Iran, Trump disposto a negoziare l'exit strategy su Hormuz: "Pronto a finire la guerra anche senza riapertura dello Stretto"

Questo cambio di rotta sull'approccio implica che il tycoon potrebbe dichiarare raggiunti i propri obiettivi militari anche senza aver completamente ristabilito la libertà di navigazione, e che i costi del petrolio e del gas liquefatto potrebbero rimanere alti

Oggi arrivano indiscrezioni dall'interno dell'amministrazione trumpiana che rivelano che Trump sia disposto a chiudere l'operazione militare anche senza una piena riapertura dello Stretto di Hormuz, un segnale che mostrerebbe una posizione indebolita dell'asse Usa-Israele, piegato da un conflitto che non può permettersi ulteriori settimane di escalation per riaprire un passaggio fondamentale per il mercato energetico globale. Fino a ieri, secondo lo stesso presidente americano, la guerra avrebbe dovuto concludersi, almeno in questa fase, con la neutralizzazione degli arsenali missilistici e nucleari iraniani e con la riapertura dello stretto, oltre ad altri obiettivi secondari. Ora però lo scenario sembra cambiare, con Trump pronto a rivedere le priorità strategiche.

Iran, Trump disposto a negoziare su Hormuz: "Usciamo dal conflitto anche se lo Stretto rimanesse in gran parte chiuso"

Secondo fonti interne all'amministrazione, Donald Trump avrebbe comunicato ai suoi consiglieri la disponibilità a porre fine all'operazione contro l'Iran anche nel caso in cui lo Stretto di Hormuz restasse in gran parte chiuso. Una svolta significativa rispetto alla linea iniziale, che puntava a garantire il pieno ripristino della libertà di navigazione - già garantite prima dell'attacco congiunto Usa-Israele contro Teheran - in uno dei principali snodi energetici mondiali. La Casa Bianca ritiene che una riapertura forzata dello stretto richiederebbe una campagna militare molto più lunga e rischiosa rispetto alle tempistiche inizialmente previste, stimate tra le quattro e le sei settimane. Un impegno prolungato che rischierebbe di trascinare gli Stati Uniti in un conflitto ancora più ampio e costoso.

Washington punta ora a neutralizzare la marina iraniana, gli arsenali missilistici e la capacità industriale della difesa di Teheran, così da ridurre drasticamente le capacità offensive del Paese. In parallelo, l'amministrazione americana intende aumentare la pressione diplomatica per spingere l'Iran a consentire la ripresa del traffico commerciale nello stretto. Questo approccio implica che gli Stati Uniti potrebbero dichiarare raggiunti i propri obiettivi militari anche senza aver completamente ristabilito la libertà di navigazione. Una scelta che rappresenta una vera e propria scommessa, sia considerando il ruolo cruciale dello Stretto di Hormuz come punto di passaggio per petrolio e gas naturale liquefatto diretti ai mercati globali; sia l'indice di gradimento della presidenza negli Stati Uniti che ha raggiunto il minimo storico, ma che può ancora scendere.

Se la strategia diplomatica dovesse fallire, Washington sarebbe pronta a coinvolgere maggiormente gli alleati europei e i Paesi del Golfo, chiedendo loro di assumere un ruolo più attivo nella sicurezza della via marittima. In questo modo gli Stati Uniti eviterebbero di sostenere da soli il peso di un'operazione complessa e potenzialmente lunga. Resta però il rischio che, anche in caso di vittoria militare contro l'Iran, uno Stretto di Hormuz solo parzialmente operativo continui a produrre effetti economici pesanti.