10 Febbraio 2026
Affinché qualcosa diventi simbolo, non è necessario celebrarlo. Basta semplicemente accettarlo silenziosamente come parte della normalità
Il treno della vergogna è uno di questi simboli. Portava con sé i tanti esuli istriani, erano i nostri profughi, quelli che Montanelli chiamava “i più italiani di tutti”, perché avevano subito l’ingiustizia più profonda di perdere la propria terra.
Tra il 1943 e il 1947, nelle terre passate sotto il controllo jugoslavo di Josip Broz Tito, migliaia di italiani furono trucidati o costretti alla fuga. Le violenze delle Foibe e il clima di persecuzione produssero un esodo di massa: oltre 250.000 persone lasciarono l’Istria e la Dalmazia.
Quando uno di quei convogli arrivò alla Stazione di Bologna, dopo aver attraversato la prima parte della Penisola, trovò una profonda ostilità, figlia di un evento fatto di sentimentalismi storici che trovano poco spazio nei libri di storia. Molti comunisti italiani guardavano a quei profughi con avversione: per molti ambienti legati alla sinistra filojugoslava, non erano vittime ma italiani “sbagliati”, sospettati di essere compromessi con il fascismo.
Il regime jugoslavo si presentava come liberatore e socialista per loro, ma nelle regioni di confine applicò una politica di repressione durissima verso la popolazione italiana, in un processo storicamente riconosicuto come una vera e propria pulizia etnica.
Il Carso istriano è un territorio segnato da una geografia aspra e cavernosa. L’acqua, nel corso dei millenni, ha scavato un reticolo sotterraneo di cavità e voragini naturali: le foibe. Sono fenditure profonde, improvvise, che si aprono nella roccia e sprofondano nel buio, inghiottendo suoni e luce.
Fu anche questa conformazione geografica a mutare per sempre il significato simbolico di quei luoghi, e queste cavità sarebbero divenute il luogo di una tragedia, perché proprio nelle foibe venivano gettati vivi o morti gli italiani.
Nel mentre, il Partito Comunista Italiano, non poteva che conformarsi ai suoi sentimenti filo-sovietici, seppure contrastanti con l’interesse nazionale.
A Trieste circolarono documenti e prese di posizione che riconoscevano il diritto sloveno a riappropriarsi di quelle terre, in una fase in cui il destino della Venezia Giulia era ancora incerto. La priorità politica, per la dirigenza comunista, era anzitutto la stabilità dei rapporti con il movimento partigiano jugoslavo.
Emblematico resta il clima maturato attorno alla Strage di Porzûs (febbraio 1945), quando partigiani comunisti uccisero membri della Brigata Osoppo, cattolici, azionisti e socialisti, accusati di ostacolare le rivendicazioni territoriali jugoslave. Questo episodio ricorda una verità storica spesso semplificata nella narrazione scolastica: la Resistenza non fu un blocco omogeneo. E molti dei crimini dei partigiani rossi sono ancora oggi una realtà storica su cui si fatica a fare i conti.
Attorno a queste negazioni e a questi sottotesti, la Prima Repubblica ha guardato al dramma dei suoi connazionali con imbarazzo, trattandolo come una materia scomoda. Ed è proprio in questo clima che i simboli si sono pietrificati, attraverso un processo di accettazione del trauma che ha restituito alla storia, in modo torbido, confini nazionali ed esistenze umane.
Non abbiamo altro che simboli.
Al Generale Josip Broz Tito, in Italia, sono state dedicate persino piazze e strade, e alcune esistono ancora oggi, in una toponomastica anestetizzata.
In realà non c’entra la storia. È una questione di simboli, ancora adesso.
Del lavoro culturale sistematico portato avanti per decenni dal Partito Comunista Italiano, anche attraverso l’elaborazione gramsciana dell’egemonia culturale, che ha reso possibile non soltanto l’accettazione, ma l’interiorizzazione di determinati percorsi ideologici. Sicché la Verità nel confine orientale ha trovato in sé stessa una chiusura labile, ed ha finito per somigliare alle cavità sotterranee scavate dall’acqua: profonda, inaccessibile, silenziosamente morente. E se pure riuscisse ad emergere, a venire fuori, nessuno ascolterebbe un simbolo di qualcosa a cui non è mai stato concesso d’esistere.
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