Marco Rubio, "il rinnegato": il Segretario di Stato originario di Cuba che porta gli Usa in guerra contro L'Avana, il Sud America e l'Iran
La visione di Rubio non si ferma a Cuba, Venezuela e Iran. Si estende a tutto il Sud America e all’America centrale, dove chiunque non sia allineato con Washington diventa un bersaglio
Marco Rubio, figlio di immigrati cubani, ha trasformato un rancore personale in una politica estera che mette a rischio milioni di vite. Dalla “Operazione Absolute Resolve” in Venezuela agli attacchi mirati alle missioni mediche cubane, il nuovo architetto della diplomazia americana disegna una mappa del mondo a sua misura.
Un cubano-americano guida la diplomazia di Washington
C’è un vecchio scherzo, a Miami, tra le comunità degli esiliati cubani: la città, dicono, è l’unico posto negli Stati Uniti con una propria politica estera. Fino a poco tempo fa era solo una simpatica battuta tra esiliati cubani. Adesso, con Marco Rubio che siede alla guida del Dipartimento di Stato come Segretario più potente della sua generazione, lo scherzo ha smesso di essere tale. Per la prima volta nella storia americana, un latino ricopre quella carica così importante, confermato dal Senato con un voto unanime nel gennaio del 2025. E Rubio lo esercita come se l'intera nazione fosse ancora legata a quella vecchia logica della Guerra Fredda, quella sorta di psicopatologia ideologica anti-comunista (ancora molto in voga negli USA) che, ufficialmente, è finita nel 1991 ma che in certe stanze di Miami e nel suo cuore non è mai finita. In poco più di un anno di mandato, Rubio ha costruito un edificio di ostilità che coinvolge Cuba, Venezuela, Nicaragua, Panama e anche l’Iran, ancor più in generale, chiunque nel vicinato americano non si conformi alla sua visione del mondo. Una visione che non è nuova: Rubio l’ha coltivata per vent’anni di carriera politica, a partire dalla Florida, dove i voti degli esiliati cubani hanno segnato ogni sua mossa. Ma adesso ha il potere per tradurla in azione, e lo sta facendo, pericolosamente, per il mondo intero.
Una storia personale, una politica nazionale
La famiglia Rubio ha lasciato Cuba nel 1956, tre anni prima della rivoluzione di Castro, durante la presidenza del dittatore Fulgencio Batista (che prese il potere per la seconda volta nel 1952 attraverso un colpo di Stato, destituendo il governo democraticamente eletto di Carlos Prío Socarrás e istituendo un regime autoritario e corrotto strettamente legato agli interessi americani. Infatti gli Stati Uniti riconobbero immediatamente il nuovo governo di Batista, un dettaglio che dice molto sulla logica della politica americana nell'isola durante la Guerra Fredda: l'anticomunismo contava più della democrazia). Un dettaglio che per lungo tempo Rubio ha preferito non sottolineare: la sua narrativa pubblica, quella che lo ha lanciato in Florida, parlava di una famiglia che “fuggiva dal comunismo”. Il Washington Post ha smontato questa versione, rivelando che i suoi genitori emigrarono ben prima che Castroarrivasse al potere. Ma la leggenda era già scritta nel secondo paragrafo della sua bio ufficiale sul Senato: “è entrato in politica in larga parte a causa di suo nonno, che ha visto la sua patria distrutta dal comunismo”. Non conta che sia stato il regime di Batista a costringere i suoi genitori a partire. Non conta che la stessa diaspora cubana di Miami sia stata per decenni un blocco elettorale che ha premiato chiunque prendesse una linea dura contro Havana, indipendentemente dalle sfumature della realtà. Quello che conta — e conta moltissimo — è che Rubio ha costruito l’intera sua carriera attorno a questa narrativa, e che ora, come Segretario di Stato, ha la capacità di trasformarla in strategia nazionale americana.
Cuba: sette misure in un mese
Nei primi trentasei giorni della sua carica, Rubio ha firmato sette misure distinte contro Cuba. Un ritmo che non ha avuto precedenti nemmeno durante le fasi più tese della Guerra Fredda. Il primo giorno della presidenza di Trump, il 20 gennaio 2025, Cuba è stata rimessa sulla lista dei Paesi che sostengono il terrorismo, una lista da cui Biden aveva rimosso l’isola nelle sue ultime settimane in carica. Poi è seguita la ricezione della “Cuba Restricted List”, il divieto di transazioni con le entità militari e di sicurezza cubane, e, infine, la misura che ha più colpito l’immaginario internazionale: le sanzioni contro le missioni mediche cubane all’estero. Il 25 febbraio 2025, Rubio ha annunciato restrizioni sui visti per tutti i funzionari — cubani e stranieri — coinvolti nei programmi di cooperazione medica di Havana. La formulazione è stata scelta con cura: i medici cubani all’estero vengono definiti come “lavoro forzato”, i programmi come uno schema di “sfruttamento coercitivo”. Chiunque contribuisca a questi programmi — governi africani, latinoamericani, perfino la Pan American Health Organization (agenzia di sanità pubblica per le Americhe, fondata nel 1902, la più antica organizzazione internazionale di sanità pubblica al mondo) — rischia sanzioni americane. Eppure i dati sono lì, incontrovertibili. Dalla rivoluzione del 1959 a oggi, Cuba ha inviato oltre 600.000 professionisti sanitari in più di 160 Paesi. Attualmente almeno 24.000 medici cubani operano in circa 60 nazioni, molti nelle comunità più povere e marginalizzate del Sud Globale. Tra il 1999 e il 2015, i medici cubani hanno salvato — secondo le stime degli organismi internazionali — sei milioni di vite. Le sanzioni di Rubio non colpiscono il governo di Havana nell’aula dove si prendono le decisioni. Colpiscono i pazienti. Colpiscono le comunità indigene rurali del Brasile che erano assistite dal programma “Mais Médicos”, le comunità africane dove non esistono alternative. Come ha scritto il Segretario di Stato di Cuba, Bruno Rodríguez: “Una volta di più, Marco Rubio mette la sua agenda personale davanti agli interessi degli Stati Uniti”.
Venezuela: “Operazione Absolute Resolve”
Se su Cuba Rubio agisce con lo scalpello delle sanzioni economiche, sul Venezuela ha scelto il martello della forza militare. Il 3 gennaio 2026, nell’operazione più audace degli Stati Uniti in questo emisfero da decenni, le forze americane hanno catturato il Presidente venezuelano Nicolás Maduro durante un blitz notturno su Caracas. L’operazione — battezzata “Absolute Resolve” — ha coinvolto almeno 150 aerei, squadre della Delta Force, agenti della CIA che avevano tracciato i movimenti di Maduro per mesi, e una flotta navale che da settembre 2025 aveva condotto almeno 35 attacchi su navi sospettate di traffico di droga nelle acque caraibiche, uccidendo almeno 115 persone a bordo, senza prove e senza alcun processo legale. Semplicemente perché Rubio & CO han deciso così. Ad ogni modo Rubio, già precedentemente, è stato tra i principali architetti della forte pressione esercitata sul Venezuela. E’ lui che, durante il primo governo di Trump, ha orchestrato il tentativo fallito di riconoscere Juan Guaidó come presidente legittimo del Venezuela nel 2019. Ed è sempre lui che si è esplicitamente opposto all’approccio “resource diplomacy” del suo collega Richard Grenell, che aveva cercato di negoziare con Maduro per ottenere accesso alle risorse petrolifere. Per Rubio, la negoziazione con un regime che lui considera “illegittimo” è inammissibile. L’unica soluzione è il cambio di regime. Ovunque sia. “There’s no doubt about the fact that it would be of great benefit to the United States if Cuba was no longer governed by an autocratic regime”, ha dichiarato Rubio durante un’audizione del Senato il 28 gennaio 2026, rifiutandosi esplicitamente di escludere un’azione simile contro Cuba (da cubano rinnegato per lui sarebbe la felicità massima). Quando il senatore democratico Brian Schatz gli ha chiesto di impegnarsi pubblicamente a escludere il cambio di regime ad Havana, Rubio ha risposto: “Regime change? Oh no, I think we would love to see the regime change”. Il collegamento Venezuela-Cuba non è casuale per Rubio. Nella sua visione del mondo, i due Paesi formano un sistema: Cuba ha “colonizzato” il Venezuela di Maduro dal punto di vista della sicurezza, inviando agenti e consiglieri che hanno consolidato il controllo di Caracas. La caduta di Maduro, ha suggerito Rubio, potrebbe portare alla “caduta” di Cuba. “Cuba will be failing pretty soon”, ha affermato Trump, ridondante eco delle parole sussurrategli all’orecchio dal suo Segretario di Stato. Il Brookings Institution(uno dei think tank più influenti e storici degli Stati Uniti), ha sintetizzato con precisione la logica che sta dietro l’operazione venezuelana: tra le possibili spiegazioni — applicazione della legge antidroga, accesso al petrolio, o addirittura “orchestrare una successiva caduta di Cuba” — è proprio questa ultima che Rubio “ha quasi predetto” apertamente.
L’Iran: il grande nemico all’orizzonte
Se nell’emisfero americano Rubio agisce come un conquistador, verso l’Iran la sua politica assume proporzioni ancor più gravi, se possibile. Nel giugno 2025, gli Stati Uniti hanno condotto attacchi militari contro tre siti nucleari iraniani nell’operazione “Midnight Hammer”. Rubio, dagli schermi della Fox Business, ha avuto cura di definire l’azione come “non un attacco all’Iran, non un attacco al popolo iraniano”, ma una risposta “precisa” alle “ambizioni di armamento nucleare” del regime. Eppure, nell’audizione del Senato del 28 gennaio 2026 (pochissimi giorni fa), Rubio ha aperto uno sguardo più largo. Quando gli è stato chiesto del possibile cambio di regime in Teheran, ha risposto — con una franchezza che raramente si ascoltano dalle labbra di un Segretario di Stato americano — che il regime di Khamenei è “probably weaker than it has ever been” e che le proteste torneranno se il governo “non è disposto a cambiare o ad andarsene”. Ha riconosciuto apertamente che “no one knows” cosa accadrebbe se Khamenei (il quale da parte sua ha appena dichiarato apertamente “L’America vuole inghiottire l’Iran”) fosse rimosso dal potere. Ma non ha escluso questa possibilità. Anzi, il linguaggio che usa — “if that eventuality ever presents itself” — non è quello di un uomo che sta parlando di un’ipotesi astratta. È quello di qualcuno che sta pianificando. L’Iran, per Rubio, è il centro di un ragionamento geopolitico che collega tutto: Tehran sostiene Hamas e Hezbollah, ha legami con Cuba, con Russia e con la Cina. È — secondo la sua grammatica — “the head of the terrorist octopus”. E l’octopus, suggerisce, deve essere smembrato un tentacolo alla volta: prima Venezuela, poi Cuba, poi Teheran.
Il Sud America come campo di battaglia
La visione di Rubio non si ferma a Cuba, Venezuela e Iran. Si estende a tutto il Sud America e all’America centrale, dove chiunque non sia allineato con Washington diventa un bersaglio. Ha urlato contro il Presidente colombiano Gustavo Petro per i suoi rapporti con i movimenti guerriglieri e con il governo di Maduro. Ha attaccato il Presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva per la sua solidarietà con Cuba e Venezuela — tanto che Lula, in una conferenza stampa, ha dichiarato apertamente: “There will be no advances in negotiations with the United States if Marco Rubio is part of the team”. Ha fatto pressioni sulla Bolivia per le sue azioni giudiziarie contro i promotori del colpo di stato del 2019, un colpo che gli Stati Uniti avevano fortemente favorito. Per quanto concerne il Brasile poi, Rubio ha sanzionato i funzionari brasileiros per la loro partecipazione al programma “Mais Médicos” che aveva coinvolto medici cubani. La logica è chiara: chiunque collabori con Cuba o con governi che Rubio consideri “illegittimi” verrà punito. Il risultato è un emisfero in cui gli Stati Uniti non conducono più una diplomazia, ma esercitano una fortissima e pericolosissima pressione. Non c’è dialogo. C’è solo la minaccia della forza economica e militare americana, applicata selettivamente a chiunque non si muova secondo le istruzioni di Washington.
Il Medio Oriente: la terza guerra
Se Cuba e Venezuela rappresentano il theatre del rancor personale di Rubio (il quale farebbe bene a intraprendere una terapia cognitivo-comportamentale per riuscire a gestire o superare l'odio che nutre verso il Paese che gli ha dato i natali), il Medio Oriente è dove la sua politica si interseca con quella più profonda degli Stati Uniti verso Israele. E qui, la sua posizione è cristallina, se non addirittura sfacciata, incondizionata, senza sfumature, pronta a scavalcare qualsiasi norma del diritto internazionale pur di garantire a Israele lo spazio che chiede. Nel febbraio del 2025, durante la sua prima visita a Gerusalemmecome Segretario di Stato, Rubio ha dichiarato senza esitazione che Hamas “deve essere eradicato”. Non come forza militare, non come organizzazione politica — eradicato, punto. “As long as it stands as a force that can govern or as a force that can administer or as a force that can threaten by use of violence, peace becomes impossible,” ha detto davanti alle telecamere, in un linguaggio che non lascia spazio per alcuna negoziazione e dimenticando che Hamas è una organizzazione che pochissimi Paesi al mondo riconoscono come terroristica, un’organizzazione che si muove a difesa del proprio territorio - invaso e occupato dallo Stato di Israele - e che ha avuto modo di dichiarare un’enormità di volte che deporrebbe immediatamente le armi nel momento in cui lo Stato occupante di Israele si dovesse finalmente decidere a lasciare i territori palestinesi occupati fin dal 1967. Netanyahu da parte sua lo ha accolto ovviamente come un alleato perfetto, parlando di una “common strategy” condivisa con Trump per il futuro di Gaza. Questa posizione non è cambiata nemmeno quando i dati sulla realtà umanitaria sono diventati impossibili da ignorare. Nel maggio del 2025, durante un’audizione del Senato, Rubio è stato costretto ad ammettere che gli aiuti umanitari non raggiungono Gaza “in sufficient amounts”. Ma la sua risposta è stata di attribuire il merito alla “engagement” americana per il fatto che almeno alcuni camion fossero entrati nella Striscia, dopo mesi di blocco israeliano, un blocco che gli Stati Unitiavevano rifiutato pubblicamente di criticare. Quando l’ONU ha documentato che migliaia di bambini erano a rischio di morte per malnutrizione, Rubio ha detto di essere “troubled”. Non di esigere la fine del blocco. Nel settembre del 2025, quando Israele ha condotto attacchi a Doha, nel Qatar, contro i negoziatori di Hamas — un attacco che ha sollevato reazioni di orrore in tutto il mondo — Rubio ha rifiutato di condannare pubblicamente Israele durante una conferenza stampa congiunta con Netanyahu aGerusalemme. Nello stesso periodo, gli Stati Uniti hanno posto il veto sulla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che chiedeva un cessate il fuoco e la consegna degli aiuti umanitari. La coerenza, in questo caso, è la coerenza di chi non ha mai avuto il minimo dubbio: Israele ha il diritto di fare quel che vuole, e il ruolo degli Stati Uniti è sostenerlo. Rubio ha anche avuto il coraggio di dichiarare che UNRWA — l’agenzia delle Nazioni Unite che assiste i rifugiati palestinesi — “is not going to play any role” nella consegna degli aiuti in Gaza, definendola “a subsidiary of Hamas” (accusa naturalmente avanzata da Israele e automaticamente adottata da Rubio, senza che lo Stato sionista sia mai riuscito a fornire la minima prova a sostegno di tali assurde e infamanti accuse). Una posizione che la Corte Internazionale di Giustizia ha esplicitamente respinto, affermando che Israele è obbligato a permettere alle agenzie dell’ONU di operare nel territorio.
Il blocco petrolifero di Cuba: l’ultimo colpo
Il 29 gennaio 2026, Donald Trump ha firmato un decreto esecutivo che rappresenta il colpo più brutale contro Cuba degli ultimi anni. Il decreto dichiara Cuba “una minaccia insolita e straordinaria” alla sicurezza nazionale americana e impone dazi aggiuntivi su tutte le importazioni negli Stati Uniti da qualsiasi Paese che fornisca petrolio a Cuba, direttamente o indirettamente. È un assedio planetario. Non più una questione bilaterale tra Washington e Havana: ogni nazione del mondo che osi rifornire l’isola di petrolio — il carburante essenziale per la sua economia, per il suo sistema sanitario, per la sua agricoltura — diventa un bersaglio americano. Il decreto mette il mondo nella condizione di dover scegliere: commercio normale con gli Stati Uniti, oppure solidarietà con Cuba. Una scelta che non dovrebbe mai essere imposta da nessun potere a nessun altro stato sovrano. Il contesto è inequivocabile. Fino a poco prima del decreto, Cuba riceveva petrolio principalmente dal Venezuela e dal Messico. Il petrolio venezuelano è stato tagliato dopo l’operazione militare del 3 gennaio 2026 che ha portato alla cattura di Maduro. Il Messico, sotto pressione crescente di Trump, ha sospeso almeno temporaneamente le forniture, anche se il Presidente messicano Claudia Sheinbaum ha cercato di presentare la sospensione come una “decisione sovrana”, non come effetto della coercizione americana. La Pemex, l’azienda statale messicana di petrolio, aveva inviato quasi 20.000 barili al giorno a Cuba fino a settembre 2025; dopo la visita di Rubio a Mexico City, avvenuta quello stesso mese, la cifra è precipitata a 7.000. Adesso il decreto di Trump chiude anche quella porta. E non solo quella. Russia, Cina o qualsiasi altro Paese che potrebbe, in futuro, fornire petrolio all’isola: tutti sono messi sotto minaccia americana. L’intento è fin troppo chiaro: soffocare completamente Cuba, per costringerla a un capovolgimento di regime. Il Ministro degli Affari Esteri cubano, Bruno Rodríguez, ha condannato il decreto come un “atto brutale di aggressione contro Cuba e il suo popolo”, accusando gli Stati Uniti di ricorrere a “ricatto e coercizione per costringere altri Paesi a unirsi al suo blocco universalmente condannato”.
Non è esagerazione. Quello che sta succedendo a Cuba adesso — le code per la benzina nelle stazioni di servizio dell’Havana, i blackout di 21 ore al giorno, la crisi economica che mette a rischio il sistema sanitario più avanzato dell’America latina — non è il risultato di una cattiva governance cubana. È il risultato di 65 anni di embargo americano, intensificato sotto Rubio fino a diventare uno strangolamento globale. Non si mette una bomba atomica. Si asfissia un’isola di 11 milioni di persone, lentamente, con la forza economica più grande del Pianeta.
Il mondo, nel frattempo, guarda. E a Washington, nel bureau del Dipartimento di Stato, Rubio il rinnegato firma un documento dopo l’altro, costruendo, un mattone alla volta, il muro che ha sempre sognato. Un muro che separa Cuba dall’aria, il Venezuela dalla sua sovranità, l’Iran dal suo futuro, e la Palestina dalla sua stessa esistenza. La domanda per l’Europa — per l’Italia, per tutti noi — è semplice e urgente: fino a che punto saremo complici di questa infernale architettura? O c’è un punto in cui la democrazia europea troverà il coraggio di dire, di fronte a questa nuovo ordine americano, che questa non è più politica estera ma terrorismo economico?
Di Eugenio Cardi