Crisi energetica: sarà una opportunità per una svolta epocale nel rilancio dell’economia o sarà un de profundis?
Dalla paura all'ingegno: l'energia che manca e le idee che servono. Ci sono momenti nella storia in cui le nazioni scelgono di avere paura. E altri in cui scelgono di pensare. L'Italia, nel 1987, scelse la prima strada
Dalla paura all'ingegno: l'energia che manca e le idee che servono. Ci sono momenti nella storia in cui le nazioni scelgono di avere paura. E altri in cui scelgono di pensare. L'Italia, nel 1987, scelse la prima strada. Sull'onda emotiva del disastro di Chernobyl, il referendum segnò l'uscita dal nucleare. Una decisione che oggi, alla luce delle tensioni globali e della fragilità energetica europea, appare sempre più come una resa alla contingenza anziché una visione strategica. Allora prevalse l'emotività e oggi ne paghiamo il prezzo.
L'Italia è diventata negli anni un Paese strutturalmente dipendente dall'estero per il proprio fabbisogno energetico. La guerra in Ucraina ha mostrato quanto sia fragile affidarsi a forniture esterne, mentre le tensioni nel Golfo Persico continuano a rendere instabili i mercati energetici globali. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: prezzi elevati e sempre più in aumento, imprese in difficoltà, famiglie esposte, margini di sovranità ridotti. Eppure, la storia insegna che è proprio nei momenti di crisi che si possono generare le svolte più radicali.
Negli anni '70, a seguito della Guerra dello Yom Kippur e della Rivoluzione iraniana, quando il mondo industrializzato fu travolto da una crisi energetica senza precedenti, il Giappone riuscì a dare una lezione magistrale che dovrebbe insegnare oggi all’Europa a rivedere i propri obiettivi. Il Giappone non si limitò a contenere i danni: cambiò paradigma. Innovò i processi produttivi, rese l'efficienza una religione industriale, conquistò i mercati globali con prodotti migliori e più economici. Non si limitò a risparmiare energia. Ripensò il modo di usarla.
Oltre la nostalgia, serve un salto di qualità
Il dibattito italiano spesso si divide tra nostalgici del nucleare e fautori esclusivi delle rinnovabili. È una contrapposizione sterile. La vera domanda non è quale energia, ma quale sistema energetico adottare.
Servono scelte coraggiose e non ideologiche che vaglino le seguenti soluzioni:
1. Il nucleare di nuova generazione, non quello del passato, ma quello del futuro, costituito da piccoli reattori modulari, più sicuri e flessibili, già in fase avanzata di realizzazione in diversi Paesi;
2. Le rinnovabili intelligenti costituite non solo dalla installazione di pannelli abbinati a sistemi di accumulo e a reti intelligenti;
3. Un sistema di efficienza energetica come politica industriale che non preveda incentivi a pioggia, ma una strategia nazionale che premi chi consuma meno e produce meglio;
4. Ricerca e innovazione radicale per lo sfruttamento dell’idrogeno e della fusione nucleare.
L'Italia deve tornare a investire seriamente nella scienza applicata nell’ambito di una strategia comune dell'Unione Europea che riduca la dipendenza esterna. La sovranità energetica europea deve coincidere con quella nazionale e se non dovesse coincidere dovrebbe prevalere il nostro interesse nazionale. Niente di più.
L’Italia delle cicale si deve trasformare nell’Italia delle formiche (ma con intelligenza)
Il vecchio schema morale - cicale contro formiche - oggi non basta più. Non si tratta solo di risparmiare, ma di reinventare. Perché il rischio più grande non è aver sbagliato nel 1987. Il rischio più grande è continuare a ragionare con le categorie del passato mentre il mondo cambia. La crisi energetica attuale non è solo un problema: è una selezione naturale tra sistemi Paese. Sopravviveranno quelli capaci di innovare, non quelli che si limitano a rimpiangere o a resistere. L'Italia ha già dimostrato, nella sua storia, di saper dare il meglio di sé quando è stata con le spalle al muro.
La domanda, oggi, è una sola: vogliamo avere paura o vogliamo pensare o a ripensare cosa vogliamo essere considerati, oppure vogliamo arrenderci?
Di Gianfranco Petricca