17 Marzo 2026
Succede anche questo, nel nostro tempo curioso e un po’ smemorato: un giorno Winston Churchill finisce su una banconota, e il giorno dopo qualcuno decide che sarebbe meglio sostituirlo con un castoro.
La notizia ha scatenato polemiche e sarcasmo. Per molti britannici l’idea di vedere Winston Churchill, il volto della resistenza contro il nazismo, rimpiazzato da un animale selvatico è diventata il simbolo di un’Inghilterra dinanzi alla sua simbolica ora più buia.
Le banconote non sono soltanto strumenti economici. Sono oggetti simbolici. Raccontano chi siamo, o chi crediamo di essere. Mettere un volto su una banconota significa riconoscere che quella persona rappresenta qualcosa della storia collettiva.
Negli ultimi decenni la scelta di raffigurare figure storiche era diventata quasi una tradizione nel Regno Unito. Newton, Darwin, Jane Austen, Churchill: una galleria di personaggi che, nel bene o nel male, raccontava la traiettoria culturale e politica del Paese, e sostituirli con animali significa volutamente cambiare quel linguaggio.
Negli ultimi anni la memoria pubblica in Occidente è entrata in una stagione singolare. Statue abbattute, monumenti contestati, figure storiche rilette con il metro morale del presente. Il passato non è più un terreno di analisi e di comprensione per le proprie radici, ma diviene un vero e proprio imputato nel processo della modernità. E se il processo diventa troppo complicato, si trova una soluzione più semplice. Si elimina il problema.
Le figure umane dividono, sono complesse, contraddittorie, imperfette, eppure profondamente reali. Un castoro, invece, non genera polemiche. E’ neutrale, un antidoto perfetto per un popolo che sceglie deliberatamente di abbandonare se stesso in nome di un’inclusività che reinventa la propria storia e i suoi personaggi. A partire da coloro che, fin troppo imbevuti da Bridgerton, credono davvero che la Regina Carlotta fosse nera.
Eppure la storia è divisiva per definizione. È una trama di grandezze e miserie, di intuizioni geniali e di errori colossali.
Mi rendo conto che questa sua complessità sia il limite principale per l’uomo contemporaneo, abbiamo abituato la nostra mente ad un metro di giudizio binario (sì/no, bianco/nero, buono/cattivo), sicché quando qualsiasi affare richiederebbe un’empatia e una capacità intellettuale più profonda, la mente si trovi sostanzialmente in difficoltà. Questo accade persino nei contesti accademici che dovrebbero per loro natura incarnare una capacità di pensiero più fine e speciale, addirittura è proprio da quell’ambiente che spesso vengono fuori le stortature più raccapriccianti.
Abituandosi a quest’approccio, accade poi che le nuove generazioni vadano di norma ad abbracciare questo nichilismo contenutistico. Le generazioni sessantottine hanno inseminato i campi dell’intelletto di un abbandono completo a tutte le strutture del passato, hanno fatto sì che al loro posto prosperasse il fintamente neutro, ciò che non crea a prima vista alcun danno ma che in realtà produce poi un abbandono completo ai riferimenti principali di una civiltà.
Non sorprende dunque che quest ascelta della Bank of England sia stata confermata da una consultazione popolare (un’altra è prevista in estate), se una parte della popolazione inglese dice di volere le civette al posto di Jane Austen, mi farei più di una sgradevole domanda sugli effetti della tardo-democrazia su una popolazione disincantata e arrabbiata.
Talvolta ho l’impressione che questo rifiuto aggressivo verso ciò che non è neutro non sia altro che una forma di ribellione della gente che si sente in qualche misura tradita da certi ideali, a tal punto da non assegnare più alcun valore a questi ultimi. Imbevuti dell’idea che il capro espiatorio al loro male abbia il voce e il nome della propria storia, il senso di colpa tutto occidentale che si riversa infine nell’odio verso se stessi, e nella volontà di guardare fuori, per cercare una qualche misura di merito.
Lo so, non è la fine del mondo. Sono solo soldi, in fondo. Solo solo strumenti cartacei in via d’estinzione oggi che tutti paghiamo direttamente dal cellulare. Ma non posso arrendermi a questa definizione. Questi sono simboli, lo restano. Sono simboli i prodotti Netflix di cui ci imbeviamo gli occhi la sera stanchi, sono simboli le canzoni prodotte, sempre tristi e apatiche verso la vita, sono simboli le immagini desacralizzate di attori e cantanti, asuefatti dal proprio manager che guarda al soldo. E sono simboli queste dannate banconote, lo strumento più toccato per eccellenza, che oggi preferisce neutralizzarsi, servendo la propria storia alla comoda dimenticanza.
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