La parabola di Mediobanca, dalla regia di Cuccia all’addio alla Borsa, dalle origini della banca alla privatizzazione
Dalle origini della banca con capitale pubblico alla privatizzazione. Il tempio della finanza laica arriva alla svolta del nuovo azionista senese che non ha una logica di conquista
C’era un tempo la finanza laica. Ricca, superba, colta, e soprattutto milanese. La si vedeva sfilare alla prima della Scala, anche se Enrico Cuccia non ci andò mai, e davanti al teatro ci passava a piedi ogni mattina prima di entrare nella sede di Mediobanca. La “finanza bianca”, sia quella nata dal basso, dai movimenti del solidarismo cattolico del lombardo-veneto, sia quella “papalina” del potere romano, era guardata con sufficienza. Ebbene, le cose non sono sempre andate così.
Le origini
Mediobanca nasce nel 1946 con i capitali di Comit e Credit, e poi Donato Menichella – governatore di Bankitalia – impose l’ingresso del Banco di Roma, giusto per riequilibrare i pesi, ma il baricentro era milanese, e soprattutto laico, figlio del Partito d’Azione e poi legato al Pri di Ugo La Malfa. Ma in questa costruzione ci fu anche lo zampino del Vaticano. Già, perché nel 1956, quando Mediobanca viene quotata in Borsa – la stessa Borsa che ora lascerà dopo l’acquisizione - nel capitale entra lo Ior, accanto ai blasonati nomi di Edison, Fondiaria, Generali, Ifi, Pirelli e Ras, insomma il mondo poi governato e assistito da Cuccia e i suoi.
Le mosse del Vaticano
Ma perché arriva lo Ior, braccio finanziario del Papa, che allora era Pio XII, la massima espressione della “romanità” della Curia? Già nel 1950 c’era stato un approccio tra Cuccia e Massimo Spada, storico segretario dell’Istituto per le Opere di Religione e consigliere di Mediobanca per conto della Banca di Roma: Spada (che sarà presidente di Vianini, impresa posseduta dal Vaticano e che poi andrà nel gruppo Caltagirone, giusto per riconnettere qualche punto con l’oggi) ne parla con mons. Alberto di Iorio, che sarà poi cardinale, e discutono di mettere fino a mezzo miliardo, cifra poi scesa attorno ai 200 milioni di lire.
I primi passi di Cuccia
Cuccia è uomo di mondo, e da siciliano cresciuto fin dall’inizio in mezzo al potere politico (era nipote di un deputato), sa come muoversi anche verso la Curia, e intessere alleanze, interne e internazionali. Uno dei suoi primi lavori è a Londra, nella delegazione della Banca d’Italia, come assistente del direttore Joe Nathan, figlio di Ernesto Nathan, il grande sindaco di Roma nel periodo 1907-13, massone a capo del Grande Oriente: Joe verrà epurato per le leggi razziali del 1938, e poi reintegrato dopo la fine del fascismo. Cuccia a Londra inizia a tessere la rete di alleanze che poi consoliderà nel corso dei decenni, tra Stati Uniti e Francia soprattutto, con alle spalle l’esperienza di quegli anni di vita trasversale tra finanza mondiale e politica italiana, i cui rudimenti acquisisce anche nei brevi ma intensi anni all’Iri, mentre la breve esperienza al Messaggero (anche qui qualche punto si unisce) probabilmente non è del tutto positiva visto il rapporto complicato con la stampa.
Dalla sua storia iniziale – molte le fonti cui attingere, qui anche il libro di Giovanni Farese tratto dall’archivio storico “Maranghi” – emerge che il capitale iniziale è pubblico, e lo resterà in maggioranza fino alle privatizzazioni degli anni ’90, e quindi la scalata di Monte Paschi – che a maggioranza pubblica non lo è più dal placement dello scorso anno – non è una ripubblicizzazione. E’ vero che c’era (e c’è) il Mef con l’11%, ma gli shareholder più attivi sono privati, uno dei quali è la holding che controlla una delle multinazionali italiane più attive e ricche, al pari di quelle che diedero nobiltà a Mediobanca negli anni del boom e a seguire. Ha respinto gli attacchi della politica, è vero, e questo è stato ed è un merito visti i disastri che sono stati combinati nel tempo, ma ha “fatto” politica, interagendo in modo fruttuoso con i governi, specie nel periodo delle privatizzazioni, stagione culminata con la dimenticabile scalata alla Telecom, salutata con un tappo di champagne fatto saltare in Via Filodrammatici, quasi il segno che la stagione dell’understatement cucciano stava finendo.
Il ruolo di Mps
Ma ora la storia cambia di nuovo, anche se Mediobanca non era da tempo più la stessa, e il suo peso negli intrecci della finanza si era molto ridotto, ma pur sempre importante vista la quota in Generali. Cuccia pare si vantasse di non essere mai entrato in una fabbrica, mentre il Monte dei Paschi è territorio puro, contatto diretto, tanto che a Rocca Salimbeni dicono «noi finanziamo quello che tocchiamo». L’obiezione è che Mps pochi anni fa era sull’orlo del baratro, poi con la cura di Luigi Lovaglio e gli ultimi due di aumenti di capitale – ampiamente ripagati allo Stato – ha cambiato la sua sorte, ed è stato risanato. Viene da sorridere a rileggere qualche titolo che solo un anno fa parlava ancora di “preda” da assegnare a qualcuno di buona volontà, dopo che Unicredit nel 2021 aveva detto “no” anche in presenza di una ricchissima dote.
Alberto Nagel ha lasciato con la celebre frase di Orazio «Graecia capta ferum victorem cepit», ma a sentire gli umori di Siena l’obiettivo è valorizzare a fondo il brand Mediobanca: «Non c’è logica di conquista ma di complementarietà che valorizzi le reciproche attitudini, quelle storiche e quelle più improntate a una complessa modernità», ha commentato Roberto Barzanti, storico, già sindaco di Siena e vicepresidente del Parlamento europeo, profondo conoscitore delle dinamiche della città.
Siena non è più azionista di Mps, a parte qualche frazione della Fondazione, ma l’operazione è stata vista come potenziale “rinascita” della città, dato che la sede centrale alla Rocca non è in discussione, anzi. Un passaggio che è ormai chiaro è che nessuno parla più di “terzo polo”, un po’ perché forse non porta molto bene (anche in politica, si è visto) e poi perché la logica è del tutto diversa: l’operazione potrebbe imboccare la strada per la realizzazione di un gruppo “multibrand” diverso dagli altri due grandi gruppi, dove Mediobanca con la sua esperienza e il suo personale cui se ne aggiungerà di nuovo, eserciterà un ruolo che vuole essere valorizzato. Almeno questa è l’idea di Lovaglio, banchiere commerciale con esperienza internazionale, che ora affronta la vera sfida assieme ai suoi, in testa il vice Maurizio Bai.
Mps, un tempo banca pubblica per eccellenza, dopo la crisi innescata dall’acquisto di Antonveneta - allora celebrato come “grande opportunità” dalla stragrande maggioranza degli osservatori, poi d’incanto spariti – è tornata sulla scena smuovendo il mondo finanziario come mai era accaduto forse dai tempi della scalata Fondiaria: ora la sfida per Lovaglio si sposta (anche) a Trieste, con la partita del futuro assetto di Generali.
Di Carlo Marroni
Fonte: Il Sole 24 Ore