Medio Oriente, "America First" e strategia elettorale, Massolo al GdI: "Per Usa guerra in Iran è attacco indiretto a Cina e Russia"

Elena Migotto, Vera Colombi

"Per citare Tucidide, nel mondo di oggi il forte prende ciò che può, il debole si adegua": tra superpotenze antagoniste, politica interna Usa, strategia egemonica e ingerenza in Medio Oriente, Giampiero Massolo discute col Giornale d'Italia i piani che hanno spinto Washington e Israele contro Teheran, al di là della "lotta al nucleare" e della "ricerca di democrazia"

Il 28 febbraio scorso è scoppiato un nuovo conflitto in Medio Oriente che ha visto gli Stati Uniti correre a sostegno di Israeleattaccare la capitale iraniana Teheran. Le ragioni del conflitto sono numerose e secondo Giampiero Massolo, Presidente di Mundys (ex Atlantia) e ISPI nonché professore alla LUISS School of Government, solo collateralmente si legano alla volontà di ridisegnare gli equilibri internazionali mediante la retorica della "democrazia". Al centro della strategia politica estera del tycoon rimbomba un principio chiaro: "My country first". Nell'intervista rilasciata a Il Giornale d'Italia, Massolo analizza la guerra in corso contro l'Iran facendone emergere gli obiettivi nascosti di Trump (rivalità con Mosca e Pechino) e le conseguenze sul piano elettorale americano in vista delle prossime elezioni di midterm.

Medio Oriente, "America First" e strategia elettorale, Massolo al GdI: "Per Usa guerra in Iran è attacco indiretto a Cina e Russia"

Gli Stati Uniti hanno deciso di aprire un nuovo fronte di guerra in Medio Oriente adducendo, a scopo legittimante, il tema chiave della "sicurezza nazionale". Secondo lei quali sono gli obiettivi reali del conflitto e di questa politica aggressiva?

Anzitutto c'è un presupposto di fondo da tenere a mente. Donald Trump è alla ricerca di un nuovo ordine mondiale che sia il più possibile funzionale agli interessi degli Stati Uniti, un ordine che in qualche modo superi l'attuale assetto liberale perché considerato ormai disfunzionale ai profitti americani. È un'America che ci ripensa, che risponde ad una globalizzazione critica e mal gestita che ha prodotto un generale malcontento e di cui ora la popolazione (specie il ceto medio americano) chiede il conto ai Governi. E la risposta delle Istituzioni è stata il ritorno alla politica interna (il My Country First) e la gestione strumentale degli affari esteri in rapporto ai benefici resi al mio Paese o comunque al mio elettorato. Nella tendenza a prioritizzare gli interessi nazionali, la politica estera perde il suo elemento valoriale e si riduce a pura utilità strategico-economica: ecco, ad esempio, i dazi o le strategie di rilocalizzazione (backshoring).

Ma veniamo agli obiettivi dirimenti dell'attuale guerra in Medio Oriente: a) obliterare la capacità nucleare iraniana, non nel senso di "congelarne" l'arricchimento di uranio ma di eliminarlo radicalmente - un obiettivo largamente condiviso e non solo da Trump e Netanyahu. b) Privare l'Iran della sua maggiore capacità offensiva nonché del suo principale strumento di deterrenza: i missili balisticic) Il cambio di regime, su cui al momento ancora non si vedono risultati. I kurdi potrebbero giocare un ruolo decisivo, certo è che è una "guerra di logoramento" che spera di fiaccare il Governo di Teheran.

Quali invece le strategie politiche adottate? 

Le politiche estere di Washington variano a seconda della contingenza, ma vi è una costante accomunante: la consapevolezza tutta americana di disporre di una superiorità militare, e di poter imporre questa forza vincente su tutti coloro che non sono in grado di rispondere. È una posizione di privilegio che ha permesso a Trump di imporre dazi finalizzati all'interesse Usa. Ma, sul piano bellico, solo due potenze non sono assoggettabili: Cina e Russia. La prima per le dimensioni della sua economia, fra terre rare, un mercato che vanta oltre un miliardo di consumatori, l'export, la potenza militare-tecnologica; la seconda per l'esportazione energetica, l'arsenale nucleare e militare. Tra le tre potenze non c'è contatto diretto: l'obiettivo è privare il più possibile il nemico di alleati. Perché colpire il Venezuela? Sostanzialmente per colpire la catena di approvvigionamento petrolifero alla Cinaprivare Mosca di un alleato in Occidente. 

Quello che stiamo assistendo in Medio Oriente è il risultato della legge del più forte. Anche qui uguale ragionamento: l'Iran è un fornitore di armi alla Russia, e un fornitore di petrolio alla Cina. Un "triumvirato" di alleati che gli Usa ora cercano di spezzare con politiche di potenza, ma sempre indirette nei confronti delle "vere minacce". Dalle operazioni israelo-statunitensi contro Teheran ricordiamo che c'è chi ne approfitta, descrivendo l'Iran come Paese destabilizzante, sponsor del terrorismo jihadista in Libano, Mar Rosso, Iraq, Yemen. E proprio su queste affermazioni Trump legittima un operato che ha mire ben più lontane...

La guerra contro l'Iran sta avendo pesanti ripercussioni sul consenso elettorale di Trump. Alla base MAGA repubblicana non sembra piacere questo eccessivo coinvolgimento in guerre esterne. Quanto è determinante questo conflitto per la presidenza Trump e per le midterm?

Moltissimo. Ricordiamoci sempre che Trump giustifica tutte le sue azioni in nome di quella che è la sua interpretazione dell'interesse nazionale, cioè l'America First promesso alla base elettorale. Dunque i sondaggi da considerare non sono quelli complessivi, ma limitati alla sua base di consenso perché per Trump quella conta. Quella di Trump è una scommessa: finire la guerra in tempo utile per le elezioni di midterm con qualcosa che lui esibirà come un "successo" - ma che non è detto che lo sia. Un "successo" che sia anche quello degli elettori e della base MAGA, dove pure si avverte qualche scricchiolio. Notevole osservare come si stia tenendo alla larga J.D. Vance, non perché non sia funzionale a Trump, ma perché vuole fare carriera dopo e sa che se la scommessa di Trump fallisce, lui perderà credibilità agli occhi di quello stesso elettorato. Qualcuno tra i repubblicani tradizionali si è già "ribellato" - si pensi a Marjorie Taylor Greene che ha bacchettato Trump per un'America First diventata "Last" -, ma per il Presidente degli Usa sussistono tutte le condizioni per proseguire in nome di un balancing act interno.

Secondo lei questo conflitto può servire a distrarre l'opinione pubblica da due fastidiosi sassolini nella scarpa di Trump, ovvero il caso Epstein e la recente sconfitta dei dazi davanti alla Corte Suprema?

Non credo. Ovvero, accessoriamente potrebbe fare comodo a Trump che l'attenzione pubblica sia distolta da altri fatti contingenti, ma credo che il presidente Usa abbia fatto calcoli di altra natura: percepisco la debolezza dell'Iran e attacco in maniera dirimente, privando di alleati la Russia e la Cina. Il caso Epstein sta recando turbolenze a varie latitudini - non solo negli Usa - ed è diventato uno strumento di opposizione al Presidente. Ma, di nuovo, ciò che conta è la solidità della base elettorale. Senza un "successo" concreto i prossimi due anni di presidenza Trump potrebbero essere segnati dall'effetto lame duck.

Quali sono i riverberi del conflitto nella regione? Crede possibile un regime-change in Iran?

Come dicevo, per molti Paesi l'Iran è considerato una potenza destabilizzante, sponsor anche di Hamas, organizzazione che ha provocato il dramma del 7 Ottobre. A Trump non dispiace una pax israeliana in Medio Oriente, che pure ha i suoi limiti: quanto si riconoscono in un assetto simile i Paesi del Golfo? Quanto un simile assetto può coincidere con gli Accordi di Abramo? Poi c'è Gaza - dove la tregua "regge" ma non evolve -, e il Libano, dove ora Israele sembra star assumendo comportamenti funzionali alla guerra: "coprirsi le spalle" colpendo Hezbollah affinché quest'ultimo non rialzi la testa. E, infine, la Cisgiordania dov'è in corso un'annessione strisciante da parte di Tel Aviv che però ora il clamore contro l'Iran sta coprendo. Ricordo che Israele ha scelto strategicamente di perseguire una soluzione non con lo strumento negoziale ma con le armi, mitigato in questo solo da alcuni stop di Trump.

Sul possibile regime-change in Iran invece: allo stato attuale delle cose non solo non c'è stato, ma pure non è in vista. Se è vero che il successore dell'ayatollah Khamenei è il figlio Mojtaba, allora si traccia un cambiamento significativo con le origini perché il successore ha un rango inferiore rispetto al padre, è noto per avere un discreto patrimonio all'estero (e quindi non disdegna il business), è stato voluto dai Pasdaran che di ideologico hanno poco e niente. Risultato: un potenziale regime meno ideologico, più laicomeno clericale, più vicino all'establishment militare-industriale dei Pasdaran.

Come crede si concluderà la guerra? Secondo lei i colloqui Israele-Iran-Usa prima dell'attacco a sorpresa sono stati negoziati "farsa"?

L'Iran è pesantemente indebolito senza più proxy, senza l'appoggio della Siria, e questa operazione fa leva su questo momento di vulnerabilità per annichilire la rilevanza strategica iraniana nella regione. Pure però - in tema di regime-change - non mi sembra che nel Paese vi sia un'opposizione capace di sradicare decenni di teocrazia. Vedremo a che tipo di "successo" punterà Trump. Quel che posso dire è che i negoziati, a mio avviso, non erano una farsa: sono stati seri e chiedevano all'Iran di capitolare per via negoziale. Teheran ha concesso aperture, ma la soffiata che quel sabato 28 Febbraio si sarebbero incontrati i vertici iraniani ha rappresentato per Usa e Israele l'"opportunità" per avviare l'operazione.

Il professore Giampiero Massolo è il presidente del gruppo Mundys (ex Atlantia), che è un leader globale nelle infrastrutture e nei servizi di mobilità sostenibile. Tra le aziende del gruppo figura Abertis - Autostrade e Concessioni, gli Aeroporti di Roma, de la Cote d'Azur e di Bologna, Telepass, Yunex Traffic, Emovis, Getlink, Stalexport Autostrady e Neya.