The Avalanches e “Sampledelia”, ovvero l’arte dell’ensemble: “I Quentin Tarantino della musica”, oggi ancora suggestivi ed attuali

La teorica musicale dei The Avalanches ripensa il concetto stesso di creatività abbracciando come “condicio sine qua non” l’ideale di dinamicità

La parabola artistica dei The Avalanches trae origine nella Melbourne della fine degli anni Novanta, emergendo da un fitto sottobosco di sperimentazione musicale particolarmente fecondo. Prima di cristallizzarsi nell'identità che oggi è conosciuta e apprezzata da un pubblico internazionale e numericamente notevole (seppur in Italia il loro nome dice ancora poco, possono vantare un milione e duecentomila ascoltatori mensili su Spotify, tanti se consideriamo l’a-commercialità e l’originalità del loro corpus compositivo), il collettivo attraversò diverse metamorfosi e sigle, come Swinging Vidulgas o Skipping Girl, riflettendo un'irrequietezza estetica che avrebbe poi definito tutta la loro carriera.

La scelta definitiva del nome "The Avalanches" (letteralmente, “le valanghe”) non fu un atto casuale, ma il primo, emblematico gesto di quella poetica del recupero che ne avrebbe decretato la fortuna: esso fu infatti ispirato da un’omonima band surf-rock emersa negli anni sessanta, quasi come provocazione paradossale – in quanto nei The Avalanches novecenteschi non si riscontra alcun frammento di quella varietà tecnica che è indice di un processo compositivo attentamente elaborato – agli occhi, o per meglio dire alle orecchie del pubblico.

In questo atto di appropriazione nominale, inoltre, risiede già l'essenza del loro progetto: l'idea che l'identità stessa possa essere un "campione" prelevato dal passato, un contenitore vuoto da riempire con nuovi significati senza recidere il legame con la storia del pop. Inizialmente mossi da un'energia punk che li portava a esibizioni dal vivo caotiche e imprevedibili, i membri fondatori iniziarono presto a rifugiarsi nell'isolamento dello studio, passando anni a setacciare negozi di dischi usati, mercatini e depositi polverosi, accumulando una raccolta di migliaia di vinili che avrebbero costituito la materia prima della loro estetica.

La pubblicazione del loro debutto, Since I Left You nell’anno 2000 non rappresentò esclusivamente un successo commerciale, ma segnò uno spartiacque definitivo nella storia della musica contemporanea, imponendo un modello di composizione basato quasi esclusivamente sul campionamento. Il brano manifesto di questa tecnica è senza dubbio Frontier Psychiatrist, un esempio virtuosistico di come la loro "teorica dell'ensemble" possa tradursi in una narrazione quasi cinematografica. In questa traccia, i The Avalanches non si limitano a sovrapporre ritmi, ma mettono in scena un vero e proprio dramma dell'assurdo costruito interamente attraverso frammenti di sketch comici, letture educative e vecchi programmi radiofonici. La voce del "paziente", quella del "dottore" e le reazioni orchestrali non sono mai esistite nello stesso spazio fisico, eppure, attraverso un montaggio millimetrico, esse convergono in una performance collettiva coerente. Frontier Psychiatrist incarna perfettamente l'ideale di dinamicità: è un teatro sonoro dove i campioni smettono di essere reperti statici per diventare attori di una nuova commedia dell'arte digitale. 

Dopo un silenzio durato sedici anni — un periodo di gestazione quasi mitologico segnato da sfide legali per i diritti d'autore e una ricerca perfezionistica della tessitura sonora — il gruppo è tornato con Wildflower (2016) e successivamente con We Will Always Love You (2020). Questo percorso cronologico testimonia una transizione fondamentale: dalla gioiosa esplorazione dei generi del debutto verso una riflessione più matura e cosmica sulla persistenza del suono nello spazio e nel tempo. Il nucleo fondatore, oggi guidato da Robbie Chater e Tony Di Blasi, ha consolidato una metodologia di lavoro che eleva il recupero discografico a sistema filosofico, trasformando la "sampledelia" in un paradigma in cui il frammento sonoro non funge da semplice citazione post-moderna, ma diventa la cellula di un organismo musicale complesso, vitale e in perenne divenire. In questo alveo teorico, la creatività non viene più intesa come l’atto romantico di generare musica dal nulla, bensì come la capacità intellettuale di orchestrare una pluralità di voci preesistenti all'interno di un nuovo e coerente ordine semantico. La filosofia dell’ensemble supera definitivamente l’individualismo autoriale tradizionale per abbracciare una dimensione collettiva e trans-storica. I The Avalanches non operano come semplici esecutori, ma come curatori di una memoria sonora universale, istituendo dialoghi impossibili tra epoche distanti: la raffinatezza orchestrale del pop barocco alla Van Dyke Parks o dei Beach Boys dell'era Smile si intreccia senza soluzione di continuità con l’immediatezza ritmica del Northern Soul, le registrazioni di musica folk dimenticata e le astrazioni dell’elettronica contemporanea. Questa estetica della stratificazione affonda le proprie radici teoriche nel concetto di plunderphonics di John Oswald e nella tradizione del collage avanguardista, ma ne declina le istanze attraverso una tensione verso la dinamicità che il gruppo considera una condizione indispensabile dell'esistenza stessa dell'opera.

La musica dei The Avalanches rifiuta infatti ogni forma di staticità o di puro esercizio nostalgico, configurandosi come un flusso ininterrotto dove il detrito sonoro del passato viene costantemente risignificato attraverso un montaggio quasi cinematografico. Tale approccio trasforma il supporto fonografico in un archivio vivente e pulsante, una struttura dinamica in cui il campionamento diviene lo strumento d'elezione per esplorare la persistenza delle emozioni umane attraverso i decenni. Ogni campione porta con sé il "fantasma" della sua registrazione originale – e si vuole che sia così, in quanto vari frammenti sonori rimangono grezzi, rimbombanti, privi di correzioni foniche che renderebbero facilmente dimenticabile la loro datazione — e lo inserisce in una nuova narrazione collettiva. È proprio in questo superamento della linearità temporale che risiede la loro teorica più audace e radicale: l’idea che l’opera d’arte non sia un oggetto chiuso e finito, ma un ecosistema aperto, un ensemble infinito in cui ogni frammento di vinile recuperato dall'oblio concorre alla definizione di una nuova e vibrante unità estetica.

In ultima analisi, i The Avalanches dimostrano che l’atto del riassemblaggio e della ricomposizione non è un limite alla fantasia, ma rappresenta una forma suprema di invenzione originale, capace di restituire al pubblico un’esperienza sensoriale, diremo quasi una volontaria quanto benefica estraniazione, in cui la storia della musica (e non solo) si fonde in un unico, eterno presente sonoro.

Di Raimondo Maria Prati