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INPGI, una storia complessa? Non poi così tanto

Per Domenico Affinito è bene ricordare i fatti, così come sono riscontrabili da chiunque

28 Novembre 2021

INPGI, una storia complessa? Non poi così tanto

L’Inpgi e la bufala del tempo perso

Tratto da nonrubateciilfuturo#giornalistisempre a cura di Domenico Affinito

In questi giorni molti soloni sostengono di aver dato per tempo tutti gli allarmi necessari circa l’andamento negativo dei conti dell’Inpgi. Al di là delle dichiarazioni verbali, che lasciano il tempo che trovano, è bene invece ricordare i fatti, così come sono riscontrabili da chiunque.

Già nel 2009 (si vedano i documenti e le relazioni sul sito dell’Inpgi), l’allora presidente Andrea Camporese (sì, quello diffamato per la vicenda Sopaf e poi risultato estraneo a tutto) lanciava l’allarme circa la nascente crisi dell’editoria. I conti dell’Inpgi riflettono un andamento che è dato da entrate e uscite: proprio in quell’anno venne firmato un contratto, dall’allora segretario generale Franco Siddi, che tagliava la rivalutazione storica degli scatti e ne allungava la maturazione a tre anni: un salasso per i conti dell’Istituto, che avrebbe dovuto essere riequilibrato da 1.000 assunzioni che gli editori poi non fecero.

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali

Il 20 novembre 2012 il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, sì quello sul cui scranno sedeva la «piangente» Elsa Fornero (sì, quella degli esodati), approvava il bilancio tecnico attuariale redatto a settembre (due mesi prima), con cui l’Istituto – alla luce di quanto richiesto all’Art. 24, comma 24, del Decreto Legge n. 201/2011 – aveva tracciato un quadro prospettico rassicurante dei propri conti per i successivi cinquant’anni. Sia per quanto riguarda la Gestione principale che per la Gestione separata.

Il Ministero, forse all’insaputa della Fornero, giudicava che l’Istituto aveva prodotto tutta la documentazione richiesta, rispondendo pienamente alle condizioni di stabilità economico-finanziaria previste dalla norma. Il Saldo corrente (contributi incamerati più rendimenti al 3% meno prestazioni erogate) era sempre positivo per tutto il cinquantennio di proiezione, il patrimonio era sempre in crescita e non veniva mai intaccato. Il bilancio attuariale, approvato dal Ministero, certificava solo un breve periodo in cui il saldo sarebbe segno negativo, dal 2024 al 2039 con una incidenza ridottissima del meno 1.2%, ampiamente compensata, però, dall’andamento del rendimento del patrimonio, prudenzialmente fissato al 3% come da indicazioni Ministeriali. Questo anche grazie agli interventi strutturali di riforma che l’Istituto aveva, in totale autonomia, già messo in campo nel luglio 2011.

E poi cosa è successo?

È successo che la crisi ha messo il turbo ed è passata in corsia di sorpasso. Tra il 2012 e il 2016 chi gestiva all’epoca l’Inpgi si reso conto che era necessaria una nuova riforma, che fu messa in campo. Anche quello con il pieno placet del Ministero del Lavoro. Ed è utile ricordare un passaggio fondamentale: la dottoressa Concetta Ferrari, Direttore Generale per le politiche previdenziali e assicurative del Ministero del Lavoro, il 21 settembre 2017 davanti alla Commissione Bicamerale Parlamentare di controllo sulle attività degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza sociale dichiarava: «…parlo dell’Inpgi dove con estrema attenzione, ma mi permetto di dire anche con fatica si sta cercando… è stato avviato questo processo, questa riforma degli assetti previdenziali dell’Inpgi dove siedono dei pensionati. Mi dispiace poi che proprio un pensionato che siede in collegio sindacale abbia fatto impugnare quella che è la delibera su un contributo che non è di solidarietà ma è di straordinarietà. È un contributo che l’Inpgi ha pensato perché tutte le platee, pensionati e iscritti attivi concorrano a tenere su quest’Ente. A fare in modo che gli equilibri dell’Ente consentano di avere prestazioni pensionistiche e previdenziali future. Questo era, ritengo, il fondamento su cui poi i ministeri hanno approvato la delibera…».

Il Ministero del Lavoro, cioè, aveva approvato pienamente la delibera che introduceva il contributivo secco e il contributo di solidarietà, che avrebbe consentito «di avere prestazioni pensionistiche e previdenziali future».

Un semplice problema aritmetico

Ma la crisi è continuata, si è acuita, e siamo arrivati ai giorni nostri. Oggi l’Istituto ha circa 9.000 pensionati e 14.000 attivi, e i trattamenti di quiescenza in media sono più alti della media degli stipendi di chi è ancora al lavoro. «Bisognava introdurre prima il contributivo» sostengono i saccenti di oggi, ignorando o tacendo il fatto che, con gli stipendi in media molto alti della categoria, il contributivo introdotto prima del 2017 avrebbe aumentato e non diminuito le pensioni, creando un buco ancora maggiore di quello di oggi.

È un semplice problema aritmetico: l’unica soluzione che avrebbe garantito, dal 2018/2019 in poi, la tenuta dell’Istituto sarebbe stato il taglio del 30% delle pensioni in essere e di quelle future. Soluzione non sostenibile e non praticabile né dal punto di vista giuridico né da quello sociale. Nelle redazioni oggi gli stipendi di chi entra sono un terzo in meno di quelli di 20 anni fa e, in virtù del contratto del 2009, avranno uno sviluppo economico tale che a fine carriera non saranno nemmeno la metà di quelli di chi è andato in pensione qualche anno fa.

ll problema dell’Inpgi

ll problema dell’Inpgi è stato la mancanza di posti di lavoro. Non lo sarà più dal 2022, ma continuerà ad esserlo per la categoria: gli editori si sono garantiti un bel taglio del costo del lavoro e, nonostante la crisi, continuano ad avere i loro margini senza aver davvero messo mano, in maniera seria, al modello di business del settore, senza aver avviato quella rivoluzione necessaria per il futuro. Quanto ancora dovremo attendere?

Domenico Affinito, Membro cda Inpgi

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