Sparatoria a Milano, si cerca testimone dopo morte Abderrahim Mansouri, visto da 2 agenti polizia nel bosco di Rogoredo

Tra le ipotesi al vaglio degli inquirenti, quella che Mansouri non abbia riconosciuto i poliziotti e che si sia avvicinato con l’arma convinto di trovarsi di fronte a una banda rivale

Si cerca un possibile testimone chiave dopo la sparatoria avvenuta vicino al bosco di Rogoredo, a Milano, costata la vita ad Abderrahim Mansouri. La vittima era stata vista nel tardo pomeriggio di lunedì insieme a un altro uomo da due agenti di polizia. Uno di loro, oggi indagato per omicidio, ha raccontato quegli istanti al pm.

Sparatoria a Milano, si cerca testimone dopo morte Abderrahim Mansouri, visto da 2 agenti polizia nel bosco di Rogoredo

Un uomo che l’assistente capo della polizia — oggi indagato per omicidio — e il collega che era con lui, scorgono nella penombra del bosco di Rogoredo nel tardo pomeriggio di lunedì insieme ad Abderrahim Mansouri. Due sagome che appaiono e scompaiono rapidamente, come racconterà l’agente 42enne al pm Giovanni Tarzia, poco dopo che i due poliziotti si sono addentrati lungo il sentiero. "Zack", come il 28enne era conosciuto nella squadra investigativa del commissariato Mecenate, viene riconosciuto subito. Non però, a quanto risulta, l’altro uomo che era con lui.

"Dieci minuti dopo" però l’assistente capo vede ritornare Mansouri che alla vista dei due poliziotti mette una mano in tasca ed estrae l’arma "puntandola verso di noi". È in quegli attimi che il 42enne prima pensa di inseguirlo per bloccarlo, poi alla vista della pistola (si scoprirà essere la replica di una Beretta 92) decide senza indugiare oltre di estrarre la pistola d’ordinanza dalla "fascia toracica" e sparare.

Non è chiaro dove nel frattempo fosse finito l’altro nordafricano, ma il sospetto è che possa essere rimasto in zona per controllare la situazione. Per questo potrebbe oggi essere un testimone importante per verificare il racconto dell’agente, confermato da tutte le testimonianze dei colleghi. I poliziotti della Mobile, a cui sono affidate le indagini, stanno cercando possibili tracce nei filmati delle telecamere comunali e delle ferrovie che coprono, non la zona dello sparo, ma parte delle vie d’accesso al bosco.

I legali del fratello della vittima ("serve verità"), gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli — gli stessi che difendono Fares Bouzidi, l’amico di Ramy Elgaml morto un anno fa durante un inseguimento con i carabinieri — hanno chiesto di acquisire i filmati di una telecamera "proprio vicina a dove è stato ammazzato". Stando ai primi riscontri sembra però che in quella posizione ci sia soltanto un vecchio lampione.

Anche il legale dell’agente, l’avvocato Pietro Porciani, confida nella presenza di immagini utili: "Speriamo ci siano le telecamere, così si potrà confermare tutto ciò che ha detto il poliziotto. Noi siamo tranquillissimi". Anche se ha dubbi sul fatto che in quell’area gli spacciatori "abbiano consentito l’installazione e la permanenza di apparati di videosorveglianza". Il difensore si augura che presto l’accusa di omicidio nei confronti del poliziotto possa cadere facendo valere pienamente la "legittima difesa": "La vittima gli ha puntato addosso un’arma, non poteva certo sapere che si trattava di una riproduzione".

Proprio sulla "scacciacani" sono stati disposti ieri accertamenti biologici per recuperare il Dna e confermare che fosse impugnata da Mansouri: l’arma è stata infatti spostata dagli agenti per metterla in sicurezza in attesa dei soccorsi. Sarà invece una consulenza balistica a ricostruire la traiettoria dell’unico proiettile esploso dall’assistente capo, che ha colpito alla testa la vittima. L’analisi dell’arma di ordinanza ha confermato che è stato sparato un solo colpo, già in canna.

La procura ha disposto anche accertamenti sui cellulari dei due agenti per ricostruirne il percorso. Tra le ipotesi al vaglio degli inquirenti, quella che Mansouri non abbia riconosciuto i poliziotti e che si sia avvicinato con l’arma convinto di trovarsi di fronte a una banda rivale.