Famiglia nel bosco, perizia psichiatra Cantelmi: "Bimbi autolesionisti con disturbi sonno e rush cutanei, assistenti sociali assenti"
La relazione mette in evidenza la negligenza della dottoressa D’Angelo e della coordinatrice Lucia Fiorillo, le quali vengono descritte come assenti e non coinvolte durante le fasi più delicate della separazione dei figli dalla madre
La perizia dello psichiatra Cantelmi descrive un quadro allarmante per i minori della famiglia nel bosco nella quale i bimbi vengono descritti con atteggiamenti autolesionisti, disturbi del sonno, shock emotivo e rush cutanei; comportamenti e traumi conseguenti al distacco dei figli dalla madre. Nella relazione emerge con durezza anche l’accusa nei confronti dei servizi sociali, tra cui la dottoressa D’Angelo e la coordinatrice Lucia Fiorillo, ritenute dalla difesa assenti e negligenti soprattutto nei momenti decisivi, con conseguenze gravi sia sulla gestione della separazione sia sull’evoluzione del trauma infantile.
La perizia dello psichiatra Cantelmi della famiglia nel bosco
La relazione firmata dallo psichiatra Tonino Cantelmi e dalla psicologa Martina Aiello punta a ricostruire gli effetti concreti della separazione tra i bambini e la madre Catherine Birmingham, avvenuta lo scorso 6 marzo nella struttura protetta di Vasto. Secondo i periti, il distacco ha prodotto un peggioramento netto delle condizioni psicologiche dei minori, già fragili dopo i precedenti sradicamenti familiari dal padre, dalla casa nel bosco, dagli animali e dalla loro quotidianità.
Nel documento si evidenzia come i bambini abbiano sviluppato comportamenti autolesionistici, disturbi del sonno, shock emotivi, alterazioni nella percezione della fame e manifestazioni cutanee. Segni che vengono interpretati come risposta diretta a un trauma acuto e non come semplici difficoltà comportamentali. "L'allontanamento improvviso della madre ha costituito per i minori un evento traumatico di eccezionale intensità", si legge nella relazione.
Per quanto riguarda il ruolo degli assistenti sociali, la relazione contesta apertamente l’operato della dottoressa D’Angelo e della coordinatrice Lucia Fiorillo, descritte come distanti e non coinvolte durante le fasi più delicate della separazione. Durante l’allontanamento della madre, le due sarebbero rimaste in un ambiente separato, senza intervenire attivamente per comprendere o gestire lo stato emotivo dei bambini. Questa assenza avrebbe avuto conseguenze rilevanti. I minori, in stato di shock, non sarebbero stati in grado di riconoscere neppure bisogni primari come la fame, mentre la madre rappresentava l’unico punto di contenimento emotivo. "La presenza attiva dell'assistente sociale avrebbe consentito di rilevare direttamente le condizioni psicologiche dei minori", sottolineano i periti, evidenziando una mancanza metodologica oltre che umana.
La gestione dell’intero percorso viene definita carente anche nei mesi precedenti. In quattordici mesi si sarebbero svolti appena quattro incontri, peraltro senza interprete né mediatore culturale. Inoltre, nei mesi trascorsi in struttura, non risultano contatti diretti tra assistente sociale e bambini, con un’attività limitata alla rilettura di relazioni altrui. Un approccio ritenuto insufficiente e inadeguato rispetto alla complessità del caso. La relazione ribalta anche la narrazione secondo cui i bambini sarebbero apparsi tranquilli dopo l’allontanamento. Quella calma viene interpretata come un segnale preoccupante, legato a meccanismi dissociativi. "La paura non si manifesta più con comportamenti dirompenti, ma si trasforma in una chiusura profonda", viene spiegato nel documento.
Durante quel preciso momento, una delle bambine, febbricitante, si è aggrappata alla madre con forza, mentre uno dei gemelli mostrava segni di dissociazione con sguardo fisso e assenza di risposta. La sorella maggiore, invece, appariva chiusa in comportamenti di autoconforto compulsivo. Reazioni che, secondo gli esperti, indicano un impatto profondo sulle traiettorie emotive e cognitive. In conclusione, i periti indicano una possibile via d’uscita nella ricostruzione del nucleo familiare. "La combinazione del ricongiungimento familiare e degli interventi terapeutici può garantire ai minori una prospettiva di recupero", si legge, con l’obiettivo di ristabilire uno sviluppo emotivo non frammentato.