16 Febbraio 2026
Herzog-Trump fonte: X @MAGA101XL
L'ultima uscita di Donald Trump conferma, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la sua propensione ad infilarsi con arroganza negli affari interni di Stati sovrani. Stavolta paradossalmente il bersaglio è Israele, storico alleato USA, dove il presidente americano pretende che Isaac Herzog conceda la grazia a Benjamin Netanyahu, primo ministro sotto processo dal 2020 per corruzione, frode e abuso di fiducia.
Trump ha definito Herzog "disgraceful" (vergognoso) per non aver ancora graziato Netanyahu, arrivando a sostenere che gli israeliani dovrebbero fare pressione sul loro presidente. Un'ingerenza così plateale nella giustizia di un Paese alleato che rasenta l'insulto diplomatico. La vicenda ha radici recenti ma toni sempre più aspri. Già nel discorso alla Knesset lo scorso 13 ottobre, Trump aveva chiesto pubblicamente ad Herzog di concedere la grazia, salvo poi formalizzare la richiesta con una lettera ufficiale in cui definisce il processo "politico e ingiustificato". Una narrazione che ricalca perfettamente quella dello stesso Netanyahu, non a caso alleato storico del tycoon. Le accuse contro "King Bibi" non sono certo trascurabili. Al premier israeliano viene contestato di aver concesso favori a magnati dei media in cambio di copertura positiva e di aver ricevuto regali per migliaia di dollari da un produttore miliardario di Hollywood in cambio di assistenza per interessi personali e commerciali. Netanyahu è il primo premier israeliano in carica ad essere processato per corruzione. La risposta di Herzog è stata glaciale nella forma ma ferma nella sostanza. L'ufficio presidenziale ha fatto sapere che il capo dello Stato non può pronunciarsi finché il ministero della Giustizia non avrà espresso il parere legale previsto dalla procedura, ribadendo che Israele è "uno Stato sovrano governato dallo stato di diritto". Un modo elegante per ricordare a Trump che Gerusalemme non è una succursale di Washington. La questione procedurale non è banale. La legge israeliana prevede che una richiesta di grazia debba essere presentata dal diretto interessato o da un suo familiare. Netanyahu ha effettivamente presentato richiesta formale di grazia a fine novembre, ma questo non autorizza certo un presidente straniero a dettare i tempi e le modalità della decisione. Il paradosso sta proprio qui: Trump vorrebbe che Herzog si comportasse come lui stesso ha fatto negli Stati Uniti, elargendo grazie presidenziali a destra e a manca ai suoi sodali. Ma in Israele il potere presidenziale di grazia ha una storia diversa e molto più circoscritta. È stato utilizzato una sola volta nella storia israeliana, nel caso Kav 300 del 1984, quando due membri dello Shin Bet giustiziarono due dirottatori palestinesi. Yair Lapid, leader dell'opposizione, ha ricordato con precisione chirurgica che "la prima condizione per ricevere la grazia è l'ammissione di colpa e l'espressione di rimorso". Netanyahu invece nega ogni illecito, rendendo la grazia ancora più problematica sul piano giuridico e politico. Trump, naturalmente, ha la sua narrazione. Nella lettera afferma che Netanyahu "ha dimostrato la sua fermezza durante la guerra" e che "sta continuando a cambiare il mondo attraverso gli Accordi di Abramo". Una montagna di incredibili sciocchezze che riporto per dovere di cronaca naturalmente, considerando che questa retorica ignori completamente il mandato di arresto spiccato dalla Corte Penale Internazionale nei confronti dello stesso Netanyahu per crimini di guerra a Gaza. Ad ogni modo il punto non è se Netanyahu sia colpevole o innocente relativamente ai reati per cui è accusato (corruzione, frode e abuso di fiducia) nel proprio Paese, su questo deciderà la magistratura israeliana. Il punto è l'arroganza con cui l'amministrazione Trump pretende di orientare le decisioni giudiziarie di uno Stato terzo e sovrano (come d’altronde siamo oramai abituati ad osservare), trasformando – in tal caso - la grazia in uno strumento di gerarchia geopolitica: l'alleato maggiore che detta il ritmo al minore. Herzog si trova in una posizione delicatissima: se cedesse alle pressioni americane, tradirebbe lo stato di diritto e la separazione dei poteri che l'istituzione presidenziale dovrebbe tutelare. Se resistesse, rischierebbe di incrinare ulteriormente i rapporti con Washington in un momento in cui Israele ha più che mai bisogno del sostegno americano. La vicenda rivela anche un altro aspetto: l'eccezionale capacità di Trump e Netanyahu di sopravvivere a scandali e problemi legali, sostenendosi reciprocamente in una sorta di patto tra leader populisti sotto assedio giudiziario. Due leader di destra accomunati dalla narrazione della "persecuzione giudiziaria", un copione che ormai conosciamo fin troppo bene. Per ora Herzog tiene il punto, trincerandosi dietro la procedura e difendendo – almeno formalmente – l'autonomia delle istituzioni israeliane. Vedremo quanto potrà resistere alle pressioni di chi, dalla Casa Bianca, è abituato a considerare gli alleati come vassalli. Ad ogni modo quel che resta di fortemente inquietante – nel senso più generale – è l'incredibile prepotenza dell'amministrazione Trump (grazie anche ai suggerimenti di personaggi come Rubio eMiller) nel voler entrare a gamba tesa nei meccanismi democratici o meno di Paesi terzi e sovrani: lo abbiamo già visto in Venezuela, come rischiamo di vederlo presto all'opera a Cuba, Panama, Iran, Groenlandia, Canada, Messico, Colombia. L'elenco potrebbe continuare a lungo.
Di Eugenio Cardi
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