Giorno del ricordo delle foibe, la tragedia dell’esodo giuliano-dalmata e l’ignominia del Trattato di Osimo, cronache di una pulizia etnica
Dal confine nord-orientale, cronache di una pulizia etnica a danno della popolazione italiana. 83 anni dopo
Il termine “foiba” deriva dal latino fovea, cioè fossa. Definisce una depressione naturale, una dolina o un inghiottitoio, formazione di roccia calcarea plasmata da fenomeni di erosione. L’imboccatura, spesso celata da una folta vegetazione, è in genere una fenditura all’apparenza insignificante, che presenta un diametro variabile. In lunghezza, l’apertura va da pochi metri a una decina e più. Le pareti sono aspre e scivolose. L’interno, che può toccare anche i 300 metri di profondità, si sviluppa con un andamento tortuoso, che alterna dirupi, spuntoni, rientranze. Sovente, sul fondo, vi ristagna l’acqua. Talvolta la cavità è viceversa percorsa da fiumi sotterranei che, attraverso un reticolo di canali e gallerie, si spingono sino all’Adriatico. Queste voragini di origine carsica, tipiche dell’Istria e della Venezia Giulia, hanno via via assolto a varie funzioni: già dal IV-V secolo a.C. erano adibite a luoghi di sepoltura; i contadini istriani vi gettavano carogne di animali; le popolazioni slave le utilizzavano come discariche per rifiuti.
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Nel XIX secolo, le foibe sono invece assurte a scenario di eccidi di massa, compiuti a danno sia di militari che di civili – bambini e donne incinte compresi – di nazionalità in prevalenza italiana.
Le vittime, torturate, mutilate, stuprate, legate le une alle altre con il fil di ferro stretto ai polsi tanto da spezzarli, venivano prima fucilate, poi precipitate nelle viscere della Terra. In qualche caso si preferiva però spingerle nel baratro, ancora vive. L’agonia poteva allora durare per giorni, come confermato da innumerevoli testimonianze.
Le foibe si sono insomma mutate in buchi neri capaci di fagocitare non solo corpi martoriati ma anche ogni minimo barlume di umanità, abissi della Storia, perfetta metafora di quel male che pulsa nel profondo.
La strage delle “foibe istriane” si consuma per circa un mese, dall’armistizio dell’8 settembre ’43 sino a che, verso la metà di ottobre, i nazisti riconquistano i territori occupati dagli Slavi.
Con la Delibera di Pisino del 13 settembre ’43, si proclama l’annessione dell’Istria alla Croazia.
Fiume, Zara e la Dalmazia passano alla Jugoslavia una settimana dopo, il 20 settembre ’43.
Come si evince da un documento che i Tedeschi sottraggono a un corriere titino nel dicembre ’43, e che in seguito fu pubblicato, le autorità slave intendono epurare la zona dagli oppositori politici, liquidare i borghesi, i possidenti, gli industriali capitalisti, i contadini benestanti, i funzionari del precedente regime. Mirano altresì all’eliminazione fisica di intellettuali, sacerdoti, ex ufficiali; e alla deportazione di studenti, individui sospetti e dissidenti.
Roul Pupo, in Violenza politica tra guerra e dopoguerra, spiega che nelle foibe scompaiono anche commercianti, insegnanti, farmacisti, veterinari, medici condotti e levatrici, giacché decapitare la classe dirigente della comunità italiana era funzionale al successo della pulizia etnica.
Gli Istriani, accusati in blocco di essere fascisti, vengono ritenuti nemici da sopprimere.
Le persecuzioni e le violenze, innescate sull’onda della lotta di classe comunista e del nazionalismo croato, vengono condotte dal movimento slavo di liberazione e da bande di coloni e mezzadri croati.
Le esecuzioni politiche si intrecciano a odi personali e criminalità comune.
Gli arresti si svolgono perlopiù in maniera brutale, accompagnati da saccheggi, linciaggi, sevizie e incendi di case.
Gaetano La Perna, in Pola Istria Fiume 1943-1945, ci informa che le cave di bauxite della zona sono state spesso teatro di fucilazioni collettive. Mentre, lungo la costa, i cadaveri venivano lanciati in mare, con macigni ai piedi.
Gianni Oliva, in Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria, ci riferisce dettagli raccapriccianti: Angelo Tarticchio, parroco di Villa Rovigno, fu ritrovato nella foiba di Lindaro, completamente nudo, con i genitali in bocca; e la salma di Giuseppe Cernecca, vicesegretario di Gimino, mostrava segni di lapidazione.
Su proposta dello storico Pier Franco Quaglieni, che presiede il Centro Pannunzio di Torino, nel 2005 il Presidente Carlo Azeglio Ciampi conferì
la medaglia d’oro al Merito Civile in memoria di Norma Cossetto, figlia del podestà di Visinada, studentessa universitaria di lettere e filosofia presso la Facoltà di Padova, supplente nei licei, assassinata all’età di 23 anni. Bersaglio della barbarie titina, tra il 4 e il 5 ottobre ’43 fu scaraventata viva nella foiba di Surani, profonda 135 metri. Prima però, presso il comando partigiano di Parenzo, fu legata a un tavolo e violentata a più riprese da una brigata di 16 o 17 partigiani. Le mutilarono i seni e, in vagina, le conficcarono un ramo poi rinvenuto sulla salma. La sua tragica vicenda è stata ripercorsa nel film del 2018 intitolato, come la tesi di laurea di Norma, Rosso Istria, coprodotto dalla Rai, diretto e sceneggiato da Maximiliano Hernando Bruno.
Le stime più attendibili ipotizzano che, tra il settembre e l’ottobre ’43, nelle foibe siano morte tra le 500 e le 700 persone.
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Nella primavera ’45, con le “foibe giuliane”, l’orrore si replica. All’ennesima potenza.
Il 30 aprile ’45, i reparti Tedeschi ancora presenti a Trieste si arrendono ai partigiani italiani del Corpo Volontari della Libertà.
L’indomani, I maggio ’45, le avanguardie della IV Armata jugoslava entrano in città e la occupano per una quarantina di funesti interminabili giorni, magistralmente descritti da Pier Antonio Quarantotti Gambini in Primavera a Trieste.
La repressione è affidata alla Ozna, polizia politica jugoslava.
L’obbligo di consegnare le armi è associato a un divieto assoluto di circolazione dalle 8 di sera alle 10 del mattino e alla proibizione di allontanarsi dal capoluogo.
Gli Italiani subiscono fermi, perquisizioni, incarceramenti.
Enrico Miletto, nel saggio Novecento di confine. L’Istria, le foibe, l’esodo, sottolinea che gli arresti riguardarono anzitutto elementi collusi con il nazifascismo: dirigenti del partito fascista, squadristi, esponenti delle organizzazioni del regime, Tedeschi, collaborazionisti e uomini delle forze armate della Repubblica Sociale Italiana. Nella rete dei rastrellamenti caddero inoltre un gran numero di Sloveni anti-comunisti, squadre di partigiani italiani contrari alla slavizzavione, nonché alcuni gruppi di carabinieri e finanzieri, pur se schierati a favore della Resistenza. Per giunta spariscono i civili, funzionari di banca, insegnanti, avvocati, commercianti, postini… Una bolgia di sventurati, sottoposti a interrogatori sommari, quindi giustiziati e gettati a migliaia nel pozzo della miniera di Basovizza. Alcuni infoibati da vivi. Altri spediti nei campi di prigionia della Slovenia, della Croazia, della Serbia. Lì, fra i detenuti, si registrò un altissimo tasso di mortalità per denutrizione, dissenteria, epidemie, torture, sfinimento da lavori pesanti, percosse, maltrattamenti. Una delle punizioni più efferate mimava il martirio della crocifissione: i prigionieri venivano appesi a un palo, immobilizzati con le braccia dietro la schiena, a penzolare per ore, sino a che gli arti non si slogavano. Alla distribuzione del rancio, questi poveretti reggevano la gavetta con i denti, giacché le loro braccia erano inservibili.
Terrificante l’esperienza di Mafalda Codan. Il padre e gli zii erano stati infoibati in Istria, nel ’43. Lei fu arrestata, ventenne, a Trieste, nel maggio ’45 e deportata in un campo di concentramento slavo, dal quale uscì solo nel ’49, grazie a uno scambio di prigionieri. Nell’autobiografia racconta che Arnaldo, suo fratello diciassettenne e compagno di prigionia, una notte venne freddato da un carceriere titino. La mattina dopo, l’aguzzino che l’aveva ucciso le chiede: “Quanti anni aveva tuo fratello? Non voleva morire, sai, anche dopo morto, il suo corpo continuava a saltare”.
Giuseppina Mellace, nel saggio Le foibe, chiarisce che nel ’45 l’area di infoibamento, oltre all’Istria e alle zone della nuova Jugoslavia, si estende a tre province: Trieste, Gorizia e Fiume. In tale regione, nel periodo in esame, e con riferimento tanto alle foibe che ai campi di concentramento, si stimano tra le 10 e le 12 mila vittime. Sebbene alcuni storici sostengano che già solo gli infoibati siano stati 10 mila.
Da rimarcare che Churchill, gli Alleati, Badoglio, i Savoia e i partigiani italiani sono tutti al corrente della carneficina in corso. Ma fanno finta di niente. Nessuno interviene. Eppure per decenni il vortice di sciagure da loro scatenato continuerà a travolgere le vite e i destini di intere moltitudini. Con gravi ripercussioni sulle generazioni a venire.
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L’esodo giuliano-dalmata si protrae dal ’43 al ’56, per tredici lunghi angosciosissimi anni. Con un bilancio di 350 mila esuli.
La granitica italianità di Dalmati, Istriani e Giuliani è confermata dalla seguente tabella: Fiume, 54 mila profughi su 60 mila abitanti; Pola, 32 mila profughi su 34 mila abitanti; Zara, 20 mila profughi su 21 mila abitanti; Capodistria, 14 mila profughi su 15 mila abitanti; Rovigno, 8 mila profughi su 10 mila abitanti; Cherso, 6 mila profughi su 7.570 abitanti.
Gli esuli si trasferiscono per l’82% nel nord Italia, per il 10% al Centro e per l’8% tra Sicilia e Sardegna.
In tanti emigrano all’estero, in Australia o nelle Americhe, (Canada, Brasile, Venezuela), dove li attende un eterno dolente esilio.
L’ombra della nostalgia si allunga anche sugli esuli che risiedono in Italia.
È il caso dello stilista Ottavio Missoni, nato a Ragusa, in Dalmazia, nel ’21. Commovente un passo tratto dall’autobiografia Una vita sul filo di lana: “D’estate, per due settimane, torno in Dalmazia a girarvi con la barca. Ogni volta mi prende la tristezza. Certo, i tramonti, il mare, i profumi sono gli stessi: però non c’è più la mia gente. Noi siamo esuli permanenti”.
La stessa malinconia serpeggia in 1947, canzone composta dal cantautore Sergio Endrigo, nato a Pola nel ’33. Ecco uno stralcio del testo: “Da quella volta non l’ho rivista più. / Cosa sarà della mia città. / Ho girato il mondo e mi domando se / Sarei lo stesso se fossi ancora là. / Come vorrei essere un albero che sa / Dove nasce e dove morità”.
Il giornalista, scrittore e drammaturgo Fulvio Tomizza, nato nel ’35 a Giurizzani, in Istria, annota: “Per i nostri vecchi, duro lasciare la terra dove ti son venuti i capelli bianchi”.
Le incursioni delle forze aeree “alleate”, che dal 2 novembre ’43 al 28 ottobre ’44 sganciano su Zara 600 tonnellate di bombe, provocano oltre 2000 morti. Subito dopo, un primo scaglione di 10 mila cittadini prende la via dell’esilio.
Il processo di slavizzavione avanza a ritmi serrati. E non allenta la presa.
Coloro che osano avversare l’ideologia titina diventano oggetto di dure rappresaglie.
Dal ’45, la politica totalitaria di Tito, con arresti, espropri, confische, spoliziaoni di beni e un clima di terrore dilagante, accresce le fila degli esuli.
A Trieste e dintorni, nel ’47, a ingrossare le colonne dei profughi contribuiscono sia l’inasprirsi delle persecuzioni che la progressiva sostituzione etnica di insegnanti, sacerdoti, forze dell’ordine e personale della pubblica amministrazione.
Molti i rifugiati che, dall’Istria e dalla Dalmazia, si riversavano a Trieste.
Marisa Madieri, scrittrice nata a Fiume nel ‘38, in Verde acqua, un piccolo capolavoro, racconta la sua esistenza da profuga nei magazzini del Silos di Trieste, che risultavano divisi in 425 box dove, ancora dopo dieci anni dalla fine del conflitto, vivevano intere famiglie. In un frammento del suo resoconto, ricorda: “All’interno del nostro box dormivamo in cinque su quattro letti, separati da pesanti tendoni che la mamma aveva appeso a delle corde, creando tante celle anguste e soffocanti”.
Il governo slavo decreta di espellere coloro che, sotto il fascismo, avevano preso parte alla campagna di italianizzazione degli Slavi.
In un sussulto di nazionalizzazione, agli inizi del ’48 si espropriano le poche attività private italiane scampate alle vessazioni degli anni precedenti.
Chi decide di rimanere ha comunque vita grama.
A Zara, è proibito l’insegnamento della lingua italiana.
A Fiume, si distruggono le insegne bilingui dei negozi.
In nome della damnatio memoriae, si scalpellano le statue dei leoni marciani in marmo, simbolo della gloriosa Serenissima.
Le autorità intralciano le pratiche burocratiche degli Italiani desiderosi di andarsene, nel tentativo di arginare l’emorragia di forza lavoro specializzata e di preziose competenze, che ormai scarseggiano.
I nostri connazionali che provano a espatriare vengono trucidati dalle mitragliatrici slave, piazzate a presidio dei confini. Come accadde a dodici giovani di Cerreto, nei pressi di Pisino, la notte del 20 febbraio ’49.
Ogni esule poteva portare con sé “i propri indumenti personali, fino a un massimo di 50 chilogrammi, nonché l’importo di lire 20.000 per capofamiglia e ulteriori lire 5.000 per gli altri membri della famiglia che viaggiano con lui.” Le rimanenti risorse dovevano essere versate alla banca nazionale jugoslava.
Qualche coraggioso riuscì nell’impresa di traslare la salma dell’eroe irredentista Nazario Sauro. Avvolta nel tricolore, e trasportata sulla motonave Toscana il 7 marzo ’47, fu poi tumulata nel Cimitero degli eroi, presso la Cattedrale di San Giusto, a Trieste.
Nel febbraio ’47, un treno di esuli originari di Pola, parte da Ancona diretto a La Spezia, e si ferma a Bologna, su un binario periferico. Scatta allora una manifestazione di protesta, promossa da militanti di sindacati vicini al Partito comunista. Ai profughi, insultati e minacciati in qualità di fascisti, è impedito di scendere dai vagoni, né si consente alla Croce Rossa di servire loro un pasto caldo. Il convoglio resta bloccato per ore, prima di ripartire verso Parma, dove solo a tarda sera verrà fornita agli sventurati adeguata assistenza.
Lungo la nostra penisola furono allestiti centri di prima accoglienza e 109 campi profughi, semplici baracche, strutture in lamiera, fredde, spoglie, da condividere fra più famiglie, in genere prive di servizi igienici, sistemazioni poco dignitose, disseminate in una quarantina di città italiane.
L’entità degli indennizzi che i profughi hanno ricevuto dallo Stato italiano per i beni e le imprese espropriati dagli Slavi, calcolata con coefficienti non adeguati, si è rivelata irrisoria, persino offensiva, poco più di un’elemosina.
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Per meglio manovrare le sorti dei popoli, le grandi potenze creano architetture giuridiche fondate su pilastri di trattati internazionali, come avvenuto anche per la questione giuliano-dalmata.
Il 9 giugno ’45, Regno Unito e Stati Uniti siglano con la Jugoslavia l’Accordo di Belgrado che, mediante la “linea Morgan” segna una divisione provvisoria della Venezia-Giulia: la Zona B, costituita dalla parte nord-occidentale dell’Istria compresa tra il fiume Quieto e il torrente Risano, sotto il controllo della Jugoslavia; e la Zona A, da Duino a Muggia, con Trieste e relativo porto, sotto il controllo anglo-americano.
Il Maresciallo Tito ritira quindi la sua soldataglia da Trieste.
Il 12 giugno ’45, l’esercito alleato fa il suo ingresso in città.
La spartizione sancita dall’Accordo di Belgrado è ribadita nel Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio ’47 laddove, all’articolo 21, si conferma l’istituzione del Territorio Libero di Trieste, con la zona A amministrata dagli Anglo-americani e la zona B amministrata dagli Jugoslavi.
Con la Dichiarazione Tripartita della primavera ’48, i governi di Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna chiedono che l’intero Territorio Libero di Trieste sia restituito all’Italia. Nell’estate del ’48, Tito entra però in urto con Stalin, si allontana dall’orbita sovietica, viene quindi considerato con maggior favore dalle potenze alleate, che perciò ritirarono la loro disponibilità a rinegoziare la questione giuliano-dalmata.
Il 5 ottobre ’54, Regno Unito, Stati Uniti, Italia e Jugoslavia sottoscrivono il Memorandum di Londra, con il quale la Zona A (Trieste e dintorni) torna all’amministrazione civile italiana, mentre la Zona B resta sottoposta all’amministrazione slava.
Il 26 ottobre ’54, con l’arrivo a Trieste di reparti dell’esercito italiano, e in un clima di generale esultanza, la città torna infine all’Italia. Da ogni finestra sventola il tricolore italiano.
Con gli Accordi di Helsinki del ’75, gli Anglo-Russi chiedono agli Stati europei di confermare il proprio gradimento circa le frontiere tracciate al termine del secondo conflitto mondiale. La Jugoslavia vi aderì, soddisfatta per l’acquisizione dell’Istria, che il Trattato di Pace di Parigi del ’47 le aveva assegnato. Ma, in virtù di quello stesso Trattato, l’Italia avrebbe allora potuto pretendere, seppure in maniera tardiva, l’evacuazione delle truppe jugoslave che, sin dal '45, occupavano illegalmente la Zona B del Territorio Libero di Trieste. La Suprema Corte di Cassazione aveva perdipiù confermato che, in quel territorio, la sovranità italiana non era mai venuta meno. Nel ’75, l’Italia si piegò invece a firmare il Trattato di Osimo, che alla Jugoslavia riconosceva addirittura la piena sovranità sulla zona B del Territorio Libero di Trieste. In assenza di una ragione plausibile e senza contropartita alcuna, quasi come se nel frattempo l’Italia avesse perso un’altra guerra, ci ritrovammo dunque a regalare alla Jugoslavia cento chilometri di coste, una superficie pari a quella della provincia di Milano, una terra italianissima, che diede i natali a sei dogi della Serenissima Repubblica di Venezia e fu parte integrante, in età augustea, della X Regio Venetia et Histria.
Tra il ’74 e il ’76, Ministro degli Esteri era Mariano Rumor, sotto il governo di Aldo Moro. Se, a quei tempi, la magistratura avesse agito secondo giustizia, i responsabili di un tale obbrobrio giuridico avrebbero dovuto essere incriminati in base all’art. 241 del codice penale, relativo ad attentati contro l’integrità, l’indipendenza o l’unità dello Stato, che così recitava: “Chiunque commette un fatto diretto a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l’indipendenza dello Stato, è punito con la morte”. Pena capitale che, grazie alla legge n.85 del 2006, fu sostituita con la più blanda misura della reclusione.
La nostra diplomazia non ha esperito alcun tentativo per ottenere la restituzione dei territori italiani illegalmente occupati, nemmeno quando nel 2003 la Repubblica Federale di Jugoslavia è infine implosa.
Il 28 febbraio 2012, il governo italiano fu chiamato ad approvare l’ingresso della Croazia nell’Unione Europea: sarebbe stata un’ottima occasione per reclamare almeno il riconoscimento dei diritti degli esuli e un congruo indennizzo per i loro beni abbandonati lì. L’Italia tuttavia non avanzò alcuna richiesta.
Slavi e Croati covavano un enorme rancore, un fortissimo senso di rivalsa per aver subito, sotto il fascismo, a partire dagli anni Venti, una violenta politica di italianizzazione. L’assimilazione forzata agì su vari piani. Si operò la sostituzione dei toponimi e la rettifica dei cognomi. Si impose il divieto di parlare e insegnare lingue allogene, e la proibizione di utilizzarle nella forma scritta. Si limitò l’accesso al microcredito. Si perseguì lo scioglimento di qualunque associazione non italiana e la repressione di ogni istanza identitaria, mediante arresto, confino ed espulsione dei militanti nazionalisti. Si appiccarono incendi, si compirono distruzioni, violenze su donne e bambini, si eseguirono persino fucilazioni e infoibamenti. Numerosi furono i campi di internamento e concentramento, Arbe e Gonars fra i principali. Vi morirono in tanti, sopratturtto per fame e a causa delle scarse condizioni igieniche. Una delle pagine più buie, insomma, dell’era fascista.
Così, dopo il ’43, il desiderio di vendetta di Slavi e Croati trovò finalmente modo di sfogarsi.
Ma l’orrore delle foibe, la tragedia dell’esodo giuliano-dalmata e l’ignominia del Trattato di Osimo vanno ascritti anche a una logica di spartizione geopolitica di matrice coloniale, decisa a tavolino, e strumentale a una maggior penetrazione slava verso Occidente, pianificata a discapito della componente etnica, linguistica e religiosa italiana. Tant’è vero che la nostra civiltà è stata spazzata via quasi del tutto da quei luoghi meravigliosi che da millenni le appartenevano e ai quali già aveva accennato Dante, nel IX canto dell’Inferno, ai versi 113-114: “Si com’a Pola, presso del Carnaro, ch’ Italia / chiude e suoi termini bagna”.
Di Lidia Sella