Chi è Ali Hosseini Khamenei, l’ayatollah 86enne morto nei raid di Usa e Israele sull’Iran, nominato guida suprema nel 1989
Alla morte di Khomeini, nel 1989, Khamenei fu scelto come nuova guida suprema della Repubblica islamica. Da allora divenne il simbolo dell’establishment conservatore e di una linea politica fortemente critica verso l’Occidente
Ali Hosseini Khamenei, guida suprema dell’Iran dal 1989, è morto a 86 anni nei raid condotti da Stati Uniti e Israele sul territorio iraniano il 28 febbraio 2026. Alla guida della Repubblica islamica per 36 anni, era il massimo riferimento politico e religioso del Paese. La sua nomina a Rahbar risale alla morte di Ruhollah Khomeini e ha segnato l’inizio di una lunga stagione di potere conservatore.
Chi è Ali Hosseini Khamenei, l’ayatollah 86enne morto nei raid di Usa e Israele sull’Iran, nominato guida suprema nel 1989
Nato a Mashhad il 19 aprile 1939, Khamenei iniziò giovanissimo gli studi religiosi dopo le scuole elementari, frequentando le lezioni dei grandi ayatollah Borujerdi e di Ruhollah Khomeini. Fin da ragazzo mostrò un carattere fuori dagli schemi: suonava il tar, fumava tabacco olandese e indossava jeans sotto la veste religiosa. In quegli anni coltivò anche interessi letterari, scrivendo poesie, racconti e saggi dedicati alla lotta dei musulmani in India e alla letteratura persiana dell’Indostan.
Coinvolto nelle rivolte islamiche del 1963 contro lo scià, fu arrestato e in carcere entrò in contatto con ambienti della sinistra iraniana, conoscendo il giornalista Hushang Azadi e il comunista Rahman Khatefi. Tornato in libertà, riprese l’insegnamento nelle scuole religiose. Secondo diverse ricostruzioni, nel 1989 avrebbe contribuito a salvare centinaia di comunisti detenuti dall’esecuzione.
Durante la Rivoluzione iraniana divenne uno dei collaboratori più stretti di Khomeini. Entrò nel Consiglio della Rivoluzione e partecipò alla fondazione del Partito della Repubblica Islamica, assumendo un ruolo di primo piano nell’organizzazione dei Guardiani della Rivoluzione. Dopo le dimissioni dell’ayatollah Ali Montazeri nel 1979, consolidò la propria posizione guidando le preghiere del venerdì a Teheran.
Nel giugno 1981 sopravvisse a un attentato durante una conferenza stampa: un ordigno nascosto in un registratore esplose accanto a lui, provocandogli ferite permanenti. L’episodio lo trasformò, per i sostenitori, in un “martire di vita”. Pochi mesi dopo venne eletto presidente dell’Iran con il 97,09% dei voti, primo religioso a ricoprire quella carica.
Alla morte di Khomeini, nel 1989, fu scelto come nuova guida suprema della Repubblica islamica. Da allora divenne il simbolo dell’establishment conservatore e di una linea politica fortemente critica verso l’Occidente.
Il suo lungo mandato è stato accompagnato da accuse pesanti: dall’eliminazione di oltre 160 dissidenti all’estero, tra cui l’attivista Masih Alinejad, alla repressione delle proteste interne, fino alla persecuzione di scrittori e intellettuali. Khamenei ha sempre respinto le accuse, sostenendo che i diritti umani costituiscono un principio cardine dell’islam.
Nel 2000 venne indicato dal Comitato per la protezione dei giornalisti come "uno dei primi dieci nemici della stampa e della libertà di espressione". Numerosi reporter furono arrestati per articoli critici nei confronti delle sue politiche. Difensore dell’obbligatorietà dell’hijab, accusò più volte l’Occidente di aver privato le donne del loro onore e definì l’omosessualità un grave problema sociale.
Khamenei si presentava come il garante dei valori della rivoluzione del 1979 – giustizia sociale, indipendenza nazionale e governo islamico – ma il suo modello di potere è stato spesso descritto come autoritario e repressivo, orientato alla conservazione del regime.
Negli ultimi anni, di fronte al rischio di un attacco esterno, avrebbe predisposto un piano di emergenza per assicurare la continuità dello Stato anche in caso di sua morte o rapimento. Durante la guerra del 2025, per motivi di sicurezza, fu isolato in un rifugio segreto, limitando al minimo le comunicazioni, mentre la catena di comando restava operativa. Secondo fonti citate dal New York Times, l’ottantaseienne leader aveva lasciato disposizioni precise per garantire la stabilità del sistema anche dopo la sua eventuale scomparsa. Dopo l’annuncio di Trump, l’ipotesi della sua uccisione si è trasformata in certezza.
In vista della transizione, il nome indicato con maggiore insistenza è quello di Ali Larijani, attuale segretario del Consiglio di Sicurezza nazionale e figura di spicco del conservatorismo pragmatico. Accanto a lui potrebbero avere un ruolo il presidente del Parlamento Mohammad-Bagher Qalibaf e l’ex presidente Hassan Rouhani, in una gestione temporanea in attesa che l’Assemblea degli Esperti, composta da 88 membri, elegga un nuovo Rahbar. Resta significativa l’assenza, tra i nomi circolati, del figlio Mojtaba, a lungo indicato da ambienti dell’opposizione come possibile successore.