Giordania, intelligence usa tecnologia israeliana Cellebrite e sottrae dati a giornalisti, CitizenLab: "Dispositivi manomessi dopo arresto"
CitizenLab definisce Cellebrite un facilitatore ricorrente di violazioni dei diritti umani a livello globale e sostiene che i suoi strumenti sono un meccanismo pronto all’uso per controlli estesi nella vita privata delle persone
In Giordania, le agenzie di intelligence stanno utilizzato la tecnologia israeliana Cellebrite per estrarre dati dai telefoni di giornalisti e attivisti senza consenso, dopo arresti e interrogatori condotti dal Dipartimento di intelligence generale e dalla Cybercrime Unit. Un’indagine pluriennale di CitizenLab parla di dispositivi alterati e conferma che "i dispositivi sono stati manomessi dopo l’arresto", sollevando seri dubbi sul rispetto dei diritti fondamentali e sulla tutela della privacy.
Giordania, intelligence utilizza tecnologia israeliana Cellebrite per estorcere dati a giornalisti, CitizenLab "Dispositivi manomessi dopo arresto"
Secondo il rapporto pubblicato il 22 gennaio, i ricercatori di CitizenLab hanno condotto un’analisi forense su quattro telefoni sequestrati e successivamente restituiti ai proprietari, oltre a esaminare tre verbali giudiziari collegati a procedimenti aperti in base alla legge giordana sui reati informatici del 2023. I casi analizzati coprono un arco temporale che va dalla fine del 2023 alla metà del 2025, in coincidenza con le proteste a sostegno dei palestinesi a Gaza. Gli esperti hanno individuato specifici indicatori di compromissione su dispositivi iOS e Android attribuibili con elevata sicurezza ai prodotti di estrazione forense di Cellebrite. Secondo CitizenLab, i dati sarebbero stati estratti dopo fermi, arresti e interrogatori condotti dal Dipartimento di intelligence generale e dalla Cybercrime Unit, configurando un utilizzo sistematico degli strumenti digitali per accedere a informazioni personali senza un consenso valido. In uno dei casi documentati, uno studente organizzatore si è rifiutato di fornire il codice di sblocco del proprio telefono. Gli agenti avrebbero quindi sbloccato il dispositivo tramite il riconoscimento facciale avvicinando il telefono al volto dell’attivista. Alla restituzione, il codice di accesso risultava scritto su un nastro adesivo applicato sul retro del cellulare, a dimostrazione della completa compromissione del dispositivo durante la custodia.
La tecnologia di Cellebrite, quando impiegata da autorità con accesso fisico ai telefoni, consente di estrarre un’ampia quantità di dati, comprese chat, immagini, video, cronologia web, password salvate, posizioni, reti wifi e in alcuni casi anche contenuti che l’utente aveva tentato di cancellare. CitizenLab sottolinea che questo tipo di accesso, in assenza di adeguate garanzie, può trasformarsi in una raccolta invasiva e indiscriminata di informazioni private. Il rapporto collega l’uso di questi strumenti all’inasprimento della repressione online in Giordania dopo l’entrata in vigore della legge del 2023 sui reati informatici, che ha ampliato le pene e ha consentito un maggiore margine di intervento contro attivisti, giornalisti e dissenso politico. Il ministro degli Interni Mazin al-Farrayeh ha ribadito che i casi più frequenti riguardano contenuti considerati incitamento all’odio e alla divisione sui social, con pene che possono arrivare fino a tre anni di carcere e a pesanti sanzioni economiche.
CitizenLab definisce Cellebrite un facilitatore ricorrente di violazioni dei diritti umani a livello globale, sostenendo che i suoi strumenti, se forniti a servizi di sicurezza poco trasparenti, diventano un meccanismo pronto all’uso per controlli estesi e non mirati nella vita privata delle persone. Dopo una richiesta di chiarimenti inviata all’azienda tra dicembre 2025 e gennaio 2026, la risposta ricevuta si è limitata a una dichiarazione generica sull’importanza dell’uso etico e legale della tecnologia, senza smentire nel merito le conclusioni dei ricercatori.