Attacco in Iran di Israele e Usa, crimine internazionale mascherato da "prevenzione": terrorismo di Stato con bandiera stellata

Poteva chiamarsi molto più semplicemente per quello che è: un atto di guerra non autorizzato, privo di copertura giuridica internazionale né autorizzato dal Congresso USA, condotto nella prima mattina di oggi, sabato 28 febbraio 2026, congiuntamente dagli Stati Uniti di Donald Trump e da Israele di Benjamin Netanyahu contro la Repubblica Islamica dell'Iran

L’hanno chiamato "Ruggito del Leone". Poteva chiamarsi molto più semplicemente per quello che è: un atto di guerra non autorizzato, privo di copertura giuridica internazionale né autorizzato dal Congresso USA, condotto nella prima mattina di oggi, sabato 28 febbraio 2026, congiuntamente dagli Stati Uniti di Donald Trump e da Israele di Benjamin Netanyahu contro la Repubblica Islamica dell'Iran.

Un atto terrorismo internazionale

Bombe su Teheran, su Isfahan, Qom, Karaj, Kermanshah. Fumo nero sopra il centro della capitale. Il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz lo ha chiamato con il consueto eufemismo ipocrita dei potenti: "attacco preventivo per rimuovere le minacce allo Stato di Israele". Trump ha preferito l'enfasi da reality show: "importanti operazioni di combattimento", ha annunciato su Truth Social, invitando gli iraniani a "prendere il potere" dopo i raid. Come se i bombardamenti fossero la premessa a un cambio di regime liberatorio, e non l'ennesima aggressione militare mascherata da missione umanitaria. Lo abbiamo già visto, questo film. Si chiamava Iraq, era il febbraio del 2003, e Colin Powell agitava davanti al Consiglio di Sicurezza dell'ONU quella celebre provetta con i presunti residui di armi chimiche di Saddam Hussein. Una bugia architettata nei minimi dettagli, poi rivelatasi tale senza ombra di dubbio, costata centinaia di migliaia di vite irachene, la distruzione di un Paese, e un'ondata di destabilizzazione regionale i cui effetti geopolitici si avvertono ancora oggi. La retorica è identica. Cambiano i nomi propri, non la sostanza.

Il pretesto nucleare: la verità che non si dice

La giustificazione di Trump per l'attacco è il programma nucleare iraniano. Ma cosa ci dicono davvero i dati disponibili? L'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica ha certificato che l'Iran, pur avendo accumulato materiale fissile sufficiente — se ulteriormente arricchito — per costruire fino a nove ordigni, non ha a oggi intrapreso il processo di weaponisation, ovvero la trasformazione del materiale in un'arma funzionante. Gli esperti nucleari concordano ampiamente sul fatto che l'Iran non si sia finora mosso verso la weaponisation, e che tale passaggio richiederebbe diversi mesi, se non anni. Il direttore generale dell'AIEA Rafael Grossi aveva dichiarato esplicitamente in un'intervista alla CNN che l'AIEA non dispone di "prove concrete che esista un programma o un piano per fabbricare un'arma nucleare". Secondo le valutazioni dell'intelligence americana pubblicate nel 2024 e nel 2025, l'Iran non ha preso la decisione di sviluppare armi nucleari. Dunque siamo di fronte a un Paese che non ha la bomba, così come l’Iraq non aveva armi chimiche. I trattati internazionali non consentono di attaccare preventivamente sulla base di intenzioni presunte, e chi solo pochi giorni fa era ancora seduto al tavolo diplomatico: giovedì scorso a Ginevra si era tenuto un nuovo round di colloqui indiretti tra Washington e Teheran. Venerdì Trump aveva dichiarato di non essere "soddisfatto" dei negoziati, ma aveva indicato di voler dare a Teheran più tempo per raggiungere un accordo. Il giorno dopo ha sganciato bombe. D’altra parte non è la prima volta che un tavolo diplomatico viene fatto saltare dai bombardieri israeliani nel momento stesso in cui sembra poter produrre qualcosa di concreto: anche i negoziati con Hamas a Doha, in Qatar, furono sistematicamente affossati da Tel Aviv con bombardamenti sul Paese arabo terzo e sovrano, creando anche allora grave crisi diplomatica internazionale. E’ abitudine consolidata per il lo Stato sionista attuare raid "tempestivi" che riportino il conflitto al punto di partenza ogni volta che un accordo sembra essere a portata di mano. La diplomazia, per chi vuole la guerra, è solo un'anticamera utile a guadagnare tempo.

Un Medio Oriente sistematicamente incendiato

Va detto con nettezza: questo attacco all'Iran non nasce nel vuoto. Si inserisce in un quadro di aggressioni sistematiche e spregiudicate che non hanno precedenti nella storia recente. Israele ha attaccato e continua ad attaccare la Palestina, la Siria, il Libano, lo Yemen. Gli Stati Uniti hanno colpito direttamente l'Iran già in giugno del 2025 con l'"Operazione Midnight Hammer" contro i siti nucleari di Fordow e Natanz, poi si sono avventurati in Venezuela. Washington nel frattempo ha messo nel mirino Cuba, ha minacciato la Groenlandia, il Canada, Panama, il Messico, la Colombia. È un'orgia di proiezione di forza che sancisce il ritorno al colonialismo muscolare più sfrontato, mascherato da difesa della civiltà occidentale. L'Iran stava negoziando. L'Iran aveva mostrato — parola del mediatore dell'Oman, non di Teheran — "progressi" nel dialogo. Il Ministero degli Esteri iraniano ha dichiarato che la Repubblica Islamica, pur essendo consapevole delle intenzioni aggressive del nemico, aveva "intrapreso fino all'ultimo passo i negoziati con la comunità internazionale per dimostrare la sua buona volontà nel prevenire la guerra". Quella buona volontà è stata ricompensata con i missili.

Il diritto internazionale violato, la comunità mondiale divisa

Teheran ha citato esplicitamente l'articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite, che vieta il ricorso alla forza contro l'integrità territoriale di un altro Stato, definendo gli attacchi "un chiaro esempio di violazione" di quella norma fondamentale. La Svizzera si è detta "profondamente allarmata". La Turchia ha parlato di attacco "barbaro e selvaggio". L'Arabia Saudita di "chiara violazione del diritto internazionale". La Russia ha condannato fermamente gli attacchi, definendoli una "grave violazione del diritto internazionale, della Carta delle Nazioni Unite e delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza". Il premier britannico Starmer ha chiesto a "tutte le parti di fare un passo indietro" (tutte le parti? In realtà è la parte Israele-USA che ha attaccato l’Iran e non per la prima volta, ma Starmer si sa, tiene per lo Stato sionista e non ne fa mistero).  In casa americana, il repubblicano Thomas Massie ha definito l'attacco "un atto di guerra non autorizzato dal Congresso". L'Alta rappresentante dell'Unione Europea Kaja Kallas ha scelto invece un percorso ambiguo, come al solito, citando i "programmi missilistici balistici e nucleari" iraniani come "seria minaccia per la sicurezza globale" — avallando implicitamente la narrativa dell'attacco preventivo — prima di aggiungere di puntare sulla "protezione dei civili e il diritto internazionale umanitario". Ma anche la Kallas – esattamente come Starmer - non fa testo, non avendo mai profferito parola - così come anche la Von der Leyen -  sul genocidio del popolo palestinese di Gaza da parte di Israele e del continuo tentativo di annessione violenta della Cisgiordania.  Una scandalosa e stridente contraddizione in termini che rivela quanto anche Bruxelles sia prigioniera della subordinazione atlantista.

Il cambio di regime come obiettivo dichiarato

Non lasciamoci ingannare dalle parole tecniche su missili e arricchimento dell'uranio. L'obiettivo reale è quello che Trump ha dichiarato a voce alta e che Netanyahu ha sottoscritto: il cambio di regime a Teheran. Il 13 febbraio 2026, Trump aveva affermato che un cambio di regime in Iran sarebbe stata "la cosa migliore che potesse accadere". L'erede al trono in esilio Reza Pahlavi — figlio dello Scià deposto nel 1979 — ha inneggiato all'attacco definendolo "intervento umanitario". Siamo al grottesco: bombe come atti umanitari, guerra preventiva come tutela della pace. Il copione è sempre lo stesso. Prima le minacce, poi le sanzioni, poi le trattative usate come finestre di opportunità per raccogliere intelligence e guadagnare tempo, poi l'attacco. Poi la conta dei morti — civili, soldati, tecnici, bambini — di cui nessuno si prenderà mai la responsabilità piena. L'Iraq ci ha insegnato che le "certezze" sbandierate dalle amministrazioni americane e dai loro alleati possono trasformarsi in menzogne di Stato di proporzioni storiche. Non c'erano le armi di distruzione di massa. Non esisteva il legame tra Saddam e Al Qaeda. Esistevano però gli interessi petroliferi, le ambizioni geostrategiche, le industrie belliche da alimentare. Oggi l'Iran non ha la bomba. I negoziati erano in corso. Eppure le bombe cadono. Con il cuore e con la spada, a muso duro, bisogna dirlo senza infingimenti: quello di questa mattina non è stato un "attacco preventivo". È stato un crimine internazionale.

Di Eugenio Cardi