18 Febbraio 2026
Roma (Pixabay)
Le nostre città sono cambiate. Abbiamo inseguito affamati il mito dell’efficienza, formati da generazioni le cui case erano cadute giù dopo terribili bombardamenti. La sicurezza è divenuta una casa naturalmente sicura e funzionale, pulita, dritta. Ma tutto questo ha fatto sì che s’affamasse il bello delle cose, ciò che stimola la nostra mente e impatta il nostro umore. La bellezza non è superflua, risulta più che mai necessaria per proteggerci da un mondo che corre tanto in fretta segnato dall’urgenza della funzionalità robotica.
La proliferazione di superfici lisce, monocromie neutre, vetro e acciaio, volumi ortogonali e facciate prive di ornamento non è un fenomeno casuale: è l’espressione di un paradigma culturale che privilegia efficienza, funzionalità e standardizzazione.
Il minimalismo architettonico trova una delle sue formulazioni teoriche nel celebre motto di Ludwig Mies van der Rohe, “less is more”, che ha profondamente influenzato il Movimento Moderno e la Bauhaus. In reazione all’eccesso decorativo dell’Ottocento, il Novecento ha promosso una sottrazione formale intesa come gesto etico prima ancora che estetico.
Tuttavia, già nel 1966, Robert Venturi in Complexity and Contradiction in Architecture metteva in guardia contro l’eccessiva semplificazione formale, sostenendo che la complessità e l’ambiguità fossero condizioni intrinseche dell’esperienza umana.
Gli studi di psicologia ambientale dimostrano che l’essere umano reagisce in modo significativo alla ricchezza visiva dell’ambiente costruito.
Il geografo e teorico dell’urbanistica Kevin Lynch, nel suo lavoro The Image of the City (1960), ha evidenziato come la leggibilità urbana e la presenza di elementi distintivi contribuiscano al senso di orientamento e appartenenza.
Successivamente, le ricerche di Stephen Kaplan e Rachel Kaplan sulla Attention Restoration Theory hanno mostrato che ambienti ricchi di complessità “soft fascination” favoriscono il recupero cognitivo, riducendo stress e affaticamento mentale.
Un ambiente eccessivamente uniforme e privo di variazioni può invece ridurre la stimolazione sensoriale e generare stati di sotto-attivazione o alienazione.
Il neuroscienziato Colin Ellard, nel suo libro Places of the Heart, riporta studi sperimentali in cui soggetti esposti a lunghe facciate monotone e prive di articolazioni mostravano segnali fisiologici di stress e diminuzione dell’interesse, rispetto a contesti architettonicamente complessi.
L’ipotesi della biofilia formulata da Edward O. Wilson sostiene che gli esseri umani abbiano una predisposizione evolutiva verso ambienti complessi, ricchi di pattern naturali, variazioni e profondità.
Molti quartieri contemporanei dominati da vetro e cemento presentano un deficit di elementi biofilici: materiali naturali, variazione cromatica, ornamento, texture.
Al contrario, contesti storici come quelli di Roma o Vienna offrono una stratificazione visiva che stimola costantemente l’attenzione senza sovraccaricarla.
Abbiamo costruito città sicure, rapide, funzionali. Ma nel farlo abbiamo progressivamente rimosso la complessità che rende l’esperienza umana piena e stimolante.
Se partiamo dal presupposto per cui lo spazio in cui viviamo modella il nostro stato d’animo, la nostra attenzione, perfino il nostro senso di appartenenza, allora la progettazione urbana non può essere una questione neutra, diviene semmai un vero e proprio fatto politico e culturale.
Ogni facciata, ogni piazza, ogni quartiere è una scelta sul tipo di umanità che intendiamo coltivare, e da qui non possiamo sfuggire.
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