni, bisogna lasciare che ciascuno si esprima. Dalla libera espressione emergerà, infine, la verità. Bisogna quindi imbellettare la censura e presentarla come protezione della verità. La verità va protetta a tutti i costi. Nell’epoca della tecnoscienza, vero è anzitutto ciò che esce dalla bocca degli scienziati, ciò che è scritto nei loro paper. Lo scienziato sta alla moltitudine digitale come il sacerdote alla plebe medievale. Il Vero e il Giusto sono stabiliti dalla scienza, che diventa prescrittiva.
La censura veste l’abito della scientificità. I controllori di fatti (in italiano suona molto più inquisitorio) sono superuomini in contatto diretto con la realtà in sé. Il popolo conosce solo fenomeni, parvenze, interpretazioni; gli Esperti, al contrario, conoscono la Verità. Sono il nostro collegamento coi Fatti quelli Veri. Abbiamo bisogno di loro: le nostre menti sono bacate, i nostri sensi offuscati. Sono i nostri oracoli, dalla loro penna esce solo il Vero. La Bibbia del XXI secolo la scrivono gli scienziati, paper dopo paper, censura dopo censura.
Nell’epoca dell’automazione del pensiero, l’esperto diventa un orpello retorico umano, residuo digitale di un’umanità in carne e ossa. L’algoritmo può sostituirlo senza problemi nella sporca manovalanza quotidiana. Gli esperti vanno convocati solo in casi di necessità e urgenza, per motivi biologici: ci fidiamo, per ora, più degli umani che di freddi sistemi informatici. Ma la cosa potrebbe presto finire: l’IA ha sufficienti dati per simulare tutti gli esperti che vogliamo. Per censurare un professore in pensione, basta l’algoritmo.
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