10 Gennaio 2026
Marina Berlusconi
Nei Palazzi romani il ragionamento circola sottovoce, ma con una coerenza che lo rende più di una semplice suggestione. L’ipotesi di Mario Draghi inviato speciale dell’Unione europea sull’Ucraina, rilanciata con toni ufficialmente istituzionali, nasconde un retroscena tutto politico, che guarda molto più al 2029 che a Kiev o a Mosca. E riguarda direttamente Giorgia Meloni.
La premier ha aperto pubblicamente alla proposta, citando Emmanuel Macron e parlando della necessità che l’Europa “parli anche con la Russia”. Parole calibrate, che suonano come un’investitura indiretta. Subito dopo è arrivata la conferma di Giovanbattista Fazzolari: “Per noi è sì”. Ma dietro l’apparente convergenza europeista, a Palazzo Chigi si ragiona in termini di posizionamento strategico. Perché Draghi, oggi figura ingombrante ma senza incarichi, è anche il candidato naturale al Colle nella prossima partita quirinalizia.
Ed è qui che entra in scena il vero fattore destabilizzante: Marina Berlusconi. Da mesi, nel centrodestra, si moltiplicano i segnali e le indiscrezioni su un possibile ingresso in campo dell’erede del Cavaliere. Non subito, forse, ma già nella primavera del 2026, magari in coincidenza con il referendum sulla giustizia, tema identitario del berlusconismo storico. Se accadesse, gli equilibri cambierebbero radicalmente. Marina Berlusconi ha rapporti eccellenti con Mario Draghi, una stima reciproca mai nascosta fatta di incontri e reciprocità, e rappresenterebbe un polo alternativo – e assolutamente competitivo – rispetto alla leadership meloniana.
In questo scenario, Draghi al Quirinale diventerebbe non solo plausibile, ma quasi naturale. E per Meloni sarebbe un problema doppio: perdere la centralità nel centrodestra e veder sfumare ogni ambizione personale sul Colle. Da qui l’ipotesi che a Palazzo Chigi non dispiace affatto: “europeizzare” Draghi, spedirlo in una missione ad altissimo rischio politico, dove il margine di successo è stretto e il fallimento sempre dietro l’angolo. L’Ucraina è un dossier che brucia chiunque lo tocchi: troppi attori, troppe aspettative, troppe linee rosse.
Se Draghi riuscisse, diventerebbe una statura quasi irraggiungibile. Ma se dovesse arenarsi, il mito del “salvatore della patria" potrebbe incrinarsi. È un calcolo cinico ma la politica vive anche di questo. E Meloni, che negli ultimi mesi ha mostrato una crescente abilità nel muoversi tra Bruxelles e Washington, lo sa bene.
Il paradosso è che proprio Marina Berlusconi, se decidesse di scendere in campo, rischierebbe di provocare la tempesta perfetta sul futuro politico dell'attuale premier. Una figura capace di tenere insieme mondi diversi, di parlare all’establishment e a una parte dell’elettorato moderato oggi inquieto, compreso quello che guarda a sinistra. In poche parole, il centrodestra come lo conosciamo, quello targato Giorgia Meloni, potrebbe non sopravvivere. E Draghi resterebbe il convitato di pietra pronto per la scalata al Colle.
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